Tiranni amici e l'etica del petrolio

Arabia Saudita, Bahrein, Emirati Arabi, Kuwait, Oman, Qatar, attraversati da cenni di primavera, ma la stampa occidentale era distratta. [Ennio Remondino]

Tiranni amici e l'etica del petrolio
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Ennio Remondino Modifica articolo

7 Gennaio 2013 - 15.09


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di Ennio Remondino Intervento all’Onu del presidente degli Stati Uniti Barack Obama, 25 settembre 2012. Il presidente Usa ha chiesto al mondo islamico nato dalla “primavera araba” di utilizzare la conquistata democrazia per garantire la libertà di pensiero e religione: «È dovere di ogni leader, di ogni nazione, parlare con forza contro la violenza e l’estremismo». In Arabia Saudita, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Oman, Qatar -tutti buoni amici e fedeli alleati economico-militari degli Usa- dovevano essere distratti.

Scacchiere Rabat-Tehran. La rivolta in Bahrein, nel febbraio 2011, è neutralizzata dall’intervento dell’Arabia Saudita con un bilancio di oltre 90 morti, centinaia di feriti e altrettanti arresti. Nessuna protesta da parte della Comunità Internazionale -Onu, Lega Araba- né grande eco a livello di media. Rispetto al Bahrein, Oman e Kuwait, tra giugno e dicembre, misure repressive più “morbide”. Molti arresti evitando vittime, tranne che a Manama. Nella capitale bahranita, infatti, dopo l’esplosione di 5 ordigni nel centro della capitale, l’attività repressiva è stata intensifica. Le Forze di polizia hanno ucciso un sedicenne nel corso di una manifestazione. Nei giorni successivi sono stati arrestati il vice direttore del “Centro del Bahrein per i Diritti Umani”, Said Yusif, ed è stata revocata la cittadinanza a 31 attivisti dell’opposizione sciita, tra i quali due ex deputati del principale partito sciita “Wefaq”, i fratelli Jalal e Jawad Fairuz, e il leader del partito “Haq”, Hassan Mushaima. Che sta accadendo?

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La stabilità regnante. Altro segnale: la rapidità con cui l’Arabia Saudita è riuscita a colmare il vuoto politico creato dalla morte del Principe della Corona, Sultan bin Abdul Aziz al Saud nell’ottobre 2011, e del suo successore, Nayef Bin Abdul Aziz al Saud, dopo solo 9 mesi. Terza successione lampo in meno di un anno con l’insediamento del Principe ereditario Salman bin Abdul Aziz al Saud, già Governatore di Riyadh, senza neppure la formale consultazione del “Consiglio dell’Alleanza” che riunisce i 35 Principi dei vari rami della Famiglia Reale. Il Consiglio di Cooperazione del Golfo trova il suo collante nella condivisa interpretazione dell’Islam secondo la scuola Wahabita e individua nello Sciismo la minaccia mortale, il nemico da sconfiggere anche con la guerra. Ed ecco nascere il “Blocco Sunnita” da opporre alla “Mezzaluna sciita” formata da Iran, Iraq, Hezb’Allah libanese, Siria e formazioni radicali palestinesi dirette dalla Striscia di Gaza.

La minaccia nucleare iraniana. Non è solo Israele a preoccuparsene. Gli Stati del Golfo ritengono che la “Mezzaluna sciita” sia guidata da Tehran, le cui mire espansionistiche sarebbero evidenziate dalla ricerca di tecnologia nucleare. Ed ecco nascere la diplomazia araba a “geometria variabile” regolata dal rapporto di singoli stati con la Mezzaluna sciita. I casi di Libia, Yemen e Siria sono esemplari. Contro Tripoli, Emirati e Qatar si impegnano militarmente con la Coalizione Internazionale a guida Nato, mentre Arabia Saudita e Kuwait assicurano, con la Giordania, il supporto logistico. Nello Yemen, attraversato da rivolte nel Nord (sciiti secessionisti Hawthi), nel Sud (secessionisti), e la presenza di “Al Qaida in the Arabic Peninsula”, gli Stati del Golfo con gli Usa cercano una “soluzione diplomatica” dopo un migliaio di morti, decine di migliaia di feriti, obbligando il Presidente a dimissioni che tengono lo Yemen nel “Blocco Sunnita” filo-occidentale.

