La Pasqua è una smentita radicale della logica che governa la storia quando si lascia guidare dalla paura: la logica del sangue, del sacrificio dell’altro, della violenza giustificata come necessaria.
Il racconto pasquale comincia dentro questa logica. Il condannato viene eliminato “per il bene”. Il conflitto trova la sua soluzione più antica: togliere di mezzo. Il supplizio della croce è il sigillo di questo meccanismo. Ma la Pasqua lo incrina dall’interno. Il Risorto non restituisce violenza. Non reclama vendetta. Non riapre il processo. Torna con una parola semplice: pace.
È qui il punto decisivo. La resurrezione non è il trionfo di una forza più grande, ma la fine della spirale della forza. Il Signore risorto è il Signore della pace perché sottrae Dio a ogni uso violento. Come ha detto tempo fa Papa Francesco, usare il nome di Dio per giustificare odio e violenza è «una bestemmia». Non un errore politico. Una falsificazione del divino.
La Pasqua disarma. Spezza l’idea che il male possa essere vinto con un male più grande. Ci obbliga a pensare che la pace non sia una pausa tra due guerre, ma una possibilità reale.
È questo l’appello di Papa Leone XIV, segnato da un richiamo netto alla pace come orizzonte credibile della fede e della storia. Prevost rifiuta ogni giustificazione religiosa della violenza. Lo ha detto chiaramente in questa Settimana Santa quando capi politici di democrazie e teocrazie evocano un Dio sanguinario.
Pasqua è questo passaggio: dalla necessità della guerra alla possibilità della pace. La pace cristiana non nasce dalla vittoria su qualcuno. La certezza che Dio voglia sangue è una bestemmia. Leone vuole una pace disarmata e disarmante nel nostro tempo quando si vuole che il sangue sia versato in nome di una ragione che si crede assoluta.