Il “campo largo” è quella Piazza grande, animata, gremita, determinata a contrastare una destra securista, riarmista. Una destra antisociale, nemica della scuola pubblica, come della sanità e dei beni comuni. Sì, il “campo largo” è Piazza del Popolo, nel cuore di Roma, piena di bandiere rosse e di quelle arcobaleno; una Piazza unita.
Una unità dal basso e per questo fondamentale. Una Piazza giovane – quella che ha risposto all’appello della Cgil -: giovane non solo come dato anagrafico ma per la forza che esprimeva, per la volontà di sognare. Sì, sognare. Sognare un mondo più giusto, meno armato. Un mondo dove di lavoro si vive, con dignità, e non si muore. Una Italia in cui tassare le rendite finanziarie per i super ricchi sia finalmente tra le priorità di un’agenda di vero cambiamento.
Certo, poi ci sono i leader dei partiti che a quella Piazza devono risposte e non mettere “cappelli”. Schlein, Conte, Fratoianni, Bonelli, erano in quella Piazza, ne hanno colto umori, richieste, potenzialità di espansione. Altroché piazze piene, urne vuote. Le piazze pacifiste, sindacali, quelle che chiedono giustizia sociale e libertà per i popoli oppressi, a cominciare da quello palestinese, sono piazze di governo. Sì, di governo. Perché alla protesta coniugano proposte radicali, sull’economia, la scuola, la difesa dell’ambiente, la pace…Il programma nasce dalle lotte, e non nei caminetti dei leader. In Europa sta montando una protesta sociale che vede protagonisti i giovani. I giovani ai quali stanno rubando il futuro. I giovani condannati ad una precarietà a vita.
La rabbia sociale infiamma l’Europa, dalla Francia all’Albania. L’Italia c’è dentro. Dice un vecchio proverbio cinese: quando gli mostri la luna con un dito, lo stolto guarda il dito. Così è se guardiamo le prime pagine della stampa mainstream. Milano messa a ferro e fuoco. E così Torino, Bologna. Una grande protesta, dentro cui hanno agito una minoranza dedita agli scontri per mostrare di esistere, ridotta a problema di ordine pubblico. La destra fa il suo mestiere: criminalizzare la protesta. Demonizzarla. Farne il Nemico per alimentare paura e insicurezza nell’opinione pubblica.
La destra è questa: forte con i deboli, debole con i forti.
La sinistra deve fare la sinistra. Senza annacquamenti o compromessi al ribasso. Fregandosene dei ditini puntati dai sedicenti “riformisti”; sapendo che oggi più che mai riformismo, quello vero, e radicalità vanno a braccetto. La sinistra deve avere una sua visione del mondo, dell’Italia, delle relazioni umani, di quelle sociali. E comportarsi di conseguenza. La Piazza grande chiede radicalità e coerenza. Quello che si dice lo si deve poi attuare. La Piazza grande se ne sbatte dei Calenda, delle Picierno, dei “federatori”. Va al soldo. Sulla lotta ai lavori poveri, sulle tasse ai super ricchi, sull’abbattimento delle spese militari, sul riconoscimento dello Stato palestinese e altro ancora.
La Piazza grande si ritroverà, in tutta Italia, il 20 novembre, nel giorno dello sciopero generale proclamato dalla Cgil contro la politica economica e sociale del governo Meloni. Sarà una grande giornata, c’è da scommetterci. Di lotta e di governo.
Nessun freno va messo alla Piazza grande. Una Piazza dalle diverse anime, che la politica, si sarebbe detto un tempo, è chiamata a fare sintesi. I programmi non s’impongono dall’alto. Non possono, non devono essere il parto di qualche mente illuminata, o presunta tale, né il parto di estenuanti mediazioni di vertice.
La sinistra deve mostrare una grande capacità di ascolto. E farne tesoro. La Piazza è “programmatica”. Lo è quella sindacale. Lo è quella pacifista. Il programma o nasce dall’ascolto e dal sentirsi parte di quei movimenti di lotta, o si riduce a freddo inventario di cose che dovrebbero farsi se si andrà al governo. Documenti che nessuno leggerà mai.
La Piazza è il miglior antidoto contro il “virus” dell’establishment; contro i frequentatori di talkshow e salotti che “contano”, ma che una piazza di lotta non frequentano da una vita, ammesso che lo abbiano mai fatto. Conquistare il “centro”? Ma chissene frega, scusate il francesismo. Le elezioni si vincono se si convince una parte del “popolo dell’astensione” che vale la pena esercitare il voto perché a qualcosa può davvero servire, perché qualcosa può davvero cambiare. Il resto è noia.
La sinistra deve rialzare la testa, finendo di giocare di rimessa, di stare sulla difensiva. Deve essere orgogliosa della propria storia e non viverla come un fardello. Deve puntare al governo, ma non per idolatria del potere né per occuparne le stanze. Il governo come strumento e non come fine. Strumento del cambiamento, vero, radicale, in sintonia con la Piazza.
Non è facile, lo si sa bene, ma non c’è altra strada da percorrere se si vuole essere in sintonia con i fermenti che scuotono l’Europa e il mondo. Non è tempo di moderatismo. O di essere condizionati dallo spettro della “maggioranza silenziosa”. La crisi economica ha spazzato via il ceto medio, lo ha “proletarizzato”. E con esso, ha ridotto a poco o niente i partitini che pretenderebbero di rappresentarlo.
Esiste una radicalità di destra, chiamatela populismo sovranista, trumpismo o come meglio vi aggrada.
La sinistra deve contrapporre la propria radicalità, che sa chi intende rappresentare o contro chi intende combattere. Tertium non datur
