La condanna di Mario Roggero a 14 anni e nove mesi può essere definita mite, visto che il codice penale punisce l’omicidio volontario (art. 575) con una pena non inferiore a 21 anni. Con buona pace di Matteo Salvini, del generale Vannacci e di tutti quegli italiani che come loro ignorano lo stato di diritto e si stracciano le vesti in difesa del gioielliere-cowboy.
I giudici hanno infatti concesso a Roggero le attenuanti generiche e l’attenuante della provocazione, nonostante la rapina fosse già finita quando sono stati esplosi i colpi di pistola. In aggiunta, sono stati sostanzialmente trascurati gli aumenti di pena legati alla somma di più reati, cioè i due omicidi, il tentato omicidio del terzo rapinatore e il porto abusivo d’arma.
Roggero è stato condannato in base a una legge, la n. 36 del 2019, che regola la legittima difesa e che ha modificato l’articolo 52 del codice penale, voluta proprio dalla Lega ai tempi del governo gialloverde, quindi, Matteo Salvini sta tecnicamente protestando contro una legge voluta dal suo partito.
Peraltro, questa legge ha già ampiamente allargato le maglie della legittima difesa, stabilendo che la reazione dell’aggredito debba essere sempre ritenuta “proporzionata” all’offesa se si spara con un’arma legittimamente detenuta a un intruso all’interno della propria abitazione (o azienda) quando è minacciata la propria (o altrui) incolumità. Il punto, però, è che il pericolo deve essere “attuale”, altrimenti non si chiama “difesa”, ma “vendetta”.
Roggero ha sparato a rapina finita, quando i rapinatori stavano fuggendo e per di più ne ha preso a calci uno già a terra. Ora, a parte Salvini e a Vannacci, tutti comprendono che uno stato di diritto non può consentire la giustizia privata e che questo comporterebbe il FarWest.
Come insegna il contrattualismo settecentesco, lo stato nasce proprio da un patto sociale con il quale i cittadini gli attribuiscono il monopolio della forza allo scopo di tutelare la loro sicurezza e impedire l’hobbesiano bellum omnium contra omnes che vige nello stato di natura. Ciò significa che chi subisce un reato deve rivolgersi alla forza pubblica, non può farsi giustizia da sé, altrimenti la società andrebbe in frantumi e nessuno si sentirebbe più sicuro.
Nel mondo che vogliono i Salvini e i Vannacci in cui l’arbitrio del singolo sostituisce la legge non può che dominare il diritto del più forte. Tutti quelli che chiedono insensatamente la grazia per Roggero vorrebbero una società atomizzata, individualista e dominata dal darwinismo sociale.
Per di più, idee così retrograde e incivili che ci farebbero ripiombare nel mondo precedente alla Rivoluzione Francese portano con sé un ulteriore obbrobrio giuridico, culturale e morale, cioè il principio che la vita umana sia commensurabile a un bene materiale. Anche in questo caso, si sperava che l’Illuminismo non fosse passato invano e invece nel 2026 sentiamo ancora qualcuno sostenere che il furto di un bene materiale giustifica l’omicidio.
Fare leva su sentimenti così primitivi e viscerali degli esseri umani come il bisogno di sicurezza e la difesa del proprio “nido” per accaparrarsi i voti di chi non può o non vuole ingaggiarsi in riflessioni più articolate è un’operazione spregiudicata, ma purtroppo mediaticamente efficace. E infatti, aggiungendo stortura a stortura, perfino il ministro della giustizia Carlo Nordio si è unito al coro dei benpensanti che da giorni farfugliano di grazia per il gioielliere, delegittimando peraltro la sentenza che lo condanna in via definitiva.
C’è voluto il galateo istituzionale di Segio Mattarella per ricordare a lor signori che la Costituzione attribuisce il potere di concedere la grazia esclusivamente alle prerogative del Presidente della Repubblica (art. 87). Peraltro, dopo il recente scivolone della grazia concessa forse troppo frettolosamente a Nicole Minetti, c’è da immaginare che la presidenza della repubblica sia diventata ancora più cauta di prima su questo tema. Sarebbe quindi il caso che i politici tacessero e le polemiche pretestuose di questi giorni lasciassero il posto a una seria e profonda riflessione pubblica sullo stato di diritto, sulla vita umana e sulla statura politica di chi è pronto a infrangere il patto sociale per un pugno di voti.
