A Venezia una mostra delle opere di Gianni Berengo Gardin, il maestro del bianco e nero
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A Venezia una mostra delle opere di Gianni Berengo Gardin, il maestro del bianco e nero

L’esposizione sarà visitabile a ingresso gratuito fino al 30 giugno 2026

A Venezia una mostra delle opere di Gianni Berengo Gardin, il maestro del bianco e nero
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1 Marzo 2026 - 16.45 Culture


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Si è aperta con un omaggio a uno dei suoi più grandi narratori la nuova stagione della Fondazione di Venezia. E’ iniziata nella giornata di venerdì, 27 febbraio, la mostra “Gianni Berengo Gardin. La Venezia del maestro del bianco e nero”, che riunisce ben trentaquattro opere di uno dei più illustri maestri della fotografia del nostro Paese.

L’esposizione è una vera e propria sequenza di immagini mai esposta prima, nata da una straordinaria coincidenza biografica e letteraria. Infatti, ospite dell’amico Renato Padoan a Palazzo Bollani, Berengo Gardin scoprì che proprio in quelle stanze aveva vissuto Pietro Aretino, l’intellettuale rinascimentale che nel 1537 descrisse il transito sul Canal Grande.

Posizionandosi davanti alla stessa finestra, il fotografo decise di guardare con i propri occhi ciò che aveva visto l’Aretino alcuni secoli prima, come se la presenza del poeta lo guidasse, suggerendogli in quali angoli posare il suo obiettivo, quali gesti cogliere e quali silenzi rispettare.

Nelle opere convivono dunque gli sguardi di due personalità appartenenti a epoche diverse, ma poste in dialogo, attraverso i secoli che le separano, dalle meraviglie che si possono ammirare fuori da quella finestra. A partire dalle architetture che, immutate, lasciano ai mezzi il ruolo di cambiare i gesti della vita quotidiana.

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E poi ci sono i motoscafi al posto delle barche a remi, la Regata storica, i matrimoni, la Pescheria e il Ponte di Rialto all’epoca di legno. Ogni immagine di Berengo Gardin è un frammento di storia che tesse un dialogo con la voce dello scrittore rinascimentale, restituendo agli osservatori Venezia come un luogo vivo, stratificato e capace ancora di sorprendere chi sa guardare. Ciò che rimane è l’essenza di una veduta che continua a raccontare persone, mestieri e bellezza in un unico territorio.

La mostra assume anche il valore di un tributo, a sei mesi dalla scomparsa del fotografo, avvenuta il 6 agosto del 2025. Il suo legame con la Fondazione del capoluogo veneto si era consolidato nel 2021, con la donazione di trentasei stampe in bianco e nero, parte del progetto “La più gioconda veduta del mondo”, che oggi è parte integrante nella collezione permanente dell’ente.

A margine dell’apertura della mostra Giovanni Dell’Olivo, Direttore Generale della Fondazione di Venezia, ha dichiarato: “Questa esposizione è prima di tutto un omaggio a Gianni Berengo Gardin, uno dei più grandi interpreti della fotografia italiana e internazionale, capace di raccontare senza stereotipi l’anima dei luoghi e delle persone”.

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E ha aggiunto il Direttore: “Attraverso lo sguardo di Berengo Gardin osserviamo Venezia nella sua interezza, con le sue sfide e i suoi problemi, ma anche nella sua straordinaria unicità, da cui sfociano le grandi opportunità che la città ha davanti e che dovrà saper cogliere”.

E ha concluso Dell’Olivo: “È una sfida che riguarda tutti, e che si può vincere in un solo modo: lavorando in sinergia e facendo rete. In questa nuova stagione che celebriamo oggi, la Fondazione si candida a essere sempre di più il perno strategico di questa rete”.

D’altronde, l’impegno civile e sociale è stato l’elemento distintivo dei lavori di Berengo Gardin: una fotografia che ha saputo essere denuncia, riuscendo però a non rinunciare mai alla grazia dell’ordinario.

In mostra è presente anche il celebre “bacio rubato” sotto i portici di Piazza San Marco, immagine simbolo di una poetica capace di cogliere l’attimo con discrezione, sottraendolo alla retorica. 

A sottolineare la statura dell’autore ci ha pensato il curatore Denis Curti, che ha affermato: “Mostrare le immagini di Gianni Berengo Gardin significa occuparsi di disciplina dello sguardo. Lunghi e approfonditi reportage, come Morire di classe o Dentro le case, collaborazioni con istituzioni prestigiose come il Touring Club e aziende come Olivetti”.

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E ha concluso Curti: “La sua lunga carriera è costruita sui temi dell’impegno sociale ed etico. Alle sue spalle quasi 300 libri e oltre 200 mostre. Numeri che ben restituiscono il peso specifico di uno dei più noti e rappresentativi personaggi della fotografia italiana”.

Insomma, la città di Venezia ha deciso celebrare uno dei massimi maestri dello “scatto”, che ha fatto del bianco e nero una scelta estetica e morale.

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