All’Angelus del 1° marzo, papa Leone XIV ha chiesto di “fermare la spirale di violenza prima che diventi una voragine irreparabile”. Non è retorica. È la parola più politica che si potesse pronunciare mentre il Medio Oriente bruciava dopo il raid americano-israeliano che ha ucciso l’ayatollah Khamenei e scatenato la ritorsione iraniana su Israele, il Golfo e le basi americane nella regione. Centinaia di morti. Il Libano di nuovo sotto le bombe. I numeri che salgono di ora in ora. Ma le immagini degli attacchi dei missili diffuse dalla Casa Bianca sono accompagnate dalla musica gioiosa della Macarena.
La voce di Papa Leone sovrasta il trionfalismo e non nasce dal nulla. Viene da un cammino lungo tre pontificati. Benedetto XVI, dopo le tensioni causate da un suo discorso frainteso, riuscì a riannodare il dialogo con Teheran. Francesco lo portò molto avanti: ricevette Rouhani in Vaticano, stabilì con l’Iran un rapporto diplomatico regolare che non esiste neppure con l’Arabia Saudita, e nel marzo 2021 volò a Najaf, in Iraq, per incontrare il Grande Ayatollah al-Sistani, figura chiave dell’islam sciita. Quel viaggio fu un atto profetico: mostrava al mondo che lo sciismo è plurale, che è irriducibile alla teocrazia di Khomeini, e che il dialogo tra le fedi è la premessa della convivenza tra i popoli. E Francesco non ha lesinato critiche al regime.
Oggi quel patrimonio è messo alla prova del fuoco. Il presidente Trump promette una guerra di “quattro o cinque settimane”. È stato un successo militare, dicono. Ma il problema vero è politico: non emergono ipotesi realistiche di futuro per quella terra. E già viene evocato lo spettro dell’Iraq, dove promesse identiche si trasformarono in vent’anni di caos. Occorre realismo: questa non è una guerra tra giustizia e oppressione. È una guerra di calcolo politico, e sul terreno restano civili innocenti. Come scrisse Francesco: “Ogni guerra lascia il mondo peggiore di come lo ha trovato”.
Per questo Leone XIV chiede di fermare la violenza, di restituire il primato alla diplomazia infranta, di guardare al bene dei popoli. Per questo, nonostante si dica che è troppo tardi, Leone chiede di «cercare soluzioni, senza le armi, per risolvere i problemi». Per questo Leone ha parlato della «possibilità di una tragedia di proporzioni enormi», di «una voragine irreparabile». Termini duri e netti. In un mondo che ha dimenticato il linguaggio della ragione, pare sia il massimo a cui possiamo aspirare.