Giulio Regeni, l'ignobile ministro Tajani e la silente Meloni

Chi legge Globalist sa qual è, da tempo, il nostro pensiero su Tajani Antonio, un’ombra di ministro degli Esteri.

Giulio Regeni, l'ignobile ministro Tajani e la silente Meloni
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Umberto De Giovannangeli Modifica articolo

30 Settembre 2026 - 11.53


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Chi legge Globalist sa qual è, da tempo, il nostro pensiero su Tajani Antonio, un’ombra di ministro degli Esteri. Ma sì, quello che riesce a stupire anche l’instupibile Bruno Vesta quando, a Porta a Porta, se ne esce con un’affermazione incredibile, soprattutto se a pronunciarla è il capo della diplomazia italiana nonché vicepresidente del Consiglio: “Il diritto internazionale va bene ma fino a un certo punto”. Lo abbiamo definito in tanti modi, Tajani Antonio, e il più delle volte il tono utilizzato è quello che costui si merita: quello del leggero dileggio.

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Perché, vedete, prendere sul serio uno che misura l’affidabilità e la moralità di una donna da consigliare al figlio come sposa, dalla lunghezza della gonna, è difficile. Per lui vale il grande Cetto La Qualunque quando, rivolgendosi al suo avversario elettorale, il probo maestro De Santis, lo apostrofava così: “Io non ti sputo perché se no ti profumo, non ti piscio se no ti lavo e non ti cago se no ti inciprio”.

C’è però un limite a tutto. Oltrepassato il quale, l’irrisione lascia il passo all’indignazione, la presa in giro alla rabbia che si prova ascoltando quanto sostenuto dal ministro degli Esteri del fu Belpaese a commento della sentenza del Tribunale di Roma contro i tre 007 egiziani condannati per sequestro pluriaggravato del ventisettenne ricercatore italiano.

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Ricapitoliamo, per sommi capi, l’accaduto. Dopo otto ore di camera di consiglio, la Corte di Assise di Roma ha condannato a dieci anni tre 007 egiziani per il sequestro di Giulio Regeni e ha assolto il quarto imputato. Le motivazioni dovranno essere depositate entro 90 giorni. Il procuratore di Roma Francesco Lo Voi ha osservato che la decisione riconosce che l’attività contro Regeni era stata compiuta da persone legate allo Stato egiziano. Il procuratore aggiunto Sergio Colaiocco, titolare del fascicolo fin dall’inizio, l’ha definita “una sentenza storica” che conferma l’impianto accusatorio. Le difese dei tre 007 egiziani condannati sono pronte a impugnare la sentenza in Appello.

Si tratta del generale Tariq Sabir, che è stato assolto, dei colonnelli Uhsam Helmi e Athar Kamel Mohamed Ibrahime del maggioreMagdi Ibrahim Abdelal Sharif, tutti e tre condannati a dieci anni. A ciascuno dei quattro era contestato il sequestro di persona pluriaggravato. Solo Sharif risponde anche di lesioni personali aggravate e omicidio aggravato, in concorso con persone mai identificate. Nessuno dei quattro ha mai partecipato a un’udienza. Sono formalmente irreperibili da anni per la mancanza di cooperazione egiziana.

Ora, di fronte a questa sentenza davvero storica, nel suo primo commento a caldo Tajani non trova di meglio del sottolineare sottolineato che “non è stato condannato l’Egitto, sono state condannate tre persone“, ricordando che si tratta di una sentenza di primo grado. Le parole hanno acceso le polemiche.  L’improvvido ministro prova a autocorreggersi e rispondendo ai giornalisti, ha detto di essersi “limitato a fotografare la sentenza” e di essere “stupito dalle polemiche”. Ha poi corretto il tiro una prima volta: “Il governo italiano continuerà a lavorare per arrivare alla verità. Vale più l’azione diplomatica che il clamore. Quella di ieri è una sentenza limitata, non ci dice chi sono gli assassini di Regeni.

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Noi non abbiamo mai rinunciato a insistere con le autorità egiziane in ogni incontro su quello che per noi è fondamentale: scoprire la verità. Agire con diplomazia, con discrezione, non significa non agire. L’attività diplomatica non ha nulla a che vedere con copertura: noi non copriamo nulla, vogliamo soltanto scoprire la verità.”

La replica più dura è arrivata dalla segretaria del Pd Elly Schlein, presente al sit-in davanti al tribunale, il giorno della sentenza, dove aveva parlato di “sentenza storica” ottenuta grazie al lavoro della Procura, dei legali e alla tenacia della famiglia. Oggi ha dichiarato: “Tajani ha perso un’altra occasione per tacere ed evitare imbarazzo al Paese. Dimostra di non aver capito niente della sentenza di ieri, che condanna per il sequestro e la tortura di Giulio Regeni tre componenti dell’apparato di sicurezza del regime egiziano. Nessuno può più negare la responsabilità del regime di Al Sisi”.

