di Chiara Monti e Christopher Catania
La trattazione mediatica del ciclone Harry permette di indagare un fenomeno più ampio entro cui si inscrive: la tendenza a raccontare gli eventi estremi come episodi isolati, eccezionali e imprevedibili, piuttosto che come una diretta manifestazione del cambiamento climatico. Anche nel caso di Harry la narrazione prevalente ha privilegiato la dimensione dell’emergenza e dell’anomalia, rafforzando l’idea di un evento fuori norma invece di collocarlo all’interno della trasformazione ambientale in corso. Un approccio che contribuisce alla percezione frammentata del fenomeno, in cui la straordinarietà dell’evento oscura la continuità del processo climatico che lo rende possibile.
Nel nostro paese, è sempre bene ricordarlo, sono invece plurimi i segnali del cambiamento climatico. Negli ultimi anni in Italia è stata ad esempio registrata un’intensificazione delle ondate di calore, con temperature record superiori ai 48°C in Sicilia e una serie di alluvioni devastanti, come quella che ha colpito l’Emilia-Romagna nel 2023 causando 17 morti e danni per oltre 10 miliardi di euro. A questi fenomeni si affianca poi la cosiddetta tropicalizzazione del Mediterraneo: il riscaldamento dei mari favorisce cicloni più violenti, precipitazioni concentrate e tempeste improvvise, alterando equilibri climatici ed ecosistemi locali. E l’erosione costiera accelera a causa dell’innalzamento del livello del mare e delle mareggiate sempre più frequenti, mettendo a rischio infrastrutture e habitat naturali. Secondo l’Osservatorio Città Clima di Legambiente, nel 2023 in Italia si sono verificati 378 eventi estremi, con un aumento del 22% rispetto all’anno precedente. Gli stessi dati indicano che la frequenza di questi fenomeni è cresciuta di almeno sei volte nell’ultimo decennio, tra ondate di calore, piogge torrenziali e periodi di siccità sempre più intensi. L’aumento delle temperature e delle precipitazioni favorisce inoltre frane e smottamenti, esponendo territori montani e collinari a rischi crescenti.
La copertura giornalistica del ciclone Harry appare limitata e poco approfondita nell’affrontare tali questioni. Questo, infatti, ha di certo generato più dibattiti ma non quello legato alle concause dello stesso e di eventi simili. L’analisi delle principali testate mostra una trattazione prevalentemente episodica. La Repubblica ha pubblicato cinque articoli: quattro dedicati alla cronaca e alla gestione dell’emergenza e uno solo esplicitamente orientato al collegamento con il cambiamento climatico. In questo Matteo Leonardi, cofondatore di Ecco, sottolinea la distanza tra gestione emergenziale e prevenzione, evidenziando il ritardo nell’attuazione del Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici (PNACC).
Anche Legambiente denuncia l’imperante dinamica dell’inseguimento delle emergenze, mentre i danni economici crescono costantemente. Lo stesso articolo fa riferimento a uno studio di attribuzione climatica del progetto ClimaMeter, che indica come cicloni simili a Harry risultino oggi fino al 15% più intensi rispetto alla seconda metà del Novecento. Il Sole 24 Ore ha dedicato sei articoli, concentrandosi soprattutto sugli impatti economici e infrastrutturali, mentre il Corriere della Sera, con quattro articoli, ha mantenuto una linea analoga, privilegiando aggiornamenti e cronaca. Su un totale di 16 articoli analizzati, solo uno delinea un collegamento diretto tra il ciclone e il cambiamento climatico. L’evento viene così raccontato come un episodio contingente più che come parte di una tendenza.
Una rappresentazione che non è neutrale e priva di conseguenze. Raccontare gli eventi estremi come anomalie isolate significa, implicitamente, rassicurare: se ogni disastro è un’eccezione, allora non esiste un problema effettivo da affrontare. Ma i dati mostrano l’opposto. La ripetizione sempre più ravvicinata di fenomeni violenti suggerisce che quanto definito “straordinario” sta diventando la nuova normalità. Il punto della questione non riguarda solo il ciclone Harry, ma il modo in cui scegliamo di interpretare questi segnali. Se i media continuano a privilegiare la cronaca dell’emergenza rispetto alla spiegazione delle cause, il pubblico viene privato degli strumenti per comprendere la portata del cambiamento in atto. Ignorare il legame tra eventi estremi e crisi climatica non rende il problema meno reale, ma solo meno visibile. E ciò che resta invisibile difficilmente diventa una priorità collettiva. La sfida, quindi, non è solo ambientale ma culturale: trasformare la percezione dell’emergenza in consapevolezza condivisa.