ll Vangelo odierno: In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente.
Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli» (Mt 5, 13-16 – V/TO).
Il tema della testimonianza è sempre stato uno dei temi più spinosi e complessi della vita cristiana, almeno in ambito cattolico. Ho la sensazione che quando se ne parla, nei nostri ambienti, ci siano “incrostazioni” spesso decennali e, insieme, problemi identitari personali e comunitari, mai affrontati. Il discorso sarebbe troppo lungo. Restare alla lezione evangelica aiuta a liberarci di tutte quelle concezioni e prassi di testimonianza, dal sapore fortemente ideologico o da crociata o da “progetto culturale” (leggi “egemonia cattolica”), o da tradizionalisti vs. progressisti e via discorrendo. Partiamo da un punto fermo: l’invito di Gesù ad “andare in tutto il mondo e annunciare il vangelo ad ogni creature …” (Mc 16).
Prendiamo alcune metafore usate da Gesù, per indicare la nostra testimonianza nel mondo, che sono molto pregnanti: il sale e la luce (Mt 5, 13-16). Non c’è bisogno di chissà quali studi per comprenderle. Parto da una cosa ovvia: noi non siamo il sale e la luce per merito o facoltà proprie. È il Signore che ci rende sale e luce della terra, per suo dono, per sua grazia, certamente non per nostro merito. Noi riceviamo un dono e lo trasmettiamo ad altri. Tuttavia questa non è una trasmissione che ci lascia tali e quali, ma ci trasforma, ci fa diventare migliori; anche qui, per suo dono, per sua grazia, certamente non per nostro merito. Quando il cuore si riscalda e prende sul serio il Vangelo, si apre il grande compito di essere testimoni nel mondo. Il Vangelo ha tanti modi per dire questa testimonianza. Relativamente alla metafora del sale: “Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente”.
Dobbiamo dare “sapore al mondo”. Per farlo prima di tutto dobbiamo liberarci di una visione negativa del mondo, una visione antimoderna e spesso clericale, che ci fa rinchiudere nei nostri ambienti pensando che il bene sia tutto da una parte, la nostra, e il male tutta dall’altra, cioè il mondo. Oppure, specie di questi tempi, ci fa pensare che il mondo vada a rotoli perché affetto da guerre, politica autoreferenziale e idolatra, corruzione, violenze domestiche, danni dei social e di una comunicazione malsana e cosi via. Il mondo, per Gesù, è una pasta ricettiva, pronta a ricevere sapore dal sale. Ovviamente non significa che non ci siano elementi che rifiutano il sale e incapaci di scioglierlo in sé – anche tra i credenti stessi che spesso si ammalano delle stesse malattie del mondo. Tuttavia questi elementi non sono il mondo intero, sono solo una parte di essa. Chi sa cucinare sa anche quando, quanto e come aggiungere sale alla minestra.
Forse i cattolici italiani hanno spesso perso tempo a parlar male del mondo, a dire quanto fosse insipido, a lamentarsi dei suoi elementi negativi, a guardare più travi e pagliuzze degli altri e non alle proprie. Risultato finale: non solo non hanno dato sapore al mondo ma hanno perso anche quello che avevano. Il calo del numero di cattolici in Italia è forse anche dovuto a questo. È a tutto ciò che Gesù si riferisce quando afferma: “a chi sarà dato e a chi non ha sarà tolto anche quello che ha?” Potrebbe, quindi, suonare anche così: “a chi ha sapore gli sarà dato più sapore e chi non ha gli sarà tolto anche quel poco di sapore che ha”.
Dobbiamo dare “sapore al mondo”. C’è tanta buona pasta attorno a noi, ci sono tante brave persone negli ambienti in cui viviamo. Spesso attendono un po’ di sapore, quel poco (o quel tanto) che perfeziona la loro bontà. Ma forse i cattolici hanno perso sapore… E alcuni continuano a fare crociate o discussioni inutili sui “valori non negoziabili”, spesso sinonimo di fede ideologica e fondamentalista, fede come soccorso identitario o stampella politica.
Dobbiamo dare “sapore al mondo”. È il sapore di Cristo. È anche il suo profumo. Come ogni buon piatto ha il suo sapore e il suo profumo, e l’uno sostiene l’altro. Ci sono tante persone ed eventi belli nel mondo che non hanno ancora il sapore e il profumo di Cristo. Chi annunzierà loro il Cristo?
Dobbiamo dare “sapore al mondo”. Anche a quella parte di mondo che è tanto lontana dal Cristo. Allo stesso modo con cui diamo sapore a quella parte di noi tanto lontana dal Cristo, perché – conviene ripeterlo – la divisione tra bene e male è dentro ognuno di noi, prima di essere negli altri e nel mondo.
Dobbiamo dare “sapore al mondo”. Scriveva Primo Mazzolari: “Sono anch’io un pellegrino dell’assoluto. Sto con tutti e sono di nessuno. Se mi apparto non sono un cristiano; se non soffro insieme a tutti, non sono un cristiano; se non vivo la storia che passa, non sono un cristiano. Chi diserta non si salva”.