Il pentito dei Senese: la tessera di Fratelli d'Italia, il pass alla Camera e il selfie con Meloni
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Il pentito dei Senese: la tessera di Fratelli d'Italia, il pass alla Camera e il selfie con Meloni

L’inchiesta di Report riporta al centro della scena la figura di Gioacchino Amico, indicato dagli inquirenti come referente in Lombardia del clan camorristico dei Senese e oggi collaboratore di giustizia nel maxi-processo Hydra, che indaga sulle saldature tra ’ndrangheta

Il pentito dei Senese: la tessera di Fratelli d'Italia, il pass alla Camera e il selfie con Meloni
Gioacchino Amico
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7 Aprile 2026 - 16.25


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Una tessera di partito, un selfie esibito come lasciapassare, un sistema di relazioni costruito ai margini tra politica e affari. L’inchiesta di Report riporta al centro della scena la figura di Gioacchino Amico, indicato dagli inquirenti come referente in Lombardia del clan camorristico dei Senese e oggi collaboratore di giustizia nel maxi-processo Hydra, che indaga sulle saldature tra ’ndrangheta, Camorra e Cosa Nostra nel Nord Italia.

È il 6 giugno 2020 quando, intercettato senza saperlo, Amico esulta: «Mi è arrivata la tessera di partito… Fratelli d’Italia». Un dettaglio che, insieme ad altri elementi raccolti dagli investigatori e rilanciati dall’inchiesta televisiva, contribuisce a delineare il profilo di un uomo che non si limitava agli affari — droga, usura, appalti, relazioni — ma cercava anche legittimazione e accesso nei circuiti politici.

La fotografia che ha fatto esplodere il caso risale al 2 febbraio 2019. Siamo all’Hotel Marriott di Milano, grande iniziativa di Fratelli d’Italia in vista delle elezioni europee. Accanto a Giorgia Meloni compare proprio Amico. In sala ci sono dirigenti di primo piano del partito: Ignazio La Russa, Raffaele Fitto, Daniela Santanchè, Adolfo Urso e Guido Crosetto. Non è una foto qualunque: secondo quanto ricostruito, Amico la utilizza per accreditarsi, per dimostrare di avere agganci, per presentarsi come “uno dentro” il partito.

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Non è l’unico elemento. L’inchiesta riferisce che Amico disponeva di un pass che gli consentiva di entrare e uscire dalla Camera dei Deputati, e che si sarebbe presentato come referente territoriale di Fratelli d’Italia, sostenendo una particolare vicinanza all’eurodeputato Carlo Fidanza. Pochi giorni dopo quel selfie, avrebbe accompagnato lo stesso Fidanza a un congresso di “Grande Nord”, formazione legata all’area leghista vicina a Umberto Bossi.

La rete di contatti ricostruita da Report si estende anche ad altri esponenti del partito, tra cui la sottosegretaria Paola Frassinetti e la senatrice Michaela Biancofiore (indicata in alcune ricostruzioni come presente nei circuiti di relazione di Amico). Un quadro che non prova responsabilità penali ma mostra come un soggetto ritenuto vicino a un clan abbia potuto muoversi con disinvoltura in ambienti politici e istituzionali.

La reazione della presidente del Consiglio non si è fatta attendere. Meloni ha attaccato duramente giornali e trasmissioni che hanno pubblicato la foto, parlando di operazione mediatica e rivendicando un impegno “cristallino e duraturo” contro le mafie. Dall’altra parte, esponenti del Partito Democratico in Commissione Antimafia — tra cui Walter Verini e Debora Serracchiani — hanno chiesto chiarimenti su accessi, relazioni e responsabilità: chi sapeva, chi ha consentito, chi ha aperto quelle porte.

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Il punto sollevato dal conduttore di Report, Sigfrido Ranucci, è netto: la questione non riguarda una fotografia in sé, ma il contesto che l’ha resa possibile. Non uno scatto isolato, ma un sistema di relazioni che ha permesso a un uomo poi diventato pentito di muoversi tra politica e istituzioni, costruendo credibilità e potere attraverso immagini, contatti e simboli di appartenenza.

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