È morto in silenzio. Dopo una passeggiata, nel suo box, nella notte. Senza una pista, senza un pubblico, senza le telecamere che per anni lo avevano seguito in ogni angolo del mondo.
È quasi difficile crederlo. Perché Varenne, nella mia memoria, è esattamente il contrario del silenzio. E’ una creatura speciale che ha fatto tanto rumore, nelle tribune, sui giornali, nelle televisioni, nelle trasferte a Roma, a Milano, a Parigi, a Napoli, a Stoccolma, a New York. Faceva rumore persino fuori dall’ippica, quando anche chi non aveva mai seguito una corsa al trotto sapeva chi fosse il Capitano.
Così lo chiamavano, e mai soprannome fu più naturale.
Varenne era nato il 19 maggio 1995 a Copparo, nel Ferrarese, nell’allevamento Zenzalino. Figlio dello stallone americano Waikiki Beach e della fattrice italiana Ialmaz, aveva nelle sue origini qualcosa che raccontava già, in qualche modo, la storia che sarebbe diventato: un cavallo italiano destinato a conquistare il mondo.
Fu acquistato da Enzo Giordano dopo una prova d’esordio promettente ma sfortunata e affidato a Jori Turja, l’allenatore finlandese che ne accompagnò la crescita, e a Giampaolo Minnucci, il driver romano che sarebbe rimasto con lui per quasi tutta la carriera. Il resto è leggenda.
Io quegli anni li ho vissuti dall’interno. Il mondo dei cavalli è sempre stato una mia grande passione e, tra il 2000 e il 2003, ho avuto l’opportunità di mettere la mia esperienza professionale al servizio di quel mondo, come consulente e capoufficio stampa dell’UNIRE, occupandomi successivamente, per due stagioni, del Concorso di Piazza di Siena. Fu una parentesi importante della mia vita, nella quale passione e professione ebbero la possibilità di incontrarsi. E coincise con gli anni in cui Varenne diventò il cavallo più famoso del trotto italiano.
Quando si parla di lui vengono subito in mente le vittorie, i record, le grandi corse. Due Prix d’Amérique, due Elitloppet, tre Gran Premi Lotteria, il Derby italiano, la Breeders Crown negli Stati Uniti. Nel 2001 arrivò a vincere, nello stesso anno, Prix d’Amérique, Lotteria ed Elitloppet, per poi conquistare anche la Breeders Crown americana.
Sessantadue vittorie in 73 corse.
Numeri che basterebbero da soli a raccontare una carriera irripetibile. Ma Varenne non era soltanto quello che dicevano le classifiche.
Aveva un’intelligenza che colpiva. Sembrava leggere la corsa, capire gli avversari, scegliere il momento. E quando cambiava ritmo dava la sensazione di avere ancora qualcosa da spendere, mentre gli altri avevano già dato tutto.
La sua superiorità non appariva mai una forzatura. Sembrava naturale. Forse è per questo che riuscì a diventare qualcosa di più di un campione.
L’ippica, in quegli anni, aveva una forza mediatica che oggi appare irripetibile. Le sue corse entravano nei giornali e nelle televisioni generaliste. La voce di Claudio Icardi accompagnava quelle imprese e contribuiva a portarle nelle case degli italiani.
Ricordo Parigi. All’ippodromo di Vincennes, quando correva Varenne le bandiere italiane erano tantissime. C’erano famiglie, gruppi organizzati, appassionati arrivati dall’Italia. Seguirlo all’estero aveva quasi il sapore di una trasferta della Nazionale.
Intorno a lui c’era un mondo intero. Enzo Giordano, che aveva creduto in quel giovane cavallo. L’allenatore Jori Turja, che ne aveva accompagnato la crescita. Giampaolo Minnucci, con il quale formò uno dei binomi più celebri della storia del trotto. E poi Iina Rastas, la groom finlandese che per anni si occupò di lui ogni giorno. È una presenza che mi piace ricordare perché racconta Varenne lontano dalle tribune, nella sua quotidianità, affidato alle cure di chi ne conosceva ogni gesto e ogni abitudine.
Era questo, forse, il doppio volto del Capitano. Da una parte il campione capace di muovere milioni, televisioni, sponsor, grandi premi. Dall’altra un animale che poteva conquistare semplicemente per la sua presenza.
Dopo la pista arrivò una seconda vita, quella da stallone. Anche lì Varenne continuò a lasciare il segno, con oltre duemila figli.
Una vita lunga, straordinaria, attraversata da vittorie e riconoscimenti, ma soprattutto da una popolarità che pochi cavalli hanno conosciuto.
E’ stato un onore esserci negli anni in cui tutto questo accadeva. Quando il nome di un cavallo poteva riempire le pagine dei giornali, aprire i telegiornali, portare migliaia di persone negli ippodromi.
Oggi il Capitano se n’è andato a 31 anni, per un infarto fulminante.
Senza una pista. Senza un pubblico. Non ha avuto bisogno di un’ultima passerella.
La sua grandezza ha già parlato per lui. Ha fatto talmente tanto rumore nella sua vita da potersi permettere di uscire di scena in silenzio e con eleganza. Da vero Capitano.