Ripensare la materialità dell'IA nell'era dell'antropocentrismo

L'intelligenza artificiale è un apparato socio-tecnico la cui narrazione è il più delle volte egemonica, il mito del "capitalismo immateriale" ne è un esempio. In realtà è estremamente materiale, non è mai neutrale, e ha un forte impatto sull'ambiente. Analizziamo questo fenomeno con le lenti dell'antropologia e dei media studies, tratteggiando il rapporto che dovremmo avere con la natura.

Ripensare la materialità dell'IA nell'era dell'antropocentrismo
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5 Giugno 2026 - 17.01 Culture


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di Giada Zona

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“Questa è l’acqua potabile della contea di Morgan in Georgia dopo la costruzione di un data center di Meta. L’unica differenza tra l’acqua pulita e l’acqua sporca è quel data center”. E’ questa la frase pronunciata dalla deputata democratica Alexandria Ocasio-Cortez, mostrando due barattoli pieni di acqua sporca. Eppure continuiamo a pensare che la tecnologia sia immateriale.

L’antropocentrismo è ormai un imperativo nella società occidentale dove regna ancora una visione estrattivista delle risorse naturali, fortemente abbracciata dai proprietari delle tecnologie. Se iniziassimo a considerare la natura come un attore non umano all’interno della nostra rete socio-tecnica probabilmente non saremmo di fronte a questi fenomeni. A suggerirci questa direzione è Bruno Latour: la natura, e in generale gli attori non umani, hanno un’agency non perché dotati di capacità razionali, ma perché modificano l’agency umana, hanno un potere trasformativo su di noi e sul nostro agire. È ciò che li rende degli agenti della rete in cui siamo immersi.

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La prospettiva latouriana è oggi prioritaria. “Costo ambientale del consumo energetico dell’IA: impronta di carbonio, acqua e suolo” è il titolo del report pubblicato dall’Onu che mette al centro l’infrastruttura materiale dell’IA, sostenendo come entro il 2030 arriverà a consumare una quantità di acqua equivalente al fabbisogno di 1,3 milioni di persone e 945 terawattora di elettricità. Si tratta del doppio di quella usata da 650 milioni di persone che abitano tra Pakistan, Bangladesh e Nigeria. Un chiaro esempio di antropocentrismo. Kaveh Madani, direttore dell’Istituto per l’acqua, ambiente e salute dell’Università delle Nazioni Unite, e alla guida del gruppo di ricerca, ha sostenuto che “questo rapporto non è un’accusa contro l’IA, una trasformazione tecnologica che sta migliorando la vita di miliardi di persone in tutto il mondo, ma un appello a un suo utilizzo responsabile e ad affrontare in modo proattivo i suoi impatti indesiderati, per renderla sostenibile ed equa”.

È sempre più evidente che il capitalismo digitale è fortemente materiale. La neutralità e l’immaterialità delle tecnologie è una credenza piuttosto comune, ampiamente condivisa e rivendicata in seguito alla diffusione di discorsi egemonici che tendono a nascondere le infrastrutture su cui si basano, tacendo inoltre sulle varie forme di sfruttamento subite dai data workers o dai moderatori di contenuti. Dovremmo invece tentare di rovesciare i discorsi, intesi in termini foucaultiani come modi di costruire un unico modello di realtà, e vedere l’IA come un apparato socio-tecnico, ovvero come il risultato delle relazioni tra attori umani e non umani.

Chi decide di costruire data center? Chi ha il potere decisionale? Quali valori incarnano queste costruzioni? Chi ha il controllo geopolitico? Questi sono solo alcuni degli interrogativi di campi di studio in piena evoluzione. Jussi Perrika, riprendendo la teoria di McLuhan per cui i media sono l’estensione dell’uomo, sostiene che in realtà i media siano l’estensione della terra: se le risorse naturali hanno bisogno di migliaia di anni per riprodursi, una volta estratte vengono utilizzate per creare le nostre tecnologie che tendono a funzionare solo per alcuni anni. Altro esempio di come la natura venga completamente ignorata e sfruttata.

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La ricerca dell’ONU si è inoltre soffermata su alcuni casi di studio come quello irlandese, nazione in cui si sono installati molti data center che nel 2023 hanno consumato il 21% dell’elettricità totale, o quello uruguaiano, dove la realizzazione di data center si è sovrapposta alla siccità del 2023 che ha reso l’acqua del rubinetto non potabile. L’IA ha evidenti impatti sia sull’ambiente sia sul consumo di acqua, necessaria per raffreddare i server. Gli studiosi ribadiscono l’esigenza di un intervento politico a livello mondiale per creare un “ecosistema di IA responsabile” che garantisca il benessere dell’ambiente.

Ma come intervenire? Una lezione importante proviene dall’antropologo contemporaneo Andrea Staid che, focalizzandosi sulla costruzione e sul valore simbolico attribuito allo spazio, ci suggerisce di considerare gli attori non umani come esseri viventi che non sono certamente più importanti degli umani. Con questi dovremmo instaurare una relazione perché co-abitiamo lo spazio dove non vi sono gerarchie di importanza. Tutti siamo attori della rete. Potremmo prendere spunto dalla Nuova Zelanda, che con una legge ha conferito soggettività giuridica al monte Taranaki, considerato dalla comunità maori come un loro antenato. Estremamente affascinante: ma siamo pronti a superare il binarismo umano / non umano ?

Altri studi hanno dimostrato come la costruzione di data center richieda un’altra prospettiva progettuale che consideri non solo il benessere e la soddisfazione del singolo utente ma anche l’intera comunità; in questo modo, la progettazione non sarebbe definita dall’alto, bensì richiederebbe una collaborazione orizzontale basata sul consenso e sul rispetto dei territori altrui. Il 27 aprile l’ambientalista Erin Brockovich ha dato inizio ad un progetto che mira a individuare i data center negli Stati Uniti, poiché sostiene che da molto tempo vengano costruiti senza consultare le comunità. In circa un mese questo progetto conta più di 3000 segnalazioni.

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Il problema, dunque, non è che l’intelligenza artificiale ci sostituirà al lavoro, farà scomparire gli artisti o diventerà più intelligente di noi. Urge invece affrontare il fatto che siamo di fronte ad asimmetrie di potere, all’estrazione di dati, allo sfruttamento del lavoro umano e della terra e ad un sistema estremamente opaco. L’intelligenza artificiale e tutte le tecnologie hanno bisogno di data center, cavi sottomarini, moderatori di contenuti e data workers per esistere. Ma di questo ancora non ne sentiamo parlare abbastanza.

Si tratta di sistemi che hanno bisogno di chi sta ai margini per sopravvivere; è una narrazione scomoda, che mette certamente in imbarazzo chi rivendica di offrire ottimi servizi e si vanta delle proprie innovazioni. Parlarne è innanzitutto un dovere morale che quantomeno restituirebbe dignità ai diversi lavoratori che continuano a rimanere invisibili, anche nel discorso pubblico, e aprirebbe nuove prospettive d’azione. Intervenire con delle forme di regolamentazione politica è più che mai necessario.

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