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La Siria da abbattere. Per la Siria, dopo che gli Stati Uniti hanno riconosciuto la “National Coalition of Syrian Revolutionary and Opposition Forces” come rappresentante del popolo siriano, lo stesso giorno a Marrakesh, “gli Amici della Siria” -130 Paesi guidati dalla Nato e Stati del Golfo- ha riconosciuto la Coalizione come “organizzazione ombrello dell’opposizione” anche se esclude la dissidenza interna e disarmata favorevole al dialogo con Damasco e include invece -paradosso da studiare- l’incontrollabile formazione jihadista “Front Jabhat al Nusra”, inserita dal Dipartimento di Stati Usa tra le organizzazioni terroristiche e specializzata in attentati kamikaze e autobombe. L’accerchiamento alla Siria si conclude con 400 militari e sistemi missilistici “Patriot” inviati dagli Stati Uniti al confine tra Turchia e Siria. L’Arabia Saudita, va ricordato, ha assicurato il sostegno a Iraq e Usa nella 1° Guerra del Golfo (anni ’80) contro Teheran.

L’Asse Sunnita. Riyadh ha inoltre rinforzato accordi con Indonesia, Malaysia e Pakistan da cui ha ottenuto appoggio nella Comunità Internazionale durante l’intervento militare in Bahrein. Sempre la monarchia saudita ha versato generosi contributi ai Fratelli Musulmani in Tunisia ed Egitto dove risulta, avrebbe sovvenzionato anche il Comando Supremo delle Forze Armate, per orientarne le rivolte in senso favorevole all’Asse Sunnita. Sempre Riyadh ha gestito campagne mediatiche di disinformazione attraverso le emittenti “Al Arabiya” (saudita) e “Al Jazeera” (qatarina) contro i regimi ritenuti ostili, come Libia e Siria. Ha convinto la Lega Araba alle sanzioni del Condiglio di sicurezza Onu contro Tripoli e a sospendere Damasco dalla Lega. Il supporto di Riyadh alla opposizione siriana punta a spezzare l’asse Damasco-Tehran e depotenziarne il ruolo rispetto agli sciiti iracheni di Nuri al Maliki e Muqtada al Sadr, Hezb’Allah libanese e resistenza palestinese.

Il Club di Re. Obiettivo strategico occidentale, ripristinare la stabilità nei Paesi in rivolta. Obiettivo delle monarchie feudali alleate, resistere per sopravvivere. L’Arabia Saudita, con Bahrein e Oman ha anche presentato un progetto di costituire il “Comando Militare Congiunto” con le altre Monarchie dal Golfo. Da subito, un’alleanza militare. Successivamente l’ “Unione del Golfo”. In prospettiva, l’inclusione di Marocco e Giordania nel “club dei Re”. Il progetto stenta per i dubbi di Emirati e Qatar -gelosi della propria autonomia- ma rimane un’ipotesi percorribile nonostante i difficili rapporti con l’Egitto per l’appoggio del Il Cairo all’Iraq quando invase il Kuwait nel 1991, e della Giordania con il Qatar per il sostegno di Doha ai salafiti. Contromossa di Tehran che ha inviato navi da guerra nello Stretto di Hormuz in missione “anti-pirateria”. Replica in Giordania: su comando Usa, l’ esercitazione “Eager Lion”: 12 mila soldati di 17 Paesi, Italia compresa, nel luglio 2012.

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Sempre amici Usa. L’alleanza con gli Stati Uniti è il collante del Consiglio di Cooperazione del Golfo i cui Paesi hanno sedimentato nel tempo forti rapporti soprattutto nel settore militare e ne condividono la politica economica neoliberista e finanziaria, nonostante la divaricazione crescente fra un’oligarchia ricca e masse disperate. Ma il passaggio chiave è quello militare. Il Bahrein ospita il Quartier Generale della V Flotta Usa: decine di navi da guerra, comprese portaerei, e unità anfibie d’assalto, 31 mila uomini, di cui 3 mila a terra, operative nei mari Rosso e Arabico e Oceano Indiano. Sin dall’inizio della rivolta della maggioranza sciita della popolazione -il 65% su una popolazione di 1,2 milioni di abitanti- il re sunnita Hamad bin Isa al Khalifa ha accusato l’Iran di ingerenza per sottrarre l’Emirato ai sunniti che vi regnano da 250 anni. Gli Usa hanno subito fornito armamento per 220 milioni di dollari che comprendono aerei, elettronica bellica e armi d’assalto.

I tuoi nemici sono miei nemici. Negli Emirati Arabi Uniti, dal 1971 la federazione dei 7 Emirati di Abu Dhabi, Ajmane, Charjah, Dubai, Fujairah, Umm al Qaiwain e Ras al Khaimah, il Principe ereditario di Abu Dhabi, Sheikh Mohamed bin Sayed al Nahyan -formatosi all’Accademia britannica di Sandhurst- è ovviamente in eccellenti rapporti con gli Usa che lo hanno appoggiato in occasione della disputa territoriale dell’aprila 2012 originata dalla visita del Presidente iraniano Ahmedi Nejad nella piccola isola di Abu Musa, che si trova, assieme ad altre due isolette, la piccola e la grande Tunb, all’entrata dello Stretto di Hormuz. Le proteste degli Emirati contro l’Iran che, secondo il trattato del 1971, ne esercita il controllo militare mentre la sovranità amministrativa è concessa dall’Emirato di Sharjah hanno ottenuto l’importante appoggio statunitense. Ora arbitrato internazionale, con il blocco di fatto delle tre isolette di esclusivo valore strategico su Hormuz.

