di Vittoria Calabrese
Ho pensato molto a come scrivere questo articolo, a come iniziarlo e a come portare avanti le mie tesi senza essere troppo di parte, ma c’è solo un problema: sono di parte.
Se pensassimo alla questione della parità di genere come un territorio, probabilmente sarebbe diviso da una barricata che separa uomini e donne, e io sto proprio nella seconda parte: quella delle donne celebrate proprio in questo periodo in occasione dell’8 marzo. Il problema però è che questa visione è, sotto tutti i punti di vista, del tutto sbagliata.
Non mi sono mai sottratta al confronto con le persone, e nello specifico con gli uomini, per quanto riguarda la parità di genere e gli stili di vita, completamente diversi, che i due sessi portano avanti (per questioni prevalentemente sociali e non biologiche che determinano scelte influenti nella quotidianità delle persone). Tante volte però mi è sembrato di essere, senza volerlo, in una discussione per determinare la supremazia di uno o dell’altro sesso.
Le donne chiedono giustamente un cambiamento che parta sia dal basso che dall’alto ma gli uomini si sentono attaccati e si nascondono dietro a un dito che suona tipo: “io non ho mai fatto del male ad una donna, non siamo tutti dei mostri” al grido di “le femministe sono tutte matte”.
E allora eccomi qui a cercare di capire come affrontare la questione: dati numerici? Spesso rimangono sterili e non mi sembra corretto ridurre le vite di tante persone in numeri che non hanno voce e volto. Raccontare qualche mia esperienza personale? Fino ad ora ho vissuto solo “normalità”, ma una normalità che riguarda solo una fetta di popolazione e ne esclude un’altra.
Ho notato però che le modalità in cui si parla delle disuguaglianze di genere in qualche modo evita spesso il centro del discorso. Non crea mai reazioni profonde in chi, per fortuna, alcuni problemi non li vivrà mai.
Molti uomini non dovranno mai fare i conti con le molestie che iniziano, per le donne, sin da quando sono bambine, molti ragazzi non sapranno mai cosa vuol dire la mano di uno sconosciuto sul tuo corpo, ovviamente non richiesta o desiderata. Molti uomini non sapranno mai cosa vuol dire l’infantilizzazione nelle più banali azioni quotidiane come fare la spesa e sentirsi dire dal cassiere “complimenti, sei stata bravissima” dopo aver sollevato il carrello. Questa frase sarebbe stata detta ad un uomo? Chiedetevelo più spesso e se la risposta è ‘no’, probabilmente avete appena smascherato uno stereotipo di genere.
Qui il punto non è che qualcuno (per la stragrande maggioranza uomini) non sappia cosa vogliono dire tutte queste cose, il punto è che qualcun altro tutto questo lo conosce molto bene e il qualcuno in questione raccoglie una grande fetta della popolazione di genere femminile.
Sono comportamenti che vengono interiorizzati da bambine – che io ho interiorizzato e di cui adesso mi rendo conto – e per la quale molto presto e molto spesso si mette in atto un sistema di auto-tutela che porta a modificare i comportamenti quotidiani.
Evitare di percorrere certi tratti di strada da sola la sera, tornare a casa in videochiamata con le amiche o farsi accompagnare, la diffusa mancanza di fiducia che porta a condividere la posizione satellitare in tempo reale durante un appuntamento. Probabilmente verrai etichettata come esagerata ma dall’altro lato ci sarà sempre qualcuno a dirti che se è successo qualcosa si grave te la sei cercata e potevi tutelarti di più.
I comportamenti interiorizzati derivano anche dal fatto che atteggiamenti del genere nei confronti delle donne non sono nati ieri, ma li ho visti coinvolgere donne più grandi di me e bambine intorno a me. Mentre io stavo cercando di diventare adulta si consolidava sempre di più in me la consapevolezza che avrei dovuto sapere come difendermi.
Quando cresci però le paure cambiano e si evolvono insieme a te, e adesso che sono in una terra di mezzo che mi avvicina sempre di più all’età adulta e al mondo del lavoro ho paura che il mio valore sia sempre messo in discussione solo perché donna, o di dover scegliere tra lavoro e famiglia, o di avere sempre qualcosa da dover dimostrare. Ho paura di dover sempre tenere tutto in equilibrio sotto l’occhio attento degli altri pronti a segnare ogni passo falso perché alle donne non è concesso errore.
Ho paura che le generazioni dopo di me interiorizzino a loro volta il “culto della tutela” e questo non è giusto, significa fallire una missione che da oggi voglio tenere sempre bene a mente: non un passo indietro.
Non voglio più cambiare strada, non voglio più provare vergogna, non voglio cambiare panchina dove sono seduta solo perché qualcuno sta approfittando di un sistema che ha autorizzato gli uomini a disporre del corpo e dell’essere femminile a proprio piacimento. È una piccola lotta quotidiana per riappropriarsi del diritto di vivere serenamente e per dimostrare alle prossime generazioni che il tempo di fuggire è finito.
Questa è solo una piccola parte della quotidianità e delle paure che io, come tante altre ragazze e donne, vivo ogni giorno. Noi possiamo imparare a riconoscere e gestire questi eventi. Possiamo essere convinte di reagire in un certo modo alla prossima molestia, possiamo essere più consapevoli, ma non sarà possibile migliorare la realtà senza un coinvolgimento concreto degli uomini che non sono nemici ma compagni fondamentali per il raggiungimento di una serenità condivisa.
Se penso alla questione della parità di genere come a un territorio lo immagino diviso da un fiume, e sopra al fiume vedo un ponte perché le differenze esistono è vero ed è una questione anche biologica, ma non è detto che queste differenze debbano per forza creare distanza. Quanto possiamo imparare dalle differenze? Quanti ponti possono essere costruiti se ognuno di noi mette a disposizione la propria differenza per creare dialogo?