E ha aggiunto: “Le parole di Tajani sono molto gravi perché arrivano proprio quando la giustizia ha compiuto un importante passo avanti dopo dieci anni di tenace battaglia per la verità da parte della famiglia Regeni e uno sforzo encomiabile della Procura. Tajani si risparmi i toni da assoluzione di ufficio, anche perché adesso è compito del governo far rispettare ed eseguire la sentenza emessa, con un’iniziativa politica e diplomatica forte e determinata, per pretendere dal governo egiziano di consegnare i responsabili alla giustizia e che paghi all’Italia il risarcimento che la sentenza ha stabilito”. 

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Peppe Provenzano, responsabile Esteri del Pd, ha detto che tra tutte le parole possibili Tajani ha scelto “le peggiori”. Il Fatto Quotidiano riferisce anche l’intervento di Debora Serracchiani, responsabile Giustizia del Pd, che ha definito “grave” la posizione del ministro. Laura Boldriniha letto la sentenza come una “vittoria della società civile” che ha impedito il calare del silenzio. Secondo Nicola Fratoianni di Avs, “il ministro Tajani ha perso definitivamente il controllo. Non bastava il “rispetto del diritto internazionale ma fino ad un certo punto”, non era sufficiente “la lunghezza delle gonne delle donne”. Per non parlare del caso Almasri o della tragedia palestinese.

Ora anche la perla sulla sentenza Regeni”. E sulle nuove parole del ministro dice: “A questo punto sono doverose le dimissioni. Quello Regeni non è stato un incidente, ma un sequestro, con tortura ed omicidio. Il governo Meloni dimostri di avere la schiena diritta se ci riesce”. “Ma a Tajani che gli vuoi dire? – critica Matteo Renzi, leader di Iv – Ormai è un meme, non è un ministro. Il suo problema è che è una persona che va all’Onu al posto di Meloni il giorno in cui dice che l’affidabilità delle donne nel 2026 si valuta sulla base della lunghezza delle gonne. Ma che gli dici?”

Per il segretario di +Europa, Riccardo Magi, si tratta di parole che “fanno rabbrividire e trapelano un certo negazionismo del governo rispetto alle responsabilità degli apparati del Cairo: non erano tre persone a caso, erano agenti dei servizi segreti egiziani, che il regime di al-Sisi ha coperto, tanto che il processo che ha portato alla loro condanna si è svolto in contumacia”. 

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C’è poi una nota della delegazione del Movimento 5 Stelle al parlamento europeo: “Alla luce della sentenza sull’omicidio di Giulio Regeni, le relazioni Ue-Egitto non possono andare avanti come nulla fosse. Chiederemo domani che la Conferenza dei presidenti approvi un dibattito straordinario sul caso Regeni da tenersi nella prossima plenaria di Strasburgo. Giustizia e verità non possono piegarsi alla ragion di stato, come invece sembra far credere il ministro degli Esteri Tajani con dichiarazioni incredibili e offensive”.

Le opposizioni unite, Pd, M5S e Avs (ma anche Azione), hanno chiesto a Tajani un’informativa urgente per sapere cosa intende fare il governo per dare attuazione alla pronuncia e quali rapporti si avranno d’ora in poi con l’Egitto. “Ci devono dire adesso come intendono, con quale fermezza, con quale chiarezza di posizione rispetto all’Egitto, dare esecuzione a questa sentenza”, ha spiegato il presidente dei 5 Stelle, Giuseppe Conte.

Le opposizioni sottolineano anche il silenzio di Giorgia Meloni. Non c’è da stupirsi del silenzio del presidente del Consiglio. Cos’altro attendersi da chi ha elevato a interlocutori pacificatori del Mediterraneo autocrati sanguinari, generali golpisti, signori della guerra in combutta con organizzazioni criminali dedite al traffico di esseri umani, ricevuti in pompa magna a Palazzo Chigi alla stregua di capi di Stato o di governo. Meloni e Tajani considerano il golpista del Cairo non come il mandante del sequestro e del brutale assassinio di Giulio Regeni, visto che è lui, al-Sisi a comandare su tutti i servizi di sicurezza del suo regime; per Meloni e Tajani, al-Sisi, è un partner di cui non si può fare a meno, per ragioni di sicurezza e per gli affari energetici gestiti dall’Eni. Di fronte ai quali, l’assassinio di un giovane ricercatore italiano, è un “naza”, un danno collaterale. 

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