di Mauro Corradini
Nel mio primo viaggio per andare a trovare David, detenuto al Camp J del Penitenziario di Stato di Anogloa (Louisiana), due temi affollavano la mia mente mentre guidavo. La prima era il volto di Susan Sarandon alla guida della sua macchina nel film “Dead man walking” nei panni di sister Hellen Prejan diretta esattamente allo stesso luogo. E la seconda era, sostanzialmente, il motivo per cui mi ero spinto fin laggiù da Roma.
Il Vangeli ci lasciano una preziosa e fortissima testimonianza contro la pena di morte. Mentre guidavo mi tornavano alla mente le fasi del processo, della condanna, e della messa a morte del Galileo. Mi colpì, tantissimo, il fatto che nell’America di oggi chi ha potere di fermare un omicidio di Stato si chiamasse esattamente come il pavido Ponzio Pilato: “Governatore”. Così come quel Governatore aveva mille altri modi, se avesse voluto, di comminare pene alternative: “lo farò frustare liberamente e poi lo lascerò andare“. Ma l’urlo della folla inferocita (“Crocifiggilo! Crocifiggilo!“) gli fece ben pensare di riconsiderare la sua posizione, essendo il consenso nei suoi confronti altrimenti in bilico.
Il processo si conclude, come tutt’oggi negli Usa, con Pilato che consegna Gesù di Nazareth perché “fosse eseguita la loro volontà”.
Anche qui, di nuovo singolarmente, la fucilazione o l’avvelenamento o l’asfissia o la sedia elettrica non vengono chiamati per quel che sono ma “esecuzioni”: in inglese non si dice “murdered” ma “executed”: termine neutro, direi “eutanasico”.
Nella vicenda di Christa Pike raccontata in queste ore circa il fallimento di questo piano demoniaco di esecuzione/assassinio troviamo, leggiamo due elementi che accomunano tutti i condannati a morte: l’accanimento e l’irragionevolezza. L’accanimento di voler ammazzare qualcuno a tutti i costi, a qualunque costo, “costi quel che costi” si usa dire. Anche se chi si vuole ammazzare non ha avuto certo una vita facile, è stato stuprato, picchiato sin da bambina. Non importa: “Costui deve morire” si racconta nei Vangeli. E l’altro aspetto che accompagna questa volontà assassina è l’irragionevolezza: il rifiuto a voler trovare pene alternative. Anche quando sei sinceramente pentito, perché “tanto fingi per sperare che ci muoviamo a compassione“. Anche quando i parenti stessi della tua vittima (fratelli o sorelle o madri e padri) implorano quel Governatore di non ucciderti perché hanno maturato nei loro cuori e menti che è inutile, che on serve a nulla, che anzi risveglia il loro dolore ed un prolungamento di quella stessa violenza che si è portato via il proprio caro. Nulla da fare: devi essere messo a morte.
La Presidenza Trump ha visto l’enorme impennata di “esecuzioni” capitali: mentre la Presidenza Biden aveva varato una moratoria delle “esecuzioni”, Trump ha da subito provveduto alla sostituzione dei District Judges e dei Federal Judges: soltanto i Local Judges sono eletti dai cittadini un po’ come lo sceriffo, con una sorta di “elezione comunale”. Tutti gli altri, nei gradi superiori, sono nominati e rimossi dal Presidente degli Stati Uniti. Tranne quelli della Corte Suprema che sono nominati dal Presidente ma non possono essere rimossi. L’intento, molto chiaro e purtroppo riuscito, è stato quello di tagliare le gambe a possibili appelli e sospensioni nelle Aule dei tribunali. Poi si è proceduto alla ripresa delle “esecuzioni”: nel solo stato della Florida, nel 2025 sono state “eseguite” la metà delle persone condannate a morte in tutti gli USA. La vicenda di Christa Pike è emblematica di questo clima di sangue a tutti i costi. La pena di morte è una vera schifezza, è “una guerra su piccola scala”, dice un mio caro amico. L’illusione della vendetta propagandata come giustizia è una offesa a tutti noi.
