Il tasso di decadimento dei sogni: misurare un futuro a prova di giovani

Come si capisce se una società ha smesso di pensare al proprio futuro? Come si misura il tasso di "decadimento dei sogni"?

Il tasso di decadimento dei sogni: misurare un futuro a prova di giovani
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14 Settembre 2026 - 20.38


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di Gabriele Rizzi Bastiani

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Come si capisce se una società ha smesso di pensare al proprio futuro? Come si misura il tasso di “decadimento dei sogni”? Uno strumento, naturalmente, non esiste; è possibile, tuttavia, far affidamento su degli indicatori che, letti insieme, restituiscono il senso di uno sguardo, quello sul futuro, sempre più perso nel vuoto.

Un primo indicatore è rappresentato dall’oro. Bene rifugio per eccellenza, il prezzo del metallo giallo è considerato uno dei maggiori indici economici. Se l’oro sale, generalmente, vuol dire che la fiducia nel futuro scende. Guerra in Ucraina, guerra in Medio Oriente, guerre commerciali, guerra in Iran. Ci stiamo talmente tanto abituando alla parola guerra che questa non fa più notizia, perché ormai ci conferma l’unica certezza che abbiamo: quella di vivere nell’età dell’incertezza. Ed è in periodi come questi che si compra oro.

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L’incertezza che definisce il nostro tempo, tuttavia, è percepita come stasi: perché il sentire comune è che non si possa fare niente per cambiare una situazione troppo più grande di noi o agire sulla realtà che ci circonda. E – nelle parole di don Bruno Bignami, direttore dell’Ufficio nazionale per i problemi sociali e del lavoro della CEI – “in una fase di stasi dove non è possibile fare «salti» si spera in qualcosa di immaginario come la fortuna. Nell’epoca della poca produttività e dei bassi salari, non è quindi sorprendente che il ricorso a gratta e vinci e giochi d’azzardo sia in crescita; è la ricerca di una svolta improvvisa, che permetta di affrontare il futuro. Secondo gli ultimi dati, tuttavia, a fine anno la ricerca di una svolta ci sarà costata oltre 190 miliardi di euro. Praticamente 30 miliardi in più di quanto l’Italia spende ogni anno in sanità (Fonte: Bollettino statistico dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli 2026). In questo quadro, anche il consumo di droghe rappresenta un indicatore da analizzare. E, difatti, anche in questo caso, i dati risultano in aumento (Relazione annuale al Parlamento sul fenomeno delle dipendenze in Italia 2026). L’azzardo e la droga sono spesso infatti due facce opposte di una stessa medaglia che non si vorrebbe mai vincere, perché premia l’assenza di prospettive.

Se anche poi vincessimo quella schedina o quel gioco al tabaccaio, difficilmente avremo qualcuno con cui condividere la fortuna: secondo l’economista inglese Noreena Hertz, infatti, il nostro é il “secolo della solitudine“. Siamo soli – ovvero senza legami importanti – nei luoghi di lavoro, nelle nostre città, nelle nostre case. E – almeno in Italia – siamo destinati ad esserlo ancora di più: a fronte di 650mila decessi, nel 2025 sono state registrate 355mila nascite. Pesa, secondo gli studi, la generale incertezza di cui sopra: il 62% delle coppie ha infatti rinunciato ad avere figli per ragioni economiche, lavorative e sociali (Fonte: Dossier Natalità 2026: Volere o Potere”, Fondazione Natalità e Istat). Un altro indicatore che rivela ulteriormente come si stia perdendo la fiducia nel domani: del resto, come progettare una famiglia, se gli under 30 guadagnano mediamente poco più di 14mila euro (XXIII Rapporto Inps) e il 71% dei giovani (18-35) vive ancora con i genitori (Eurostat, 2024)?

Ma se saremo di meno e più soli, chi reggerà le sorti del nostro Paese?  La domanda è resa ancora più urgente dal periodo storico in cui viviamo. La democrazia é sempre più in discussione, mentre sono sempre più apprezzati leader forti e soluzioni semplici a problemi complessi (si veda L’età dell’incertezza. L’Italia negli ultimi trent’anni, a cura di Augusto D’Angelo). Una situazione, questa, figlia di più fattori, dal bombardamento compulsivo di notizie (infodemia) alla crisi di quei “corpi intermedi” come partiti, sindacati e associazioni di volontariato che dovrebbero rappresentare il tessuto connettivo della società. Ma la polarizzazione e la solitudine alimentate anche dai social allontanano la ricerca dei compromessi necessari al buon funzionamento delle istituzioni e spingono la crescita di posizioni o partiti radicali, che promettono di rendere più efficienti le nostre democrazie. Dimenticando, però, che ciò che olia i meccanismi delle nostre istituzioni sono il dialogo e la sintesi di posizioni differenti.

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Quale futuro per i giovani?

In un quadro del genere, gli addetti alla speranza e alla novità, i giovani, rischiano di essere trascinati verso l’irrilevanza, complice anche il fatto di essere numericamente minoritari. Difatti, le nuove generazioni percepiscono questa marginalità: la leggono nelle notizie; la sperimentano in aule scolastiche spesso fatiscenti o nelle università in cui si sentono solo numeri e non menti su cui investire; la vivono negli eterni tirocini che dovrebbero avviare al lavoro. E, difatti, sono propri i giovani i “protagonisti” degli indicatori che abbiamo analizzato: è la loro fascia d’età quella che gioca più d’azzardo, che consuma più sostanze stupefacenti – entrambi i dati in crescita – che è più sola e che avrà meno figli. Ma, sorprendentemente, non è la fascia d’età più lontana dalla politica. Anzi. Il risultato del recente referendum sulla giustizia ha mostrato quanto i giovani possano ancora risultare decisivi. Ed è da questi dati che occorre ripartire per invertire il trend del “tasso di decadimento dei sogni”.

Occorre una politica “giovane”, nuova e disposta a cogliere le sfide dell’oggi con uno sguardo più nitido al domani. Perché per tornare a sognare un futuro migliore è necessario investire sulla scuola e nelle infrastrutture scolastiche, per costruire generazioni istruite e consapevoli; è indispensabile progettare nuovi luoghi di aggregazione, per porre le basi per una cittadinanza attiva che nell’incontro riscopra anche il dialogo; è vitale realizzare università più aperte che premino e non schiaccino l’iniziativa giovanile; è urgente realizzare incentivi alla natalità, sostegni ai giovani lavoratori, fondi pensione già per i nuovi nati. Soprattutto, però, occorre investire nella cultura dei giovani, ovvero in iniziative pubbliche di partecipazione giovanile, che mettano in dialogo le nuove generazioni con quelle precedenti, affinché le prime possano davvero parlare per sé e non essere solo l’oggetto delle discussioni delle seconde. Solo così i cambiamenti proposti potranno essere effettivi e condivisi dall’intera società. Solo in questo modo, con un confronto costruttivo, si potranno allora davvero invertire i trend che abbiamo discusso. Solo così potremo permettere alle nuove generazioni di tornare ad immaginare con fiducia il proprio futuro.  E, allora, sapremo anche misurare la capacità di produrre nuovi sogni.

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