Il ‘documentario’ su Regeni sembra un ricatto all’Italia: e c’è chi si è prestato all’operazione

È un fatto grave, gravissimo, che dai palazzi di Governo a Roma non si sia levata una voce che sia una per stigmatizzare l'ennesima provocazione dell'Egitto

Il documentario su Regeni
Il documentario su Regeni
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Umberto De Giovannangeli Modifica articolo

29 Aprile 2021 - 12.27


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L’abbiamo visto due volte. Con attenzione. Trasformatasi alla fine della prima visione, in rabbia. Così hanno voluto uccidere per la seconda volta un giovane ricercatore italiano. Ma è dopo la seconda visione, sbollita la rabbia, che si fa largo la verità più inquietante, vergognosa: quel “documentario” è uno schiaffo in faccia all’Italia. Inferto da chi detiene il potere in Egitto. Di più. Quel documentario è un avvertimento-ricatto: se volete continuare a fare affari con noi, scordatevi verità e giustizia per l’”informatore dei servizi britannici”. Ed è un fatto grave, gravissimo, che dai palazzi di Governo a Roma – Palazzo Chigi, Farnesina, Viminale, ministero della Difesa, ministero della Giustizia – non si sia levata una voce che sia una, non sia stato postato un tweet che sia uno, non sia stata emessa una nota ufficiale che sia una, per stigmatizzare l’ennesima provocazione proveniente dall’Egitto.

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Il documentario della vergogna.

Un documentario egiziano che mette in cattiva luce la figura di Giulio Regeni è comparso ieri su Youtube in un canale che si chiama The story of Giulio Regeni,al quale è associata anche una pagina Facebook. Il filmato in tre parti, che dura 50 minuti, si presenta come “il primo documentario che ricostruisce i movimenti di Giulio Regeni al Cairo”. Il video è in lingua araba con sottotitoli in italiano.Il documentario è costellato di errori anche grossolani come il nome dello stesso Regeni che viene storpiato e riporta fatti già noti, ma la cui ricostruzione sembra voler gettare discredito sul ricercatore e sostenere che le autorità del Cairo siano estranee alla tortura a morte di Giulio.

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La ricostruzione è intervallata da una serie di interviste in cui compaiono anche il senatore di Forza Italia Maurizio Gasparri, l’ex ministra della Difesa Elisabetta Trenta e l’ex capo di Stato maggiore dell’Aeronautica militare Leonardo Tricarico.  Il video, in lingua araba con sottotitoli in italiano, è costellato di errori, anche grossolani, come il nome dello stesso Regeni che viene storpiato. Riporta fatti già noti, ma ricostruiti con l’apparente intento di gettare discredito sul ricercatore e di sostenere la tesi egiziana che le autorità del Cairo siano estranee alla morte di Giulio.

In particolare nel “documentario” un avvocato egiziano parla di una presunta “lettera” che “l’Interpol italiano” inviò a quello egiziano “il primo febbraio 2016”, ossia due giorni prima del ritrovamento al Cairo del corpo martoriato del ricercatore friulano, per dire che “Regeni era scomparso nell’ottobre 2015 in Turchia”: “Ciò significa – si dice nel video – che Regeni è entrato in Italia ed è uscito senza che le autorità italiane lo sapessero”, sostiene il legale Wesam Ismail parlando di “una realtà molto strana” che la Procura di Roma avrebbe “trascurato”.

Non è chiaro, al momento, chi abbia realizzato il video. Nelle immagini e nelle pagine social non sono indicati né la produzione, né il regista o gli autori. Da fonti inquirenti citate dalla agenzia Ansa non si esclude che questa operazione egiziana possa rientrare nell’attività di depistaggio messa in atto già in passato per delegittimare l’attività di indagine svolta dalla Procura di Roma proprio alla vigilia dell’iter giudiziario. Nel documentario tutti gli elementi di indagine acquisiti vengono, di fatto, stravolti arrivando a cambiarne totalmente il significato. Il video è spuntato su Youtube alla vigilia della prima udienza preliminare, davanti al gup di Roma, che vede imputati 5 appartenenti ai servizi segreti egiziani – Tariq Sabir, Athar Kamel Mohamed Ibrahim, Uhsam Helmi, Magdi Ibrahim Abdelal Sharif – accusati del sequestro, delle torture e dell’uccisione del giovane ricercatore italiano. Nell’atto di chiusura delle indagini i pm parlano di sevizie durate giorni che causarono a Regeni acute sofferenze fisiche messe in atto anche attraverso oggetti roventi, calci, pugni, lame e bastoni. Torture avvenute nella stanza n.13 di una villetta al Cairo nella disponibilità degli 007 nordafricani.

