Lo scorso anno scrivevo che il Pride è una rivolta, non una festa. Lo confermo ancora. Ma quest’anno c’ anche qualcosa un più, una pressione nuova, più concreta, che non riguarda solo le nostre strade e i nostri cortei. Riguarda il futuro che vogliamo costruire. E il tempo che abbiamo per costruirlo.
Manca circa un anno alle elezioni politiche del 2027.
Qualche mese. Non è molto. Ma è esattamente il tempo che abbiamo, noi, la comunità queer e transfemminista, il campo progressista, chiunque si definisca dalla parte dei diritti, e contro questo governo e la destre repressiva, liberticida ed estrema, per decidere cosa vogliamo portare nella prossima stagione elettorale. Non come elettorɜ passivɜ, non come corpo da mobilitare all’ultimo momento, ma come soggetto politico con una visione chiara e una richiesta che non si lascia ridurre.
La notte del 28 giugno 1969, al Stonewall Inn di Christopher Street, nel Greenwich Village di New York, la polizia fece irruzione come aveva sempre fatto, come se i nostri corpi fossero qualcosa da reprimere, da nascondere, da rimandare nell’ombra. Ma quella notte qualcosa si ruppe. Marsha P. Johnson, donna trans nera, sex worker, attivista, una di quelle persone che la storia ufficiale ha cercato a lungo di silenziare, fu tra le primɜ a resistere. Con lei Sylvia Rivera, latinoamericana, trans, giovanissima, che aveva già imparato sulla propria pelle cosa significa esistere ai margini di tutto. Insieme ad altre persone che quella notte scelsero di non cedere, diedero inizio a qualcosa che non si è più fermato.
Non fu una rivendicazione elegante. Fu rabbia vera, corpi in strada, bottiglie lanciate, urla. Fu la risposta di chi non aveva più niente da perdere perché già gli avevano tolto tutto, la dignità, la sicurezza, il diritto di stare al mondo per quello che si era, la visibilità.
Da quella rivolta è nata la nostra storia. Ma Marsha e Sylvia, le madri fondatrici di tutto questo, morirono in povertà, dimenticate dalle stesse organizzazioni che avevano contribuito a costruire. La storia della comunità LGBTQIA+ è anche questa: una storia di fondazioni straordinarie e di tradimenti silenziosi, di conquiste ottenute sulle spalle di chi stava più in basso e poi celebrate senza di loro.
Questa memoria deve essere la nostra bussola.
Perché ci dice che i diritti non cadono dall’alto, vengono strappati con le lotte. Che le battaglie più importanti le hanno combattute le persone più esposte, non le più protette. Che ogni volta che la comunità ha guardato solo a sé stessa, dimenticando chi aveva più bisogno, qualcosa si è spezzato. E ci dice che le conquiste non sono mai definitive: Harvey Milk fu assassinato nel 1978, un anno dopo essere diventato il primo funzionario pubblico apertamente gay eletto in California. La legge sull’unione civile in Italia è arrivata nel 2016, cinquant’anni dopo Stonewall, monca e insufficiente. E siamo ancora qui, nel 2026, trentaseiesimi in Europa su 49 Paesi.
La Rainbow Map di ILGA-Europe ha appena restituito a questo Paese il suo ritratto: 24,11%. Trentaseiesima posizione su quarantanove paesi monitorati. Non è un numero astratto, è la distanza che separa una persona trans da un percorso di riconoscimento che la rispetti davvero, senza patologizzazione obbligatoria, senza umiliazione burocratica. È lo spazio vuoto dove dovrebbe esserci la legge che protegge i figli delle famiglie arcobaleno. È il silenzio dove dovrebbe esserci una norma contro i crimini d’odio, quella legge Zan che nel 2021 è stata affondata in Senato tra applausi scroscianti e che forse torna in Italia con una direttiva europea formalizzando l’inadempienza della classe politica nazionale.
