Il Vangelo odierno: In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui.
Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Egli stava ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Ed ecco una voce dalla nube che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo».
All’udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. Ma Gesù si avvicinò, li toccò e disse: «Alzatevi e non temete». Alzando gli occhi non videro nessuno, se non Gesù solo.
Mentre scendevano dal monte, Gesù ordinò loro: «Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti» (Mt 17, 1-9 – II Quaresima A).
Mi hanno insegnato che la Parola di Dio illumina la nostra giornata, i momenti belli e brutti, le fasi della storia e i processi del mondo, nel piccolo come nel mondo. Ovvio: il problema del momento è la situazione economica, sociale e politica, le guerre che non finiscono mai, il pericolo di una ecatombe nucleare, disastri naturali, sbarchi e morti in mare. Con tutto questo carico di pensieri, emozioni e un po’ di paure, ascolteremo il brano della trasfigurazione: è un sogno? lo stridore tra la nostra realtà e l’evento sul Tabor possono insegnarci qualcosa? oppure è un’evasione fiabesca per smettere di pensare ai problemi odierni e rifugiarsi in un “altro” mondo, senza problemi, ansie, preoccupazioni, dubbi…
E’ importante riferirci alla storia previa dell’evento della trasfigurazione: Gesù è in cammino verso Gerusalemme, ovvero verso la sua morte e resurrezione. Forse tra i discepoli c’è incomprensione, smarrimento, delusione, dubbi sulla sua identità e il Signore chiama Pietro, Giacomo e Giovanni per confermarli nella loro fede. Il brano odierno ci potrebbe aiutare, ovviamente nella misura in cui siamo disposti ad ascoltare e a farci istruire dal Signore, anche in materia di problemi attuali, di ogni tipo e contesto. La trasfigurazione sul Tabor non è richiesta da Pietro, Giacomo e Giovanni. E’ puro dono. Semplice e chiaro, ma tanto difficile da vivere. E’ il Signore che si mostra, non siamo noi a comandare di farlo.
Possiamo e dobbiamo dire sempre “fa’ splendere il tuo volto, Signore”, ma, per splendere, i tempi e i modi li decide solo e solamente Lui. Tutto è sua grazia, anche il poter vedere il Suo volto. Quindi, come credenti, è importante che preghiamo per avere lumi, per superare la prova. E’ necessario che preghiamo perché il Signore sia vicino a tutti, specie a chi ha più bisogno e perché ci aiuti a capire il senso di quello che sta succedendo e quali scelte drastiche e fondamentali dobbiamo fare nel futuro.
Sul Tabor forse Gesù non ha ascoltato la richiesta dei discepoli, forse aveva in mente altro. Ma più che i motivi per cui Gesù abbia potuto farlo, ci interessa la dinamica della trasfigurazione di Cristo. Essa avviene sul monte, lontani dagli altri ma… vicini alla loro storia. Mosè ed Elia sono li a testimoniare di quanto il Signore voglia confermare la storia, la fede, le attese che i discepoli avevano: conoscere il Cristo. E Dio lo presenta loro così.
La manifestazione del Cristo avviene in un susseguirsi di stati emotivi contrastanti dei discepoli: “sonno, risveglio, visione, gioia, stupore, paura, silenzio”. E non è un susseguirsi di emozioni, negative e positive, la nostra intera vita? E’ difficile quasi commentarli e seguirli uno a uno. Ma forse non serve tanto. Serve, piuttosto, capire che quando Dio si rivela, in piccoli come in grandi momenti, nelle crisi personali come in un dramma sociale. L’alternarsi di sentimenti contrastanti è nell’ordine delle cose. Ma non è questo il centro del tutto. Il focus è il fatto che Dio si faccia vedere, che ci dica qualcosa e così trasfiguri, poco o tanto che sia, la nostra realtà, uscendo così da questa crisi.
In ogni momento di prova dobbiamo chiederci: la nostra fede è aiuto a vivere meglio la prova? Siamo capaci di abbandonarci nelle mani di Dio, senza dimenticare di fare ciò che è razionalmente giusto per superare il momento oppure abbiamo spento mente e cuore? Non a caso diverse persone sono diventate più ciniche (si pensi ad alcuni politici e non solo) che approfittano di tutto (persino dei morti in mare, delle guerre e delle vittime e dei poveri) pur di ottenere più consensi e più profitti; siamo diventati più stupidi nel credere o diffondere falsità sui social e via dicendo. Fede, ragione e scienza, non si escludono ma si completano a vicenda: Dio aiuta chi si aiuta e si offre a Lui per il bene. Il discernimento ci aiuta a evitare “false interpretazioni della tribolazione”.
Lo spiega Dietrich Bonhoeffer (Resistenza e Resa, lettera del 1.2.44): «Saprai già che le ultime notti sono state brutte, specialmente quella del 30 gennaio. La mattina i nostri sfollati a causa dei bombardamenti sono venuti da me a farsi consolare un poco. Ma credo di essere un cattivo consolatore. Posso prestare ascolto, ma non posso dire quasi niente. Forse però già l’atteggiamento con cui si domanda di determinate cose e non di altre serve ad indicare in qualche modo l’essenziale. Inoltre mi sembra più importante che si viva realmente una determinata tribolazione, piuttosto che sfumarla o mascherarla in qualche modo. Sono inesorabile solo contro certe false interpretazioni della tribolazione, perché pretendono di essere anche una consolazione, ma lo sono solo in modo assolutamente falso. Così lascio che la tribolazione resti non interpretata e credo che questo sia un primo passo responsabile, ma comunque solo un primo passo, al di là del quale vado molto raramente. Qualche volta penso che la vera consolazione dovrebbe irrompere inattesa come la tribolazione. Ma ammetto che questa può essere una scappatoia».