Manca solo che qualcuno chieda una data del calendario in onore Beatrice Venezi martire. Ma ci manda poco. C’è qualcosa di rivelatore nel caso Beatrice Venezi. Non tanto per la vicenda personale, ma per la reazione della destra social: appena è emersa la notizia dell’uscita dalla direzione musicale dell’Orchestra della Fenice di Venezia, è partito il copione consueto. Censura, comunisti, zecche rosse, sinistra intollerante. Il solito vittimismo automatico.
Peccato che ci sia un fatto semplice: Beatrice Venezi non è stata colpita dalla sinistra. È stata rimossa da quello stesso mondo politico e istituzionale che l’aveva promossa. La destra l’ha nominata e la destra l’ha scaricata. Era indifendibile e lo hanno dovuto ammettere loro stessi.
Questo è il cuore della polemica. Venezi è stata trasformata in simbolo culturale soprattutto per la sua vicinanza a Giorgia Meloni e per il ruolo assegnatole dentro la narrazione del nuovo potere post fascista. La sua ascesa è coincisa con la corsa della destra a occupare spazi, enti, fondazioni, teatri, incarichi pubblici. Una lottizzazione aggressiva, sfacciata.
Ma quando si sostituisce la competenza con l’appartenenza, il risultato arriva puntuale. Nel caso Venezi sono arrivate polemiche, tensioni, accuse alle quali la Nostra ha risposto con toni inadeguati e perfino attacchi verso l’orchestra veneziana. Fino a rendere inevitabile la rottura.
Eppure anche davanti all’evidenza la propaganda insiste. Una scelta maturata tutta dentro il loro campo viene venduta come persecuzione politica. È il meccanismo della destra italiana: governa ma si finge opposizione, distribuisce incarichi ma si dichiara discriminata, sbaglia nomine ma accusa i nemici.
La verità è molto più semplice. Beatrice Venezi non è una martire dei “rossi”. È il simbolo di una destra che ha esagerato con l’occupazione politica e ora cerca un alibi per i propri errori. Non c’è nessun complotto. C’è solo il fallimento di un sistema che ha confuso fedeltà e merito. Chi accusava l’amichettismo della sinistra ora deve fare i conti con il cameratismo della destra. E poi quando si esagera…