La Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani torna a interrogare le Chiese. Il mondo è caotico, e questa ricorrenza non è per addetti ai lavori. È una questione pubblica, nel senso più alto del termine. La domanda è: come portare più unità in questo mondo? Come i cristiani possono contribuire insieme a fare del pianeta Terra un posto migliore?
All’Angelus del 18 gennaio, Papa Leone XIV ha ricordato il tema scelto per il 2026, tratto dalla Lettera agli Efesini: «Un solo corpo e un solo Spirito, come una sola è la speranza a cui siete stati chiamati». Parole semplici, ma molto esigenti. E soprattutto una frase chiave: l’impegno per l’unità dei cristiani deve procedere insieme all’impegno per la pace e per la giustizia nel mondo. La speranza oggi sembra una virtù relegata nei confini dell’utopia.
Qui si coglie il cuore del suo magistero ecumenico. La frammentazione cristiana – confessionale, culturale, geografica – rischia oggi di riflettere e anzi amplificare un mondo già spaccato, attraversato da guerre, diseguaglianze, ferite aperte. Ricordiamoci, ad esempio, che l’invasione russa dell’Ucraina ha messo in conflitto due Paesi di profonda fede ortodossa. Non è, però, solo un problema interno alle Chiese. È una questione che riguarda la credibilità stessa della parola cristiana nello spazio pubblico.
Lo scorso agosto, rivolgendosi ai partecipanti alla settimana ecumenica di Stoccolma, Leone ha usato un’espressione decisiva: «siamo chiamati a portare guarigione dove ci sono state ferite». È qui che l’ecumenismo esce dalla sola dimensione del dialogo teologico e diventa responsabilità condivisa verso il mondo.
Non si tratta di attendere un accordo su ogni punto dottrinale prima di agire insieme, dunque. Lo ricordava già, nel 1925, l’arcivescovo luterano Nathan Söderblom, citato ad agosto da papa Leone: «il servizio unisce».
In un tempo di polarizzazioni e muri, l’ecumenismo proposto da Leone XIV ha pure un valore politico: speranza concreta per un mondo che ha urgente bisogno di riconciliazione.
