Questa settimana Papa Leone XIV ha affidato ai comunicatori di tutto il mondo un Messaggio che interpella direttamente il nostro mestiere. Non parla solo di tecnologia. Parla di noi, del modo in cui raccontiamo il reale, di come diamo forma alle parole, alle immagini, alle voci che ogni giorno raggiungono milioni di persone.
Il Papa dice con chiarezza che la sfida posta dall’intelligenza artificiale non è tecnica, è umana. Riguarda ciò che siamo, prima ancora degli strumenti che utilizziamo. E per chi fa informazione questo è un richiamo decisivo. Perché comunicare non è mai un atto neutro: significa entrare in relazione con i volti e con le voci delle persone.
Il cuore del Messaggio è potente: il volto e la voce sono sacri. Portano impressa l’unicità di ogni essere umano. Quando l’intelligenza artificiale li simula, li replica, li imita, non sta solo innovando un linguaggio. Sta toccando una soglia profonda, simbolica e spirituale. Qui il Papa ci chiede vigilanza: perché l’informazione, se smarrisce il rispetto per l’unicità dell’altro, rischia di diventare disumana.
Papa Leone XIV mette in guardia dall’affidarci senza discernimento alle macchine. Denuncia la perdita di pensiero critico, la polarizzazione alimentata dagli algoritmi, l’appiattimento creativo quando l’automazione prende il posto della responsabilità e della cura. Colpisce in particolare la sua critica alle chatbots che simulano relazioni, intercettano fragilità emotive, confondono l’incontro con la sua imitazione.
Per i giornalisti e i comunicatori il messaggio è netto: non delegare il pensiero, non sostituire la relazione reale, non confondere il vero con il verosimile. Deepfake, disinformazione, narrazioni manipolate non sono solo problemi tecnici: minano la fiducia, che è il fondamento stesso della comunicazione.
Il Papa indica una via concreta: responsabilità condivisa, collaborazione tra chi crea, governa e racconta la tecnologia, e un grande investimento educativo. Perché saper comunicare oggi significa anche saper discernere. Il Messaggio non rifiuta l’innovazione. Chiede di orientarla al bene comune. È un appello forte, soprattutto per chi lavora con le parole e le immagini: custodire l’umano, mentre raccontiamo il futuro.