Riecco i Blackwater. Sempre negli Emirati Arabi Uniti, a Zayed Military City di Abu Dhabi, la compagnia militare privata “X Service”, quelli che il mondo ha conosciuto come “Blackwater”, attraverso la joint-venture “Reflex Responses”, sta costruendo compound dove verranno addestrati -da specialisti statunitensi, quasi tutti ex-militari britannici, francesi e tedeschi- mercenari da utilizzare per missioni operative speciali nel caso di rivolte interne e nei teatri di crisi di interesse del committente. Considerata una delle più importanti Private Military Company del mondo, è stato il principale contractor del Dipartimento di Stato, cui ha fornito quasi 1000 operatori di sicurezza. Il progetto è finanziato tramite “Reflex Responses” con 529 milioni di dollari da Erik Prince, già dei “Navy Seals” e fondatore della Blackwater nel 1997. Il progetto, quando sarà operativo, dovrebbe ricevere finanziamenti per miliardi di dollari da Abu Dhabi. Con le benedizioni della Casa Madre.

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Principi senza princìpi. L’Oman è esattamente all’ingresso del Golfo, di fronte all’Iran, controlla lo Stretto di Hormuz con Cap Musandam e ospita, nell’isola di Masirah nel mare di Oman, una base Usa. Solo sfiorato dai movimenti che attraversano Maghreb e Mashreq, ha una maggioranza ibadita -sciiti moderati- che sono oltre il 60% di una popolazione di 2,8 milioni. Con il Bahrein è lo Stato più vicino politicamente all’Arabia Saudita. Il Qatar, guidato dal XIX secolo dalla famiglia Al Thani, ha come attuale Emiro Sheikh Hamad bin Khalifa al Thani, sul trono dal 1995, sunnita wahabita-salafita, il cui obiettivo è la realizzazione di un panarabismo sotto l’egida dell’Islam radicale. Ospita da tempo il movimento palestinese Hamas, da marzo 2012 ha offerto la disponibilità ad accogliere una rappresentanza di taleban e finanzia le componenti salafite presenti in Tunisia ed Egitto. Nel 2001 gli Usa si sono serviti di basi in Oman per le operazioni in Afghanistan.

Le monarchie assolute. Priorità politiche per gli Stati del Golfo, la stabilità e il depotenziamento dei movimenti di protesta, a partire dalle richieste di rispetto dei diritti civili, libere elezioni e libera stampa. Privilegiate sempre le misure repressive anche feroci, come nel caso del Bahrein, che non hanno certo rimosso le ragioni di fondo. Tra le molte fragilità strutturali, la presenta interna di importanti comunità sciite che, maggioritarie in Bahrein e Oman, vanno dal 30 al 5% negli altri Paesi. Problemi demografici con percentuale di lavoratori espatriati sino all’80% della popolazione, soprattutto negli Emirati. Strutture statali basate su monarchie ereditarie e divieto per partiti politici, tranne che in Bahrein e Kuwait. Processi elettorali -dove sono ammessi- risultati privi di significative innovazioni, come dimostrano le recenti elezioni parlamentari in Kuwait e in Arabia Saudita dove l’ammissione delle donne al voto attivo e passivo per i Consigli Amministrativi avverrà nel 2015.

Feudalesimo utile. Ogni anno Amnesty International, nel silenzio della Comunità Internazionale e con scarsa attenzione mediatica, denuncia clamorose violazioni dei diritti umani, arresti arbitrari, pratica della tortura, esecuzioni. La Dinastia Saudita impone la legge della dottrina wahabita. Molte libertà fondamentali della dichiarazione universale dei diritti dell’uomo non esistono. Alcune persone sono fucilate in prigione. Ci sono notizie di lapidazioni e crocifissioni. Le corti continuano a imporre punizioni corporali, inclusa l’amputazione delle mani e dei piedi per i ladri e la fustigazione per alcuni crimini come la “cattiva condotta sessuale” e l’ubriachezza. Il sistema economico, infine, è articolato sulla rigida separazione fra oligarchie e masse di lavoratori condannati all’esclusione sociale e destinati a precariato e povertà. E i “movimenti insorgenti”, il “vento mutante” sono solo stati fermati, ma non vinti. E si ripresenteranno, è la facile previsione.

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