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“Alla vigilia dell’udienza preliminare del processo per i quattro 007 egiziani imputati dell’uccisione di Giulio Regeni spunta un vergognoso documentario, di produzione ignota, che infanga ancora una volta la memoria di Giulio. L’ennesimo inaccettabile tentativo di depistaggio”. Lo scrive in una nota Erasmo Palazzotto, Presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla morte di Giulio Regeni.”E’ molto grave che esponenti italiani, politici e militari, si siano prestati a questa operazione ignobile. E’ grave che Gasparri abbia gettato discredito non solo su Giulio Regeni ma sul suo stesso Paese giustificando di fatto gli oltraggi ricevuti dai nostri magistrati da parte egiziana. La Commissione che presiedo non tralascerà alcun dettaglio e cercherà di fare luce su ogni zona d’ombra di questa vicenda – sottolinea Palazzotto – Ma alimentare la cultura del sospetto, continuando a fare allusioni su Cambridge senza alcuna evidenza, contribuisce a distogliere l’attenzione dal Cairo dove Giulio Regeni è stato ucciso e dove ancora oggi si trovano impuniti i suoi torturatori e i suoi assassini”.

Scuse e mezze ammissioni

Nell’intervista inserita nel filmato, il senatore Gasparri afferma che “non ci sono solo i misteri del Cairo e i misteri di Cambridge, ci sono anche i misteri della Procura di Roma, su cui si dovrebbe fare luce”. La procura della Capitale “non è un luogo molto apprezzato”, sostiene il senatore azzurro nelle immagini trasmesse. “Chi segue l’informazione italiana sa che in questi giorni il libro più venduto in Italia è quello scritto da Alessandro Sallusti che ha intervistato un ex magistrato, Palamara. È un libro che si chiama ‘Il Sistema”, racconta tutte le insufficienze della magistratura italiana. E anche la Procura di Roma è un luogo per il quale noi chiediamo un’indagine parlamentare, perché la magistratura italiana, purtroppo, ha molte cose da chiarire”. Gasparri, dopo la pubblicazione del documentario, si è difeso: “Ho rilasciato un’intervista a un giornalista egiziano, di cui ho il filmato, in cui ho detto che bisogna indagare sull’Università di Cambridge dove ci sono docenti probabilmente vicini ai Fratelli musulmani. Anche i giudici della Procura di Roma com’è noto si sono recati in Inghilterra senza aver ottenuto alcuna risposta. Ma nessuna parola di discredito su Regeni”.

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L’ex ministra Trenta ha invece definito il documentario come un modo per “infangare” Regeni e ha chiarito: “Sono stata contattata dal sig. Mahmoud Abd Hamid che si è presentato come rappresentante dell’emittente araba Al Arabiya in Italia – ha scritto – Ha scritto che la loro troupe era a Roma per svolgere un film documentario sui rapporti diplomatici ed economici fra Italia ed Egitto”. “Se avessi saputo che la mia intervista sarebbe finita in un documentario che considero vergognoso e inaccettabile, naturalmente non avrei mai dato il mio consenso. Sono dunque stata tratta in inganno (peraltro la mia intervista, della durata di circa mezz’ora, è stata ridotta a pochi minuti) e mi auguro si faccia luce il prima possibile su quanto accaduto”.

Una spiegazione simile è stata fornita anche dal generale Tricarico: “Non ho giustificato chi ha ucciso Giulio Regeni, ho detto che bisognava indagare di più su Cambridge per capire meglio quello che è avvenuto. Le mie parole, che sottoscrivo punto per punto, sono state rese funzionali alle tesi del filmato che io non condivido”. Un mese fa, spiega Tricarico, “sono stato intervistato per circa un’ora da un giornalista egiziano che si è presentato come Khalifa Mohamed ed ha detto di lavorare per Al Jazeera e Al Arabiya. Mi ha fatto una serie di domande alle quali ho risposto. Ho sostenuto che la politica estera di un Paese deve essere la sintesi degli interessi nazionali e non essere ostaggio di un singolo caso, per quanto doloroso”. “Ho anche detto – ha proseguito – che non si è indagato a sufficienza sui ‘mandanti’ dell’omicidio, che sono in Gran Bretagna”. Ma, ha precisato, “nulla giustifica un delitto così, ma rispondere alle domande aiuterebbe a capire meglio. Ci sono interessi colossali tra Italia ed Egitto nel settore energetico e questo potrebbe aver disturbato qualcuno. Non va esclusa l’ipotesi di un ‘terzo attore’”.

