Domani a Beirut, dove arriverà in mattinata Leone XIV, ci saranno 1300 giornalisti accreditati. Difficile pensare che i più siano partiti dal’Europa, piuttosto dai Paesi arabi adiacenti, dall’Egitto all’Iraq, e sebbene sia possibile che siano stati scelti tra i giornalisti di famiglia o fede cristiana, i loro lettori, l’audience delle loro stazioni televisive collegate, sarà preminentemente arabo-musulmana. Infatti il suo discorso di pace non sarà rivolto solo al Libano, ma a tutta la regione. Si dice che Leone porterà con sé una lettera intitolata “una pace disarmata e disarmante”. Di certo è la frase più nota del discorso che pronunciò appena eletto pontefice. E sembra la migliore risposta ai venti di guerra che annunciano un secondo round bellico tra Hezbollah e Israele dopo la sua visita.
Come è noto l’esercito libanese ha predisposto un piano per disarmare Hezbollah entro la fine dell’anno, ma le cose non sembrano procedere come avrebbero dovuto, i sequestri di armi compiuti in Siria e diretti ad Hezbollah confermano che l’Iran sta riarmando, o tentando di farlo, la milizia che nel corso quarant’anni ha costruito con enormi finanziamenti sulle sponde del Mediterraneo. Sì è dunque creato un circuito infernale: Hezbollah aveva accettato di disarmare un anno fa, e ciò fu inserito in una risoluzione dell’Onu votata dal Libano che in cambio otteneva la fine dei raid israeliani e l’impegno al ritiro dal Libano. Ma in assenza del disarmo Israele non si ritira completamente e non pone fino ai suoi raid, e in assenza del pieno ritiro Hezbollah non disarma più.
Questa dinamica potrebbe essere spezzata da un vero negoziato tra Libano e Israele, che il Presidente della Repubblica libanese ha proposto dopo molte resistenze ma che Hezbollah ancora non accetta. Il suo segretario generale ha detto che non si tratta con il nemico, senza spiegare però con chi si tratterebbe. Siccome lo statuto del suo partito sancisce che le decisioni politiche vengono preso a Tehran dalla guida suprema della rivoluzione khomeinista è chiaro che molto passa da quei palazzi, più che dagli uffici di Hezbollah, braccio esecutivo di progetti altrui. Ecco perché il pessimismo è diffuso.
Una pace disarmata e disarmante sembra proprio la pace del che desiderano molti libanesi: disarmo di Hezbollah e fine delle azioni armate e degli sconfinamenti israeliani. Ma parlare di pace disarmata e disarmante, se così sarà, non vorrà dire tornare alla deterrenza ma presentare un’altra visione del Mediterraneo, mare di tutti.
Il disegno che dal Libano Hezbollah ha incarnato e portato avanti è stato quello teocratico khomeinista, volto a rifare l’impero persiano fino al Mediterraneo, questa volta conquistando l’islam delle sede califfali di Damasco e Baghdad e il porto di Beirut, agognato sbocco mediterraneo per il suo petrolio.
A questo progetto egemonico cosa si oppone? Alcuni pensano che la sola via per tante etnie, culture e comunità di diverse fedi sia una serie staterelli omogenei, compatti, chiusi. Sarebbe la fine del Libano e la frantumazione di Siria e Iraq.
Un altro progetto è quello che si coglie nelle parole di Leone, cioè una pace disarmata e disarmante. Questa visione rilancia il Libano in crisi, ridà fiato e rianima la sua convivialità islamo-cristiana: un Paese plurale, che indica la strada dell’unità nella pluralità anche agli altri. Dunque l’orizzonte non si stringe, ma si allarga, la pace non solo è disarmata, ma anche disarmante. Questi tre stati a lungo nemici giurati, potrebbero addirittura trovare una nuova relazione amicale, come hanno fatto Francia e Germania in Europa. Perché no? Dunque il Mediterraneo riconnette, non divide, non si chiude.
Il simbolo di questa visione è la città portuale di Beirut. Il ruolo che ha svolto nella storia è questo: ponte interno tra comunità prima in urto tra loro e poi unite nelle richiesta di crescita del porto e degli interscambi rivolte al sultano, dai notabili di tutti le comunità uniti in un testo comune. Così è cominciata la cavalcata nella storia di questa città divenuta in pochi decenni metropoli dopo essere stata fino all’inizio dell’Ottocento un’ insignificante fortificazione marina. Ma Beirut è diventata ciò che è anche come ponte esterno, con l’Europa, con i suoi vascelli, le sue merci, ma anche le sue idee. Beirut è stata la prima città araba con classe operaia sindacalizzata e un vivace ceto medio, questo l’ha resa metropoli araba, mediterranea, occidentalizzata, come scrisse Samir Kassir.
Ecco allora che quello di cui si sente la eco nella visita di papa Leone non è un cristianesimo che si isola, si chiude, che teme, ma un cristianesimo che riscopre l’urgenza di parlare a tutti, di rilanciare la convivialità islamo-cristiana riprogettando il Libano, entrato in crisi, per proporsi come interlocutore-modello ai suoi vicini. Un segnale visionario emerge già ora: il papa sarà ricevuto a Beirut dai cinque patriarchi d’Antiochia. Antiochia però oggi è inesistente, una cittadina turca distrutta dal recente terremoto e dove nessun patriarca da lunghissimo tempo risiede più. Competente per Libano, Siria e Iraq, la nuova Antiochia non diventa Beirut? Una bella sfida per rinnovare le Chiese d’Oriente.
Questa è, o sarebbe una visione che saprebbe sfidare Hezbollah e il suo disegno teocratico, ma non con il vittimismo, la paura del declino, ma con la proposta di un modello a una regione che ha urgente bisogno di una pace disarmata e disarmante.
