Giorgia Meloni e quelli che dicevano: "in politica estera è imbattibile"
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Giorgia Meloni e quelli che dicevano: "in politica estera è imbattibile"

È a costoro che vanno queste poche righe. Sia chiaro: non ci riferiamo a Italo Bocchino e agli esegeti in trance adulatoria della “Figlia del popolo”. Quelli li diamo per persi. L’attenzione va concentrato su quelli che provano a mostrarsi equilibrati

Giorgia Meloni e quelli che dicevano: "in politica estera è imbattibile"
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Umberto De Giovannangeli Modifica articolo

18 Aprile 2026 - 17.40


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E vabbè, sarà pure uno sfogo. Ma, come dire, quando ce vo’ ce vo’. E adesso ci vuole proprio. Adesso che Giorgia Meloni non è più nelle grazie di Trump, adesso che il suo improbabile ruolo di facilitatrice nei rapporti tra gli Stati Uniti del tycoon e l’Europa, si è mostrato quel che era davvero, cioè una fiction spacciata per realtà.

Ora che la ducetta di Palazzo Chigi prova a prendere timide distanze dal criminale di guerra israeliano, Benjamin Netanyahu scontentando il suddetto e i suoi ultrà italioti, ora che la “regina è nuda”, l’attenzione andrebbe rivolta ai cosiddetti opinionisti nostrani, ai frequentatori h24 dei talkshow televisivi, agli editorialisti con la matita blu e rossa in mano, sempre pronti a bacchettare la sinistra “piazzarola” e pacifista, e tessere le lodi del potente di turno.

È a costoro che vanno queste poche righe. Sia chiaro: non ci riferiamo a Italo Bocchino e agli esegeti in trance adulatoria della “Figlia del popolo”. Quelli li diamo per persi.

L’attenzione va concentrato su quelli che provano a mostrarsi equilibrati, super partes, che non fanno sconti a nessuno.

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Una genìa professionale imperante. L’elenco sarebbe lungo e ognuno di voi, care lettrici e cari lettori di Globalist, ne può stilare il suo personale.

Costoro per tre anni ci hanno abbordato con una narrazione così sintetizzabile: sì, magari Giorgia Meloni in politica interna, soprattutto su quella economica, ha commesso degli errori, magari non è stata all’altezza delle aspettative e delle promesse con le quali ha vinto le elezioni, ma in politica estera nulla da dire. In politica estera è stata brava, e questo le è riconosciuto da tutti, a partire dal presidente della iperpotenza militare globale. E poi, vuoi disconoscere i successi ottenuti a Bruxelles o quelli mietuti in giro per l’Africa con il suo meraviglioso “Piano Mattei”…

Ecco, questa narrazione farlocca ci ha accompagnato in questi tre anni di governo delle destre.

Fallaci in politica interna, irreprensibili in quella estera. 

Costoro non hanno il senso del ridicolo né tantomeno della vergogna. I successi in politica estera! Ma quali, ma dove, ma quando. 

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Nel Mediterraneo abbiamo provato a lisciare il pelo dei peggiori criminali spacciati per uomini di Stato, salvo poi essere scaricati pure da loro (vedi la Libia).

In Medio Oriente non contiamo nulla. In Libano gli israeliani sparano addosso ai nostri soldati del contingente Unifil, in Israele siamo considerati inaffidabili, i palestinesi attendono ancora che l’Italia riconosca un loro Stato, sul fronte del Golfo, non sarà qualche nave promessa per sminare lo Stretto di Hormuz, a far risalire le nostre azioni né a Teheran né a Riad, a Dubai, a Doha. 

Vabbè, però sull’Ucraina la schiena è rimasta dritta. Sì, a parole. Per conoscenza, bussate alla porta di Zelensky. Per non parlare poi del filoputiniano ad oltranza, il vicepremier Matteo Salvini. Per carità di patria stendiamo un velo pietoso su quella macchietta di ministro degli Esteri immortalato felice e contento mentre gli trovano uno strapuntino in ultima fila alla cerimonia di inaugurazione del Board of Peace presieduto a vita da Trump.

Massì, Antonio Tajani, quello con il cappellino rosso MAGA, l’illuminato titolare della Farnesina dispensatore di frasi che resteranno incise nella comicità di Stato, come il diritto internazionale vale ma fino a un certo punto, ovvero se ci sono i droni che bombardano chiudete le finestre. 

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Per tre anni, gli aedi di Giorgia ci hanno propinato queste balle. La premier di ferro, quella che si fa ascoltare dai leader europei, colei che detta la linea alla Ursula von der Leyen sulla politica migratoria. Beh, ha fatto il tifo per Orbán, osannato ai primi festival di Atreyu, ma si sa, nessuno è perfetto. 

Ecco, costoro continuano a imperversare nei salotti mediatici o vergare, con la sicumera di sempre, puntute articolesse sui giornali mainstream. Statene certi, il giorno, si spera il più vicino possibile, in cui la “Figlia del popolo” lascerà il Palazzo (Chigi), saranno i primi a spararle, mediaticamente, addosso. Nel fuoco amico, di chi è uso colpire alle spalle, sono imbattibili. 

Autoreferenziali fino al midollo. Compiaciuti di apparire, senza essere. Ma sono stati sgamati. Game over.

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