Ma le puntualizzazioni postume sono, per certi versi, toppe peggiori del buco che vorrebbero coprire. Non solo perché politici e generali esperti non sono dei pivellini nei rapporti con i media. E, cosa ancor più grave, sia Gasparri che Tricarico rilanciano la “pista inglese”, o del misterioso “terzo attore”.

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Alla luce di questa ennesima provocazione, risultano ancora più gravi le scelte del Governo italiano di continuare a vendere armamenti allo Stato di polizia egiziano. Il Governo Draghi – diceva ieri a Globalist Giorgio Beretta, analista dell’Osservatorio Opal – pare intenzionato a continuare a fare affari militari con al Sisi visto che ha avallato l’invio delle seconda Fremm all’Egitto e, soprattutto, ha confermato la Headline sponsor a Fincantieri per la fiera degli armamenti Edex 2021 che si terrà al Cairo dal 29 novembre al 2 dicembre 2021 e che una delegazione militare dell’Egitto è attesa a Seafuture, la fiera navale che si terrà a La Spezia dal 28 settembre al 1 ottobre”.

Desaparecidos

Nell’Egitto di al-Sisi i “desaparecidos” si contano ormai a migliaia. E più della metà dei detenuti nelle carceri lo sono per motivi politici. Per contenerli, il governo ha dovuto costruire 19 nuove strutture carcerarie. Il generale-presidente esercita un potere che si ramifica in tutta la società attraverso l’esercito, la polizia, le bande paramilitari e i servizi segreti, i famigerati Mukhabarat, quasi sempre più di uno. Al-Sisi si pone all’apice di un triangolo, quello dello Stato-ombra: esercito, Ministero degli Interni (e l’Nsa, la National Security Agenc.) e Gis (General Intelligence Service, i servizi segreti esterni). Se lo standard di sicurezza si misurasse sul numero degli oppositori incarcerati, l’Egitto di al-Sisi I° sarebbe tra i Paesi più sicuri al mondo: recenti rapporti delle più autorevoli organizzazioni internazionali per i diritti umani, da Human Rights Watch ad Amnesty International, calcolano in oltre 60mila i detenuti politici (un numero pari all’intera popolazione carceraria italiana): membri dei fuorilegge Fratelli musulmani, ma anche blogger, attivisti per i diritti umani, avvocati…Tutti accusati di attentare alla sicurezza dello Stato. Lo Stato di polizia all’ombra delle Piramidi.

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L’inferno all’ombra delle Piramidi

Le autorità egiziane tengono i detenuti minorenni insieme agli adulti, in violazione del diritto internazionale dei diritti umani. In alcuni casi, sono imprigionati in celle sovraffollate e non ricevono cibo in quantità sufficiente. Almeno due minorenni sono stati sottoposti a lunghi periodi di isolamento. Un quadro agghiacciante è quello che emerge da un recente rapporto di Amnesty International. Le autorità egiziane hanno sottoposto minorenni a orribili violazioni dei diritti umani come la tortura, la detenzione in isolamento per lunghi periodi di tempo e la sparizione forzata per periodi anche di sette mesi, dimostrando in questo modo un disprezzo assolutamente vergognoso per i diritti dei minori”, denuncia Najia Bounaim, direttrice delle campagne sull’Africa del Nord di Amnesty International. “Risulta particolarmente oltraggioso il fatto che l’Egitto, firmatario della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia, violi così clamorosamente i diritti dei minori”, sottolinea Bounaim.

Minorenni sono stati inoltre processati in modo iniquo, talvolta in corte marziale, interrogati in assenza di avvocati e tutori legali e incriminati sulla base di “confessioni” estorte con la tortura dopo aver passato fino a quattro anni in detenzione preventiva. Almeno tre minorenni sono stati condannati a morte al termine di processi irregolari di massa: due condanne sono state poi commutate, la terza è sotto appello.

