di Francesco Tunda
Come un guida del Touring faccio, per i lettori, un rapido viaggio in Italia per segnalare e raccontare i riti pasquali. Quelli veri, quelli che mantengono un forte legame con la tradizione e evitano perciò i richiami folcloristici del turismo di massa. Consigli tanto più utili in quanto tutte le tradizioni popolari stanno mutando sotto il peso di una logica che ricolloca tutto in base ai desideri imposti dal mondo dei consumi.
Dovendo fare questo viaggio userò la maestria della guida turistica e anche la curiosità del giornalista, rovesciando lo stivale. Partirei dal Sud, dove la ritualità ha ancora un peso con la credenza popolare che continua a alimentarlo. Il rito della Pasqua è un’espressione di fede che si contamina con il sociale e con ciò che ci tramanda il mondo antico: il saluto allo sbocciar della primavera, al rifiorir della natura.
Leonardo Sciascia, isolano fin dentro l’anima, lo aveva colto nella “Corda pazza”, dove scriveva che in Sicilia, queste feste, erano “tutto”, un’esplosione esistenziale collettiva il cui confine “non poteva essere segnato in alcun modo dal perimetro religioso”. Questa verità si riscontra appieno nei “Misteri” che si celebrano a Trapani: possenti sculture della Passione, portate a spalla dai peccatori, che sono accompagnate da bande musicali e da un popolo ora triste ora festoso. Si muovono il primo pomeriggio del venerdì e finiscono il Sabato Santo.
Processioni simili si volgono in tutto il Paese a partire dalla Via Crucis del Venerdì Santo a Roma, guidata dal Papa. Quest’anno avrà l’aspro sapore di una dolorosa salita al Calvario, viste le guerre che insanguinano il mondo. Ma è nel Sud che i riti si moltiplicano interessando anche tanti piccoli centri: sempre in Sicilia è obbligo seguire la processione lenta e soppesata in ogni movenza che si svolge a Noto mentre in Calabria e in Basilicata, come a Matera tra i suoi sassi, o in Puglia, a Taranto in particolare, dove rimane alto il gusto del travestimento e della rappresentazione.
Ma anche al Nord: a Vercelli dove la processione avanza con macchine da scena; a Mantova dove il venerdì aprono ed espongono i Sacri Vasi, contenenti la reliquia del Preziosissimo Sangue; in Emilia-Romagna dove la “Via Crucis” di Frassinoro è vivente. In Umbria come non pensare ad Assisi (la nota Scavigliazione), a Gubbio e alla Sacra rappresentazione di Città di Castello? La Sardegna ha una sua specifica peculiarità: la Settimana Santa di Iglesias, che culmina nella processione notturna nella sera del Venerdì Santo, quando va in scena un pomposo corteo funebre di derivazione spagnola e barocca, che pare quello di un re.
I riti scandiscono i tempi della Settimana Santa che è lunga. Giovedì, i Sepolcri e il lavaggio dei Piedi ai diseredati e ai peccatori. Venerdì, le solenni processioni del Cristo morto. Ogni paese del bel Paese ne ha una propria, caratteristica. Ricordo quella del mio paese, sull’Amiata, dove si mescolavano gli ignari agnellini con i bambini-angeli con le ali di cartapesta e le dolenti donne con scialli neri e voci acute insistenti nell’intonare il perdono per le loro colpe: “Gesù mio, perdon, pietà.” In molti casi questi riti sono scomparsi e annientanti in una fasulla modernità; in altri casi le stesse processioni sono diventate una sorta di pre-aperitivo. Poi di corsa tutti insieme a cenare, nel ristorante.
Il Sabato, in questa sequenza rituale, è il giorno che sembra avere minor peso. Per la tradizione è il giorno del Limite tra la Morte e la Vita, tra la Passione e la Rinascita, sia religiosa sia naturale. Si sciolgono le campane, si portano le uova e il pane a benedire, ci si prepara in ogni casa alla messa della Resurrezione al conseguente ricco pranzo pasquale.
Questa gioia preparata, attesa, come s’attende la primavera, esplode poi la Domenica mattina quando si celebrano alcuni dei riti più affascinanti: la “A Maronna Vasa Vasa” a Modica che è del tutto simile a quella che svolge ad Aragona, “L’incontro pasquale”, dove il nome del rito cambia mantenendo la stessa sostanza: la Madonna che piangendo corre incontro per una, due, tre volte al Figlio e, solo al terzo bacio, il velo nero della morte cade a terra in mezzo all’esplosione di gioia del paese.
Ad Aragona, altra cittadina siciliana, sono San Pietro e San Paolo d avere un ruolo decisivo per permettere il ricongiungimento. Cristo è davvero risorto e che la Pasqua sia festeggiata come si deve. È mezzogiorno. Botti. Fanfare. Festa. Famiglia. Agnello. Cannoli. Pisolino.
Il lunedì dell’Angelo la Pasqua diventa Pasquetta. Il diminutivo ci dice che la festa da rito cristiano si trasforma in rito che affonda le sue origini nelle arcaiche pratiche divinatorie. E’la Primavera che vice la sua battaglia contro l’inverno. E’ la gita nei campi in fiore. E’ la “bruciata” o la porchetta con gli amici, magari con cacio e baccelli. E’ la Pasquetta che allontana definitivamente il dolore della morte ed esalta la vita.
