di Dario Spagnuolo
Il regolamento sui rimpatri appena licenziato dall’Unione europea rappresenta un clamoroso balzo all’indietro. Il continente più vecchio del mondo, unico ad avere un’età mediana superiore ai 40 anni (44,7), quello che annovera i tre paesi più vecchi del mondo (il Principato di Monaco, Andorra e l’Italia) si chiude sempre più al proprio interno, rinunciando a giocare un ruolo da protagonista che pure ha ricoperto per moltissimi secoli.
Anzi, proprio come accade agli anziani, moltiplica le barriere difensive e aspira ad un improbabile ritorno all’età dell’oro.
A tutti è capitato di sentire un anziano ripetere “Ai miei tempi non si rubava, non si perdeva tempo davanti al cellulare, non c’era tutta questa violenza …”. P
eccato che 70 o 80 anni fa si fosse tutti più poveri e gli smartphone non fossero stati inventati. C’erano però le case chiuse, il delitto d’onore e quanto alla violenza ci fu una guerra mondiale con tanto di uso dell’atomica. È giusto allora domandarsi: davvero crediamo che pensare da vecchi sia un ragionare strategico adatto ad interpretare il mondo? O piuttosto è l’Europa che si adegua al trumpismo? In ogni caso, aspirare al passato è sciocco: il tempo non torna indietro! Il problema è trovare il coraggio e le idee per affrontare le sfide dell’oggi e del domani.
Il coraggio, però, è merce rara e pur di vivere qualche attimo di sicurezza illusoria l’Unione europea propone di rimpatriare gli elementi “incompatibili” con il resto della popolazione. E’ qualcosa di drammaticamente analogo al folle progetto nazista, che portò allo sterminio di ebrei, preti, comunisti, omosessuali, zingari … tutti accusati di essere incompatibili con il modello sociale che il Reich avrebbe realizzato.
Secondo il Peace Research Institute di Oslo il numero dei conflitti nel 2025 è aumentato giungendo a 65 fronti attivi, con milioni di persone in fuga. Il piccolo Libano, da solo, ha accolto per anni più profughi di quanti ne abbia accolti l’Italia tutta. Davvero pensiamo che, mentre il Libano è vittima dell’aggressione israeliana, Cipro e Malta possano bloccare l’arrivo dei profughi?
Davvero immaginiamo di appaltare i Cas a qualche paese compiacente, pur di non fare i conti con l’assurdità di luoghi di detenzione riservati a chi non ha commesso reati? Di intavolare trattative con paesi terzi per delocalizzare i centri per i rimpatri? Forse sarebbe più conveniente, economicamente e demograficamente, gestire gli ingressi. Ma immaginiamo che sia possibile fermare chi proviene dalle aree di crisi e rimpatriare quelli che sono in Europa.
Resterebbe un continente abitato da anziani fragili e impoveriti, un continente destinato all’estinzione. Il declino demografico dell’Europa ha avuto inizio negli anni Ottanta. L’Italia, che è stata colpita dal fenomeno più tardi, ha recuperato rapidamente ed oggi, tra i grandi paesi europei, è il più vecchio con un’età mediana di 48,7 anni, seguita da Spagna, Germania, Francia e Regno Unito. Negli ultimi tre paesi, politiche immigratorie più accorte hanno consentito di rallentare il declino. Nonostante questo scenario, invece di cercare di superare le frontiere l’Europa, negando se stessa, ne traccia di nuove. Paesi che un tempo erano uniti si allontanano, invocando la necessità di difendersi dallo “straniero”.
Chi siano poi questi stranieri è un mistero, sarebbe sufficiente guardare le squadre di calcio ai mondiali per ricordarsi che gli esseri umani sono mescolanza, e sono tanto più forti quanto più sono riusciti ad unirsi agli altri.
Nella Storia non sono mai state le piccole tribù e i clan ad avere compiuto le grandi imprese, ma i grandi popoli, quelli che grazie alla loro unione irreggimentarono le acque del Nilo, costruirono la grande muraglia, diedero vita ad imperi. Egiziani, Cinesi, Latini: nessuno di questi popoli era già grande.
Alle origini erano piccole comunità separate, poverissime e quasi sempre in conflitto. È stato il sogno di paesi capaci di affrontare sfide incredibili ad avere rappresentato una formidabile spinta all’unità. Oggi però si vive senza visioni, d’altronde offrire una visione dovrebbe essere compito della politica. Prevale l’individualismo.
Si vive racchiusi nella bolla del proprio egocentrismo e delle proprie paure, così si sceglie di scaricare le responsabilità di ciò che non funziona sullo “straniero”. Ma ad osservarlo bene, ciò che definiamo straniero non è altro che la nostra immagine riflessa nello specchio. L’idea dello “straniero”, del migrante, del nomade altro non è che un simbolo su cui scaricare le colpe dei nostri fallimenti. Mi limito ad un esempio valevole per l’Italia: se è vero che criminalità e disoccupazione dipendono dai migranti allora, prima del loro arrivo, criminalità e disoccupazione non c’erano.
Chiunque sa che è una bugia, che mafia, camorra, ndrangheta e sacra corona unita sono organizzazioni criminali nate ben prima che l’Italia diventasse paese di immigrazione. E’ anche facile verificare come, cinquant’anni fa, il tasso di disoccupazione fosse assai superiore rispetto a quello attuale.
Non sono gli stranieri a rubare il lavoro, siamo noi a non offrirne uno degno ai nostri figli. Il cinismo con cui li definiamo bamboccioni è solo il modo in cui giustifichiamo il loro sfruttamento. Racchiusi nella bolla si vive nel più totale senso di irresponsabilità, e per dissimulare la propria irresponsabilità è necessario individuare dei colpevoli. Sugli stranieri, insomma, ricadono tutte le accuse che non vogliamo più rivolgere a noi stessi: gli unici veri responsabili del nostro declino. Il fatto che l’Unione europea imbocchi la strada della xenofobia deve suonare come un rumoroso campanello di allarme. Se si accetta la remigrazione, il destino finale è la dissoluzione dell’Unione.
