di Christopher Catania
C’e aria di cambiamenti per Dolce & Gabbana, infatti il co-fondatore Stefano Gabbana lascia la presidenza nelle società “Dolce & Gabbana Holding Srl, Dolce & Gabbana Trademarks Srl e Dolce & Gabbana Srl”. Questa decisione arriva in un momento delicato per il gruppo, segnato da tensioni finanziarie e trasformazioni del mercato del lusso
La casa di moda milanese, simbolo globale della dolce vita e celebre per l’estetica seduttiva delle sue fragranze, si trova oggi a gestire debiti che ammontano a circa 450 milioni di euro. Secondo quanto riporta Vanityfair Bloomberg sostiene che Dolce&Gabbana stesse negoziando un rifinanziamento di circa 300 milioni di euro del proprio debito, con scadenza fissata a febbraio 2030. Nell’ambito di queste discussioni, era prevista anche la possibilità di ottenere ulteriori 150 milioni di euro dai finanziatori, destinati a sostenere l’espansione nel comparto beauty, che continua a rappresentare un elemento positivo grazie al suo andamento in crescita.
Il nuovo co-ceo della maison è Stefano Cantino: lo ha annunciato Alfonso Dolce presidente e amministratore delegato del gruppo. Laureato in Scienze Politiche presso l’Università di Torino, Cantino è entrato in Dolce & Gabbana dopo aver accumulato esperienze professionali in realtà come Prada, Louis Vuitton e Gucci, dove ha assunto incarichi di responsabilità sempre più elevata a livello globale in diversi settori, tra cui quello commerciale, la comunicazione, il marketing e corporate, fino ad arrivare a ricoprire posizioni apicali, tra cui quella di Chief Executive Officer.
Riguardando al passato il marchio prende vita nel 1984 con la prima sfilata alla Milano Fashion Week; l’anno successivo viene presentata la seconda collezione, intitolata “Real Women”, pensata per celebrare la donna comune, tanto che come modelle furono scelte alcune loro amiche. Le origini di Domenico Dolce, nato a Polizzi Generosa, in provincia di Palermo, diventano un elemento distintivo dello stile della casa di moda: l’influenza del cinema italiano degli anni ’40 e ’50 e di figure femminili del neorealismo, sensuali ma allo stesso tempo severe, come Anna Magnani, rappresentano una fonte d’ispirazione costante per le collezioni. Questo forte legame con un immaginario culturale riconoscibile ha contribuito al successo del marchio, ma allo stesso tempo lo espone maggiormente.
È in questo contesto che prende forma quello che la stampa ha definito “abito siciliano”: un capo ispirato alla sottoveste, caratterizzato da una scollatura essenziale e da una linea aderente che non scende in modo rigido, ma si stringe in vita per poi aprirsi, mettendo in risalto i fianchi e garantendo fluidità nei movimenti. Questo abito viene rivisitato e attualizzato a ogni stagione, diventando nel tempo un’icona rappresentativa della maison.
Nel corso della lunga carriera della maison, però, non sono mancati problemi e scandali che hanno fatto tremare i vertici della società, come quello del 2018 legato a una campagna pubblicitaria studiata per promuovere una sfilata a Shanghai. In quell’occasione il marchio italiano venne accusato di razzismo e sessismo: nei tre video incriminati si vede una modella cinese assaggiare per la prima volta un pezzo di pizza, un piatto di spaghetti e infine un cannolo, utilizzando le bacchette, il tutto arricchito da stereotipi con cui il mondo occidentale guarda alla Cina, come musiche tradizionali e decorazioni. Nel video con il cannolo, inoltre, una voce fuori campo chiede alla modella se le dimensioni del dolce fossero troppo grandi per i suoi gusti. Tutto questo portò a un boicottaggio: il marchio si ritrovò escluso da diverse piattaforme di e-commerce cinesi.
E questo, più che un semplice cambio al vertice, sembra l’ennesimo tentativo di mettere ordine in una casa che da tempo vive di contrasti: da un lato l’immagine scintillante della dolce vita, dall’altro una gestione finanziaria che racconta una storia meno glamour. L’uscita di Stefano Gabbana dalla presidenza delle principali società del gruppo non suona tanto come una scelta strategica quanto come un segnale di assestamento, forse necessario, ma tardivo.