La resistenza si è fatta quotidiana. Il caso di Hasti Diyè, docente
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La resistenza si è fatta quotidiana. Il caso di Hasti Diyè, docente

In un paese dove la paura è aria che si respira, resistere non significa più scendere in piazza. Significa prendersi cura di chi ti sta accanto, restare umani, nonostante tutto.

La resistenza si è fatta quotidiana. Il caso di Hasti Diyè, docente
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31 Gennaio 2026 - 13.38 Culture


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di Lorenzo Lazzeri

Una società sospesa, costretta a un’inerzia che non ha scelto: così Hasti Diyè, docente iraniana arrestata più volte e tornata comunque in patria per non abbandonare la sua famiglia, descrive il paese in cui è cresciuta. Intervistata dall’ANSA, Diyè descrive un Iran dove speranza e pianificazione sono lussi scomparsi. Si vive rimandando, aggrappandosi a gesti minimi. Per una popolazione stretta tra repressione e fantasmi di guerra, fingere normalità è l’unico modo per non cedere.

Nessun eroismo da raccontare. La solidarietà si è fatta minimale: prendersi cura di sé e di chi sta vicino, proteggere quel poco di tessuto sociale che resta. Diyè la chiama “resistenza invisibile”, fatta di mutuo soccorso psicologico, lontana anni luce dalle piazze gremite del passato. Quello che racconta Diyè trova eco nei rapporti internazionali. Alla fine del 2025 la crisi economica — milioni di iraniani in povertà assoluta — ha fatto esplodere le proteste. Centinaia di migliaia in piazza. La risposta: manganelli, spari, e Internet spento per impedire al mondo di vedere il boia in azione.

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L’8 e 9 gennaio 2026, al culmine della violenza, il bilancio ammonterebbe a decine di migliaia di morti in più città. Numeri impossibili da confermare con certezza, ma che diverse organizzazioni internazionali considerano plausibili sulla base di indagini e di quanto già visto in passato. C’è poi l’assedio economico. Inflazione vertiginosa, rial che affonda, servizi sempre più rari. Pensare al domani è un lusso scomparso. Gli iraniani vivono alla giornata, arrangiandosi tra economia sommersa e solidarietà di quartiere. L’isolamento – economico, psicologico – e l’impoverimento generano nuove fragilità. Il regime le maschera con retorica di stabilità, mentre censura e silenziamento dei media impongono una “normalizzazione forzata”. Dall’altra parte, la gente cerca di costruire una quotidianità dignitosa, umana: il contrasto non potrebbe essere più netto.

Alle pressioni interne si sommano quelle esterne. Le tensioni con gli Stati Uniti e l’Occidente alimentano un clima di guerra psicologica: meno visibile nel quotidiano, ma che rafforza la sensazione di accerchiamento e toglie fiato a qualsiasi progetto per il futuro. “Eppure, in mezzo a questa duplice pressione, gran parte della società sta facendo qualcosa che spesso passa inosservato: si sforza di resistere. Non solo per sopravvivere, ma per preservare un livello minimo di salute mentale, relazioni e solidarietà. Aiutandosi a vicenda, non lasciandosi soli e prendendosi cura di ciò che resta dell’essere umano. Queste azioni non sono né eroiche né performative, ma impediscono alla società di crollare completamente. In un contesto in cui l’insicurezza è diventata la norma, questi sforzi quotidiani per stare bene e stare insieme rappresentano la vera forma di resistenza sociale” commenta la docente.

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