di Alessia de Antoniis
La prima impressione è quella di un luogo in cui non ci si riposa mai. Il bianco piastrellato, la vasca al centro, il sanitario in vista. E quando lo sguardo sale, trova un lampadario che assomiglia a una costellazione di siringhe: un dettaglio che trasforma l’ansia in abitudine. Dentro questo spazio, il testo di Molière diventa meno storia e più condizione.
Alla Sala Umberto di Roma, fino al 1° febbraio 2026, va in scena Il malato immaginario di Molière, con Tindaro Granata e Lucia Lavia, per la regia di Andrea Chiodi. La produzione è del Centro Teatrale Bresciano, in coproduzione con LAC Lugano Arte e Cultura e Viola Produzioni – Centro di Produzione Teatrale. L’impianto scelto è dichiaratamente non domestico: non si entra nel “salotto” di Argante, si entra nel suo sistema. Siamo in una stanza mentale.
La scenografia lavora per segnali netti. La vasca non è un semplice oggetto: è una postazione, un centro gravitazionale in cui il personaggio si ritira e si espone insieme. La ribalta, quando si accende, non addolcisce: sbatte i corpi in primo piano.
La regia di Chiodi punta sulla leggibilità e sulla continuità. Il percorso alterna farsa e riflessione senza voler forzare una riscrittura: l’idea è far emergere la commedia come terreno in cui si giocano controllo, delega, convenienza, paura. Proprio la chiarezza del dispositivo, però, a tratti produce una distanza: lo spettacolo appare più concentrato nel mantenere la propria architettura che nel lasciarla incrinare dall’imprevisto.
La frattura più interessante arriva quando la messinscena accenna al corto circuito con l’autore, quando la commedia lascia intravedere il suo bordo più scuro: la possibilità che dietro la satira ci sia anche una domanda sul teatro stesso, sul suo diritto di esistere, sul bisogno umano e artistico di essere ascoltati.
In questa cornice, Tindaro Granata è il vettore emotivo più evidente. Nei momenti in cui il lavoro si avvicina alla figura di Molière, la scena acquista urgenza e presenza. Granata porta una passione che non cerca l’effetto e che non dipende dall’eleganza della costruzione: è un modo di stare lì come se la posta fosse reale. Anche quando affiorano margini di irregolarità, la sua energia ha una qualità rara: non “spiega”, fa passare vita sotto la forma.
Il resto della compagnia sostiene con professionalità la linea dell’allestimento, dentro una cifra che privilegia misura e coerenza. Nel complesso, il lavoro rimane compatto, spesso raffinato nella composizione e nel disegno visivo.
Nel prologo e nell’epilogo l’immaginario da Kabaret espone i corpi alla ribalta come in una dichiarazione: niente consolazione, solo presenza. L’impressione finale è quella di un lavoro che sa bene cosa vuole dire, ma che non sempre riesce a trasformarlo in esperienza. Quando accade, accade per contagio: è la passione di Tindaro Granata a dare ossigeno alla macchina e a ricordare che, a teatro, la lucidità non basta.
Il malato immaginario (Sala Umberto, Roma) – dal 27 gennaio al 1° febbraio 2026 | con Tindaro Granata, Lucia Lavia, Angelo Di Genio, Emanuele Arrigazzi, Alessia Spinelli, Nicola Ciaffoni, Emilia Tiburzi, Ottavia Sanfilippo | regia Andrea Chiodi | produzione Centro Teatrale Bresciano, in coproduzione con LAC Lugano Arte e Cultura e Viola Produzioni – Centro di Produzione Teatrale