Fa male non potersi sposare con la persona che ami. Fa male essere una famiglia arcobaleno e sapere che i tuoi figli non sono tutelati allo stesso modo degli altri bambini, che la loro esistenza dipende dall’arbitrio di un tribunale, dal colore politico di una giunta, dalla buona volontà di chi in quel momento governa. Fa male essere una persona trans in questo Paese e dover attraversare un percorso che ti tratta come un’anomalia da correggere invece che come una persona da accompagnare verso la felicità. Fa male essere giovane e queer in una scuola che non ha strumenti per proteggerti, e sapere che le persone che dovrebbero tutelarti non hanno nemmeno una legge su cui appoggiarsi.
Questo dolore non è privato. È politico. Ed è esattamente il tipo di dolore che Marsha e Sylvia trasformarono in forza quella notte a Stonewall.
Il Pride porta quella memoria in ogni corteo. Non come nostalgia, ma come patto sociale e politico, guarda a chi non c’è più e a chi verrà dopo di noi. Ogni bandiera arcobaleno, ogni corpo in strada, ogni slogan urlato è anche una promessa: che non si lascia indietro nessunə, che la liberazione è di tuttɜ o non è. È per questo che il Pride non può essere rainbow-washing aziendale, non può essere una parata senza documento politico, non può ignorare Gaza e le violazioni sistematiche del diritto internazionale, non può fingere che i diritti di alcunɜ vengano prima dei diritti di tuttɜ. I diritti o sono di tuttɜ, o sono privilegi.
E questa promessa, nel 2026, ha bisogno di traduzione politica concreta.
Manca circa un anno alle elezioni. Non chiediamo al campo progressista di essere perfetto. Chiediamo di essere coraggioso. C’è una differenza enorme tra chi sbaglia per eccesso di audacia e chi tace per paura di perdere consenso. Voglio un campo che dica con chiarezza: introduciamo il matrimonio egualitario. Approviamo una legge contro i crimini d’odio. Riformiamo il percorso per l’autodeterminazione di genere. Tuteliamo per legge i figli di tutte le famiglie. Rendiamo le scuole luoghi sicuri davvero, con formazione, con risorse, con norme che non lascino spazio all’arbitrio. Banniamo per sempre le terapie di conversione. Questo e tanto, tantissimo altro.
Non è una lista di desideri. È dove già si trovano i Paesi europei con cui ci confrontiamo ogni giorno. È il minimo della dignità. Ed è esattamente il tipo di visione che un campo progressista degno di questo nome dovrebbe saper mettere al centro, senza timore, senza calcoli, senza mezze parole.
Perché la radicalità che chiediamo non è intransigenza, è profondità. È andare alla radice delle cose. È avere la capacità di immaginare un Paese diverso da quello che siamo adesso e di lavorare concretamente per costruirlo.
Io ci sono, noi di Possibile ci siamo, come ogni anno. Con la stessa rabbia di quando ho capito per la prima volta che il mio amore veniva considerato un problema da gestire. Con lo stesso amore per questa comunità che mi ha insegnato che la propria identità non è una confessione da fare sottovoce ma una presenza da abitare a voce alta, con orgoglio, ogni giorno. Nelle strade, nelle piazze e in ogni spazio pubblico. Con la speranza, ostinata, pratica, incarnata, che il cambiamento è possibile se si ha il coraggio di nominarlo.
Questo mese è per chi non è ancora riuscitə a dirlo ad alta voce. Per le famiglie arcobaleno che ogni mattina navigano un’incertezza giuridica che non dovrebbero nemmeno conoscere. Per le persone trans che chiedono solo di essere riconosciute per quello che sono. Per le ragazze e i ragazzi queer nelle scuole di questo Paese, nelle periferie, nei paesi piccoli, nelle famiglie che non capiscono ancora, o che capiscono e non accettano. Per chi non ce l’ha fatta. Per chi sta ancora cercando il coraggio.
È per tuttɜ loro, tuttɜ noi, che serve radicalità. Che serve visione. Che serve un campo progressista che nel 2027 si presenti agli elettori con una risposta all’altezza di quello che siamo, di quello che abbiamo vissuto, di quello che meritiamo.
Marsha P. Johnson diceva: “No pride for some of us without liberation for all of us.” Nessun orgoglio per alcunɜ di noi senza liberazione per tuttɜ noi.
Cinquantasette anni dopo Stonewall, quella frase è ancora il programma più chiaro che abbiamo.
Happy Pride Month. Che sia rivolta. Che sia visione. Che sia 2027.