Nel cuore di Roma, a pochi passi dalle ombre lunghe del Ghetto ebraico, il destino di molti si decise tra le corsie di un ospedale che scelse di farsi scudo contro l’orrore. Il 27 e il 28 gennaio 2026, Rai 1 celebra la Giornata della Memoria trasmettendo la miniserie “Morbo K – Chi salva una vita, salva il mondo intero”, un’opera diretta da Francesco Patierno che scava in uno dei capitoli più audaci e meno frequentati della Resistenza italiana.
Al centro del racconto emerge lo stratagemma geniale quanto rischioso di un manipolo di medici che, per proteggere i cittadini ebrei dalla furia dei rastrellamenti, idearono una patologia fittizia: il Morbo di K. Quel nome, che evocava sinistramente l’ufficiale Kappler, divenne un codice salvavita per giustificare l’isolamento di pazienti “altamente contagiosi” che in realtà erano solo perseguitati in cerca di rifugio.
La narrazione trae linfa vitale dalla realtà storica di Giovanni Borromeo, che con la complicità dei suoi assistenti Adriano Ossicini e Vittorio Emanuele Sacerdoti trasformò il reparto dell’Isola Tiberina in una fortezza d’umanità. In questa trasposizione televisiva, il professor Prati, interpretato da Vincenzo Ferrera, incarna la figura del primario coraggioso. Ferrera ha accolto il ruolo con una commozione profonda, legata alla memoria del padre medico, sottolineando come l’onore di indossare quel camice si sia intrecciato con un momento di dolore personale vissuto proprio durante le riprese. La sua riflessione si estende inevitabilmente ai conflitti contemporanei, dichiarandosi sgomento di fronte a un presente che sembra non aver ancora appreso le lezioni del passato.
Accanto alla ricostruzione storica, il racconto si nutre di una vena romanzata necessaria per avvicinare il grande pubblico e le nuove generazioni a temi così complessi. Lo sceneggiatore Peter Exacoustos ha precisato che il prodotto non vuole essere un rigido documentario, ma una storia di passioni e ideali, dove spicca la vicenda sentimentale tra il giovane assistente Pietro Prestifilippo e Silvia Calò, interpretati rispettivamente da Giacomo Giorgio e Dharma Mangia Woods. Questo legame, ostacolato dalle convenzioni sociali e minacciato dalla morsa nazista, rappresenta l’energia dei giovani che, ieri come oggi, si trovano a dover scegliere da che parte stare mentre il mondo intorno a loro sembra crollare.
La sceneggiatura non ignora le zone d’ombra di quel periodo, come la partecipazione della polizia fascista ai rastrellamenti del 16 ottobre 1943. Exacoustos ha infatti introdotto figure che testimoniano come l’apparato repressivo nazista abbia goduto di collaborazioni interne, cercando di restituire un quadro che, pur nella sua funzione narrativa, non tradisca la complessità storica. Giacomo Giorgio, riflettendo sul peso morale del suo personaggio, ha espresso una sincera incertezza sul coraggio individuale, pur ribadendo una condanna ferma: “con tutte le informazioni che abbiamo a disposizione, al contrario del ’43, è che qualsiasi tipo di guerra è sempre deleteria, qualsiasi essa sia, come l’odio da parte di ogni tipo di oppressore”.
Il cast, arricchito dalla partecipazione del compianto Antonello Fassari, dà voce a una Roma ferita che vide i propri cittadini traditi nonostante il pagamento del tributo in oro preteso dai tedeschi. Mentre il treno della deportazione si preparava a lasciare la città, il reparto K restava l’ultimo baluardo di una Resistenza silenziosa e scientifica. “Morbo K” si propone dunque come un monito e un omaggio a chi seppe trasformare la paura in una diagnosi fittizia per garantire una guarigione reale: la libertà.
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