di Alessia de Antoniis
Mentre il mondo celebra le Olimpiadi Invernali Milano-Cortina, a Roma, nella sede dell’Ambasciata di Palestina in Italia, lo sport viene sottratto alla retorica e restituito alla realtà. «Chiediamo ai media di mostrare la verità senza scuse per l’oppressore», esordisce l’ambasciatrice palestinese, aprendo una conferenza stampa che è insieme testimonianza e accusa: in Palestina lo sport non è un settore autonomo della vita civile, ma uno dei primi bersagli dell’occupazione.
A guidare la delegazione è Jibril Rjoub, presidente del Comitato Olimpico Palestinese e della Federazione calcistica. La frase che sceglie come cornice è un paradosso che diventa chiave politica:
«Lo sport non ha nulla a che vedere con la politica. È la politica che deve essere gestita con i valori e lo spirito dello sport».
Detta così, non è un invito alla neutralità, ma una richiesta di coerenza: se davvero lo sport si fonda su regole comuni, allora quelle regole devono valere per tutti.
“Un’occupazione fascista”: quando colpire lo sport diventa agenda
Rjoub descrive la condizione palestinese con parole che non cercano mediazioni. Parla di “un’occupazione fascista che non ha uguali nella storia”, di un governo israeliano che “non riconosce la nostra esistenza”, e dice che colpire lo sport palestinese è “il primo punto della loro agenda”: bloccare attività, impedire trasferte, spezzare i movimenti tra Gaza e Cisgiordania, rendere la partecipazione internazionale un percorso a ostacoli.
Poi dichiara di voler parlare “soltanto di sport” e passa ai fatti: a Gaza — afferma — le strutture sportive erano “i primi obiettivi”. Cita 289 centri sportivi, incluso lo stadio di Yarmouk, e sostiene che tutto sia stato reso inutilizzabile per qualunque disciplina. E aggiunge la frase più pesante, quella che sposta il campo semantico dalla guerra allo sterminio: alcune strutture, dice, sarebbero state utilizzate come “campi di concentramento” e centri di detenzione dove i fermati venivano tenuti “in condizioni disumane”.
Nel racconto entra anche l’attacco alle persone: atleti, staff, dirigenti. Rjoub parla di un numero enorme di arresti e cita nomi simbolici del calcio palestinese. Collega la pressione a un risultato immediato e misurabile: il campionato nazionale fermo per la terza stagione consecutiva, le attività paralizzate, gli spostamenti continuamente ostacolati. La normalità sportiva non è interrotta: è sospesa a tempo indeterminato.
Aida: un campetto, un sorriso, una “provocazione”
Se Gaza è la distruzione in grande, Aida (Betlemme – nda) è la microfisica del controllo. Rjoub racconta il campetto del campo profughi come l’unico sfogo per ragazzi e ragazze. Lo definisce “modesto”, ma lo descrive come attivo senza sosta: entrare lì è “come giocare la Coppa del Mondo”. Ed è qui che pronuncia una frase che vale come manifesto della sua lettura: «Se gli israeliani vedono un palestinese ridere, lo considerano una provocazione. A noi è vietato sentirci felici.»
Poi arriva il dettaglio che rende questa storia quasi intollerabile proprio perché concreta: l’erba sintetica. Rjoub dice che il governo cinese ha inviato una lettera annunciando la donazione di quasi 1.000 metri quadrati di erba sintetica per costruire campi destinati a bambini e adolescenti, “come quello di Aida”. E aggiunge che il ministro israeliano ha bloccato la donazione con un diniego formale. La chiosa è brutale: “se potessero bloccare l’ossigeno, lo farebbero”.
L’ambasciatrice Mona Abuamara, cristiana, interviene su un altro punto emerso in quel passaggio — la questione delle terre cristiane — per ribadire che la causa palestinese non è confessionale: non è una guerra religiosa, è una rivendicazione di diritti contro l’occupazione, indipendentemente dalla religione dell’oppresso e dell’oppressore.
“Due pesi e due misure”: il doppio standard nello sport internazionale
Il nodo politico emerge con chiarezza quando Rjoub chiama in causa le istituzioni sportive globali. Rjoub accusa la Federazione calcistica israeliana di violare le norme FIFA, cita club israeliani nei territori occupati inseriti nel sistema ufficiale e denuncia sostegni e finanziamenti che arriverebbero anche in ambito europeo. Parla di razzismo e usa un parallelismo storico violentissimo: dice che certe forme di disuguaglianza ricordano l’Europa degli anni ’40.