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Sulla base del diritto internazionale, il carcere dev’essere solo l’ultima opzione per i minorenni. Sia la legge egiziana che le norme internazionali prevedono che i minorenni debbano essere processati da tribunali minorili. Tuttavia, in Egitto ragazzi dai 15 anni in su vengono processati insieme agli adulti, a volte persino in corte marziale e nei tribunali per la sicurezza dello Stato. Sotto la presidenza al-Sisi e col pretesto di combattere il terrorismo, migliaia di persone sono state arrestate arbitrariamente – centinaia delle quali per aver espresso critiche o manifestato pacificamente – ed è proseguita l’impunità per le amplissime violazioni dei diritti umani quali i maltrattamenti e le torture, le sparizioni forzate di massa, le esecuzioni extragiudiziali e l’uso eccessivo della forza.  Dal 2014 sono state emesse oltre 2112 condanne a morte, spesso al termine di processi iniqui, almeno 223 delle quali poi eseguite.  La legge del 2017 sulle Ong è stata il primo esempio delle norme draconiane introdotte dalle autorità egiziane per stroncare la libertà di espressione, di associazione e di manifestazione pacifica.  La legge consente alle autorità di negare il riconoscimento delle Ong, di limitarne attività e finanziamenti e di indagare il loro personale per reati definiti in modo del tutto vago. Nel 2018 sono state approvate la legge sui mezzi d’informazione e quella sui crimini informatici, che hanno esteso ulteriormente i poteri di censura sulla stampa cartacea e online e sulle emittenti radio-televisive conclude Bounaim.

Senza pietà

Scrive Pierfrancesco Curzi, uno dei giornalisti più documentati sulla realtà egiziana, sul fattoquotidiano.it : “Il regime egiziano non conosce pietà, neppure in pieno periodo di Ramadan, e infligge la pena di morte per impiccagione a 9 dei 20 imputati nel processo dell’assalto, otto anni fa, ad una stazione di polizia nel governatorato di Giza.
I 9 detenuti sono stati impiccati lunedì all’interno del carcere di Wadi al-Natrun, un centinaio di chilometri a nord del Cairo, dopo che la condanna a morte nei loro confronti era stata emessa addirittura nel luglio del 2017. Le esecuzioni sono avvenute nel silenzio più totale e la notizia è stata comunicata ai familiari a cose ormai fatte. Da qui la ferma presa di posizione delle principali organizzazioni che da anni si battono per la tutela dei diritti umani in Egitto. Tra loro l’Ecrf, la ong che segue gli interessi legali della famiglia Regeni, l’Eipr dove Patrick Zaki, ora in carcere da quasi quindici mesi, ha lavorato prima di iniziare gli studi universitari a Bologna, il centro anti-torture el-Nadeem, l’Afte che segue il caso dell’altro studente egiziano arrestato al rientro dall’Austria e altre. “Condanniamo con la massima fermezza le esecuzioni da parte dell’autorità dopo un processo segnato da gravi violazioni delle norme giuridiche, oltre al fatto che le condanne siano state attuate in periodo di Ramadan e senza avvisare le famiglie e gli avvocati delle vittime” si legge in un documento unitario diffuso ieri. Non è il primo e non sarà l’ultimo sopruso messo in atto dal regime egiziano in materia di diritti processuali. I fatti che hanno portato agli arresti risalgono all’agosto del 2013, forse uno dei periodi più neri per la democrazia nel Paese nordafricano. Il generale Abdel Fattah al-Sisi, fino a pochi mesi prima Ministro della Difesa del governo Morsi (Fratellanza Musulmana), da pochi mesi aveva assunto il potere con un golpe e represso nel sangue le proteste. Il 14 agosto, giorno successivo ai massacri delle piazze Raba’a e el-Nahda, al Cairo, un gruppo di uomini ha preso d’assalto la stazione di polizia di Kerdasa (Giza) uccidendo 12 poliziotti e 2 civili”.

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La nostra conclusione: E c’è chi ancora si meraviglia o dubita che un regime siffatto possa commissionare quel documentario della vergogna.

Presidente Draghi, cos’altro deve accadere per avere un sussulto di dignità nazionale?

 

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