Benedizione delle coppie dello stesso sesso: Francesco ha certificato il pluralismo e la differenza

Francesco ha ascoltato le diverse istanze e ha lasciato liberi i vescovi del mondo di assumersi la responsabilità pastorale di come applicarla.

Benedizione delle coppie dello stesso sesso: Francesco ha certificato il pluralismo e la differenza
Papa Francesco
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padre Antonio Spadaro Modifica articolo

25 Febbraio 2024 - 18.45


Il sottosegretario del Dicastero Vaticano per la Cultura e l’Educazione collabora con Radio 1 per «La finestra su San Pietro», rubrica settimanale di informazione religiosa, in onda ogni domenica a partire dalle 10.55 fino all’Angelus del Pontefice.

Non credo che ci sia bisogno di dimostrare che il nostro mondo abbia bisogno di una «benedizione». Quando si sperimentano le ombre del caos nella vita del mondo o anche nella vita personale sentiamo di averne bisogno.

Approvando una dichiarazione dal titolo «Fiducia supplicans» il Pontefice ha parlato di benedizione. E ha detto che per riceverla non c’è bisogno di passare un esame o di essere in regola con una vita ordinata, né una previa perfezione morale. La benedizione non è un certificato di buona condotta, ma il riconoscimento che si ha bisogno di un aiuto, di una grazia, di essere salvati.

La dichiarazione ha fatto riferimento anche alle coppie in situazioni irregolari e alle coppie dello stesso sesso. Se c’è bisogno di aiuto, si può chiedere una benedizione, e sarebbe un errore rifiutarla.

Dopo questa dichiarazione è accaduto qualcosa di importante nella Chiesa, un altro dei processi che Francesco ha avviato. Si è aperto un grande dibattito sulla come applicare la Dichiarazione. E Francesco ha ascoltato le diverse istanze e ha lasciato liberi i vescovi del mondo di assumersi la responsabilità pastorale di come applicarla.

Chi ha posto obiezioni o domande – che si sia d’accordo o meno – ha certificato che la Chiesa non è un monolite e che c’è bisogno di gradualità, di attesa, di maturazione. Ha insomma, certificato, il pluralismo e la differenza. 

Lo stesso Francesco lo aveva detto alla fine del Sinodo del 2015: aldilà delle questioni dogmatiche ben definite, «quanto sembra normale per un vescovo di un continente, può risultare strano, quasi come uno scandalo – quasi! – per il vescovo di un altro continente; ciò che viene considerato violazione di un diritto in una società, può essere precetto ovvio e intangibile in un’altra; ciò che per alcuni è libertà di coscienza, per altri può essere solo confusione».

Se un tempo una certa latinitas o romanitas costituiva e modellava la formazione dei vescovi – i quali, tra l’altro, capivano almeno un po’ di italiano –, oggi emerge con forza la diversità a ogni livello: mentalità, lingua, approccio alle questioni. E ciò, lungi dall’essere un problema, è una risorsa, perché la comunione ecclesiale si realizza attraverso la vita reale dei popoli e delle culture. In un mondo fratturato come il nostro, è una profezia.

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