Rjoub sostiene che in Israele “non riconoscono l’esistenza dei palestinesi” e, nel rispondere a una domanda sul silenzio internazionale, pronuncia una frase che fa saltare la soglia: cita l’“Olocausto” come crimine contro l’umanità e lo usa per denunciare ciò che definisce un “genocidio” in corso a Gaza, arrivando a parlare di “campi di concentramento” e chiedendo apertamente perché a Gaza non venga permesso l’ingresso ai giornalisti.
Ed è qui che smette di parlare “alla FIFA” in astratto e fa nomi e cognomi. Dice che la domanda sulla coerenza delle regole va posta a Gianni Infantino (FIFA), Thomas Bach (CIO) e Aleksander Čeferin (UEFA): tre vertici che, a suo giudizio, non possono continuare a invocare statuti senza farli valere.
Il punto non è simbolico, ma giuridico: le regole esistono, ma non vengono applicate in modo uguale.
Il confronto con la Russia — bandita rapidamente dalle competizioni internazionali — diventa inevitabile. Perché, si chiede Rjoub, in un caso le sanzioni scattano subito e nell’altro tutto resta sospeso? La sua richiesta è esplicita: “alzare il cartellino rosso”, far rispettare statuti e principi senza eccezioni politiche.
La voce olimpica e il limite del tifo
L’ex nuotatrice olimpica Valerie Tarazi porta un’altra prospettiva. Gareggia regolarmente accanto ad atleti israeliani e rivendica il diritto di tutti a partecipare alle competizioni internazionali. Ma respinge i fischi che hanno accolto la delegazione israeliana: «Nessun atleta dovrebbe essere fischiato: va contro i valori olimpici».
La questione, per lei, non è umiliare l’avversario, ma pretendere che le istituzioni facciano rispettare i diritti.
Giocare per non scomparire
La chiusura emotiva e politica arriva dall’allenatore della Nazionale maschile, Ehab Abu Jazar. Racconta partite affrontate dopo “immagini strazianti”, allenamenti in condizioni straordinarie, una quotidianità che nulla ha di sportivo nel senso tradizionale.
Poi consegna la frase che riassume tutto: «Se ci fermiamo vuol dire che l’occupante ha raggiunto i suoi obiettivi».
Continuare a giocare non è competizione: è esistenza.
Oltre la retorica dei valori
La conferenza stampa palestinese non chiede empatia astratta, ma coerenza concreta. Se lo sport è davvero un diritto umano — come dichiarano Carta Olimpica e statuti internazionali — allora non può essere sospeso per alcuni e garantito ad altri.
Il messaggio che parte da Milano-Cortina è semplice e scomodo:
o le regole valgono per tutti, oppure la neutralità sportiva diventa soltanto un’altra forma di silenzio.
C’è stato un tempo in cui l’Italia veniva percepita come uno dei Paesi europei più vicini alla causa palestinese. Oggi, nel pieno di Milano-Cortina, la domanda torna con una durezza nuova: che cosa resta di quel legame, e che cosa produce, concretamente, nel punto in cui lo sport smette di essere simbolo e diventa diritto?
Ambasciatrice, avete chiesto qualcosa al Governo italiano, o alle istituzioni sportive del Paese, per sostenere lo sport palestinese e proteggere gli atleti? Vi rispondono? E come?
«Proprio domani il presidente del Comitato Olimpico Palestinese avrà un incontro con il Ministro dello Sport, quindi su questo punto siamo in attesa. La richiesta che poniamo, nello sport come in ogni altro ambito, è che vengano rispettati i nostri diritti allo stesso modo di quelli degli altri». Ma il punto, aggiunge, non è una generica solidarietà: è l’applicazione di scelte già dichiarate. «Chiediamo anche che l’Italia dia attuazione a principi e posizioni che ha già riconosciuto: per esempio, sulla questione degli insediamenti nei territori occupati e su ciò che ne deriva. Cose che chiediamo di non riconoscere e di non legittimare. L’Italia ha già espresso una posizione su questi temi: noi chiediamo che venga portata avanti fino in fondo».
E la chiusura, inevitabilmente, si sposta dal campo alle alleanze: «A questo punto molto dipende dal ruolo e dalle responsabilità dell’Italia, soprattutto nel rapporto con Israele, ma anche con gli Stati Uniti». In altre parole: la partita, qui, non è “sportiva”. È politica nel senso più concreto. E lo sport, ancora una volta, è soltanto il punto in cui quella politica si vede.
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