Aridaje, direbbero a Roma. Non c’è giorno che la stampa mainstream, un tempo si sarebbero definiti i giornaloni, non spari una intervista a chiunque possa essere definito “riformista Pd”. Il tutto per sparare ad alzo zero contro quella pericolosa estremista, massimalista, pro-Pal, succube di Conte, Landini e quant’altri, insomma la segretaria dem Elly Schlein.
Dopo aver fatto incetta di praticamente tutti i correntizi riformisti ancora dentro al Pd, e moltiplicato gli spazi, cartacei e televisivi, alla fuoriuscita Pina Picierno, ecco entrata in campo, cartaceo, quelli che vengono definiti “i padri nobili” del Pd che, esulta Il Giornale, “sono scesi in campo, ancora una volta, per mettere un freno alle ambizioni di Elly Schlein”.
Scrive Il Giornale: “È stato un risveglio complicato quello della segretaria del Nazareno che si è ritrovata sul tavolo due interviste che forse non avrebbe mai voluto leggere. Perché Paolo Gentiloni, interpellato dal Corriere della Sera, e Arturo Parisi, tra i fondatori dell’Ulivo e del Partito Democratico che ha invece parlato con La Stampa, appartengono al girone degli intoccabili della sinistra italiana, di chi ha i galloni per dettare la linea al progressismo italiano. E dunque deve essere ascoltato.
Gentiloni, va da sé, è parso più felpato nella critica ma al contempo ha colpito nel segno: «Ci sono due temi sui quali il Pd non può e non deve transigere: il sostegno all’Ucraina e la difesa comune europea». E ancora, sempre l’ex premier che recentemente ha rivestito il ruolo di vicepresidente della commissione Ue: «La ricetta vincente non può che essere quella di una coalizione e di un partito che valorizzino le diverse anime, sapendo che l’anima riformista è in ultima analisi quella più capace di conquistare la maggioranza». Sembra rivolgersi ad Elly che da mesi preferisce accodarsi ai Cinquestelle e ad Avs, mettendo da parte quell’area riformista che un tempo era maggioritaria a via Sant’Andrea delle Fratte. Se non è un atto di sfiducia nei confronti della segretaria, che viene citata una sola volta da Gentiloni, è una spia che comunque apre un’ampia riflessione all’interno della galassia democrat. Come del resto, hanno acceso la discussione le parole di Parisi che dalle colonne de La Stampa ha attaccato il Pd: «Non lasci l’identità ad altri». E ancora, l’ex ministro della Difesa ha voluto mettere in chiaro il significato e l’importanza delle primarie: «Non possono essere la prosecuzione delle battute sui social o nei talk show o soltanto la competizione tra gli sfidanti più quotati, ma invece devono essere l’occasione di una vera mobilitazione politica, a cominciare dal programma». Infine, Parisi critica senza se e senza ma l’operato della segretaria che, a suo avviso, «soprattutto tra la gente non ha promosso, difeso e spiegato le sue posizioni. Troppe volte i suoi elettori sono stati lasciati al seguito di iniziative altrui, dei loro slogan, e delle loro bandiere. A differenza degli elettori di Conte».
La destra, con i suoi amplificatori mediatici, fa quello che deve fare: mettere in evidenza le polemiche interne al campo avversario, per oscurare i problemi interni alla maggioranza di governo, impelagata nell’affannosa rincorsa a destra del generale Vannacci, e sul fronte europeo, nella dissennata “guerra dei visti”e del blocco di Schengen alla Spagna di Pedro Sánchez.
Il problema è il tafazzismo che contraddistingue il centrosinistra, la smania di protagonismo personale, il voler continuare a restare sulla cresta dell’onda (mediatica e politica) anche quando età e trascorse onorificenze consiglierebbero se non i giardinetti quantomeno un farsi di lato.
E invece no. Non passa giorno che qualcuno, o qualcuna, per sua sponte o perché sollecitato/a dai giornalisti martellatori, non si senta in dovere di impartire lezioni di riformismo alla Schlein.
Avverte Gentiloni: “Ci sono due temi sui quali il Pd non può e non deve transigere: il sostegno all’Ucraina e la difesa europea”.
Ora, a parte che su ciò su cui il Pd non dovrebbe transigere, saremmo un po’ più estensivi di quanto lo sia Gentiloni. Su Israele, ad esempio, sul riconoscimento dello Stato palestinese e il blocco di ogni accordo commerciale, economico, militare con lo Stato d’Israele e il suo governo genocidiale.
Ma restiamo ai temi gentiloniani. Il sostegno all’Ucraina. Certo, ma in che cosa dovrebbe inverarsi? Nel continuo riarmo di Kiev? Ma questo non è mai stato messo in discussione dentro il Pd, neanche tra quelli che gli schifiltosi editorialisti mainstream, definiscono, che vergogna, “pacifisti”.
Il punto è un altro. La guerra non vince la guerra. Né in Ucraina né in qualsiasi altra parte del mondo. E un mondo con più armi è un mondo meno e non più sicuro.
Chi scrive non inclina a un pacifismo caricaturale del tipo “mettete dei fiori nei vostri cannoni”. Lo strumento militare può servire ma solo in funzione di una chiara e dichiarata strategia politica per il dopoguerra. Per i “riformisti” dem quale sarebbe, di grazia, la strategia politica che potrebbe portare se non alla pace, quantomeno, e sarebbe già molto, ad un lungo cessate il fuoco?
Quale linea di compromesso, sì di compromesso, sarebbero disposti a sostenere? L’ipotesi di una “coreanizzazione”, cioè definire un 38° parallelo russoucraino, che fotografi ciò che al momento di un accordo di tregua è la situazione sul campo, potrebbe andare o sarebbe una resa dell’Ucraina al sanguinario zar del Cremlino?
E ancora: “La Russia è Europa? E se la risposta è sì, allora la tanto evocata difesa comune europea, dovrebbe o no farsi carico anche della sicurezza della Federazione Russa? Domande sincere, che agognerebbero risposte altrettanto sincere.
La difesa europea. Certo che deve essere ricercata, ma anche qui ci vuole grande chiarezza e onestà intellettuale. Gli 800 miliardi che l’Europa ha messo in conto in armamenti per i prossimi anni, i quasi 15 miliardi in spese militari (un quantum che non ha precedenti nella storia della Repubblica) votati dal centrodestra, c’entrano qualcosa con la difesa comune europea? O è solo un mega regalo al sistema militare-industriale nei singoli Paesi Ue e a livello continentale?
Per quanto riguarda noi di Globalist, è buona la seconda.
Il centrosinistra avrebbe fatto bene ad avviare da tempo una seria discussione programmatica, capace di coinvolgere le forze della società civile e quell’intellettualità diffusa che proprio perché sa non trova spazio nei mefitici salotti mediatici, dove la compagnia di giro è quasi sempre la stessa.
Il tempo è stato sprecato in riposizionamenti, nel battutismo politico, o addirittura in toto ministri in caso di vittoria alle elezioni del prossimo anno. Per fortuna c’è anche chi si è impegnato sui territori, cercando di ritessere rapporti lacerati con quello che un tempo si sarebbe chiamato il “popolo della sinistra”. E chi si è speso nella solidarietà fattiva con i martoriati gazawi o nei salvataggi in mare di migranti. Ma questa faccia pulita dell’agire politico non ha lo spazio riservato ai “padri nobili” (le madri no?) del fu Ulivo e ora Pd.
Le primarie di programma sarebbero benvenute, ma è alquanto difficile, visto l’andazzo, che così sarà. Repetita iuvant: il centrosinistra non trasformi il riarmo europeo in una battaglia interna per le primarie.
Una cosa è certa: una coalizione plurale che si candida a governare l’Italia deve avere una politica estera e di difesa condivisa, senza la quale non si ha alcuna credibilità interna, europea, internazionale.
Tanto più oggi, in un mondo dominato dai Trump, dai Netanyahu, dai Putin…Un mondo trasformato in un Far West senza regole né confini, dove il diritto internazionale è carta straccia e a regnare è solo la “legge” del più forte.
In un mondo siffatto, la politica estera è tornata a contare nella scelta elettorale, soprattutto dei giovani. Basta vedere le primarie dei Democratici negli Usa o l’ascesa di candidati marcatamente progressisti, socialisti, come il sindaco di New York, Zohran Mamdani, o Abdul El-Sayedd, vincitore delle primarie dem in Michigan, e tante e tanti altri.
Lo stesso accadrà qui da noi. In milioni hanno riempito le piazze italiane per dire no al genocidio a Gaza e ad una Europa imbelle o complice dei carnefici in Palestina. Quei milioni sono elettori che non si faranno ingannare, che pretendono coerenza e scelte nette di campo. Che dicono non al riarmismo. Conteranno di più dei ventriloqui dell’establishment?
