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Vendute, stuprate, uccise: così l'Afghanistan è diventato l'inferno delle spose bambine

L' Unicef, l’Agenzia delle Nazioni Unite per l’infanzia, punta il dito contro il fenomeno delle spose bambine, in netto aumento

Vendute, stuprate, uccise: così l'Afghanistan è diventato l'inferno delle spose bambine
Donne in Afghanistan

Umberto De Giovannangeli Modifica articolo

26 Novembre 2021 - 17.05


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Un inferno in terra, Che ogni giorno aumenta i suoi gironi dell’orrore. 

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L’Afghanistan sta diventando la più grande crisi umanitaria del mondo. Secondo i dati dell’Organizzazione per l’alimentazione e l’agricoltura, più di 18 milioni di afghani non sono in grado di nutrirsi ogni giorno. Questo numero è destinato a salire a quasi 23 milioni entro la fine dell’anno. A causa della fame donne e bambini stanno diventano la merce di scambio per il cibo. E una ricerca condotta da Unicef, l’Agenzia delle Nazioni Unite per l’infanzia, punta il dito contro il fenomeno delle spose bambine, in netto aumento Tra i casi peggiori che arrivano dalle cronache locali c’è la vendita di una bambina di 6 anni e di un piccolo di 18 mesi, dati via rispettivamente per 3.350 dollari e 2.800 dollari. In un altro rapporto, una bimba di 9 anni è stata comprata per circa 2.200 dollari sotto forma di pecore, terra e contanti. Come avvertono anche le Nazioni Unite “i divieti talebani che impediscono alle donne di svolgere la maggior parte dei lavori retribuiti hanno colpito proprio le famiglie dove le donne erano le colonne portanti. Anche nelle aree in cui le donne possono ancora lavorare – come l’istruzione e l’assistenza sanitaria – potrebbero non essere in grado di soddisfare i requisiti talebani e sono costrette a compiere tali gesti”.

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 L’allarme sulle spose bambine 

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 A partire da novembre 2021, l’Unicef ha riferito che i matrimoni precoci sono in aumento in Afghanistan. Nonostante la legge vieti di sposare minori sotto i 15 anni (e ancora al di sotto dello standard di 18 raccomandato a livello internazionale), sono scambi ampiamente praticati dalle famiglie. Secondo le analisi dell’organizzazione, il matrimonio precoce ha conseguenze devastanti sulla salute di una ragazzaper via degli abusi fisici e sessuali ed equivale a una forma di schiavitù moderna. I matrimoni combinati intrappolano le donne in un ciclo di povertà. 

“Abbiamo ricevuto rapporti credibili di famiglie che offrono figlie di appena 20 giorni per un futuro matrimonio in cambio di una dote”, dichiara Henrietta Fore, direttore generale dell’Unicef, che ricorda come “anche prima della recente instabilità politica, i partner dell’Unicef avevano registrato 183 matrimoni di bambini e 10 casi di vendita di bambini nel corso del 2018 e del 2019 solo nelle province di Herat e Baghdis. I bambini avevano un’età compresa tra i 6 mesi e i 17 anni”. L’organizzazione umanitaria stima che il 28% delle donne afghane tra i 15 e i 49 anni si sono sposate prima dei 18 anni. La pandemia da Covid-19, l’attuale crisi alimentare e l’inizio dell’inverno hanno ulteriormente acuito la situazione per le famiglie. Nel 2020, quasi la metà della popolazione dell’Afghanistan era così povera da non avere beni di prima necessità come l’alimentazione di base o l’acqua pulita. Tutto ciò, affermano da Unicef, “sta spingendo sempre più famiglie nella povertà e le costringe a fare scelte disperate, come far lavorare i bambini e far sposare le ragazze in giovane età”. Secondo Fore, “dato che alle donne non è consentito di tornare a scuola, il rischio di matrimoni precoci è ora ancora più elevato. L’istruzione è spesso la migliore protezione contro meccanismi di reazione negativi come matrimonio precoce e lavoro minorile”. Unicef sta lavorando con i suoi partner per diffondere consapevolezza tra la comunità sui rischi per le ragazze se date in spose da bambine ed ha avviato il programma di assistenza in denaro per aiutare a compensare il rischio di fame, di lavoro minorile e matrimonio precoce tra le famiglie più vulnerabili. “Chiediamo alle autorità centrali, provinciali e locali di attuare misure concrete per supportare e salvaguardare le famiglie e le ragazze più vulnerabili. Chiediamo – afferma Fore – che le autorità de facto diano priorità alla riapertura delle scuole per tutte le ragazze in età da scuola secondaria e consentano a tutte le insegnanti donne di tornare a lavorare senza ulteriori ritardi. È in gioco il futuro di un’intera generazione”.

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L’incertezza unita all’aumento della povertà ha spinto molte ragazze nel mercato del matrimonio.

 Senza accesso alla contraccezione o ai servizi di salute riproduttiva, quasi il 10% delle ragazze afghane di età compresa tra 15 e 19 anni partorisce ogni anno, secondo il Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione (Unfpa).

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Molte sono troppo giovani per essere in grado di acconsentire al sesso e affrontare complicazioni durante il parto a causa dei loro corpi non sviluppati. I tassi di mortalità legati alla gravidanza per le ragazze di età compresa tra 15 e 19 anni sono più del doppio del tasso per le donne di età compresa tra 20 e 24 anni.

Storie agghiaccianti

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Le racconta Maria Anna Goni su farodiroma.it: “La disperazione in Afghanistan sta conducendo le famiglie ad atti tanto impensabili, quanto crudelmente disumani, quali la cessione a pagamento di figlie giovanissime a sconosciuti, in modo che a casa si possa mangiare.
La Cnn ci ha condotto in questo viaggio all’inferno nelle province più povere e ci ha dato la possibilità di guardare negli occhi queste creature spaventate e disperate, strappate alla loro infanzia e obbligate a diventare donne e schiave. 

Parwana Malik è una bambina di 9 anni con due grandi occhi scuri, colta sorridente con le sue amiche a giocare con la corda per saltare, come è giusto che sia per delle piccole creature. La risata di Parwana si spegne sulla strada di casa, umile capanna con i muri di terra, che la riporta bruscamente al suo destino: essere venduta a uno sconosciuto come sposa bambina. L’uomo che vuole comprare la bambina, con una folta barba bianca, dice di avere 55 anni, ma per Parwana è solo “un vecchio” che la picchierà e la costringerà a lavorare nella sua casa, pensiero in lei ricorrente quanto disperato. 

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I suoi genitori dicono di non avere scelta, in quanto per anni hanno vissuto di stenti in un campo di sfollati nella provincia nordoccidentale di Badghis, solo grazie ad aiuti umanitari e lavori umili che permettevano loro di guadagnare pochi dollari al giorno. “Siamo otto membri della famiglia. Devo vendere per mantenere in vita gli altri membri della famiglia”, queste le dichiarazioni di Abdul il padre della bambina, alla Cnn, che spiegano il senso di quella che è stata la loro ultimissima spiaggia. Dalla metà di agosto la vita per loro è diventata ancora più dura, praticamente insostenibile, tale da non permettere loro di procurarsi il cibo ed i beni necessari al sostentamento. La sorella maggiore di Parwana, 12 anni, è stata venduta dal padre qualche mese fa. Abdul non riesce a dormire la notte, distrutto dal senso di colpa, dalla vergogna e dalla preoccupazione. Si era recato, purtroppo senza risultato, nella capitale provinciale Qala-e-Naw per cercare un lavoro, prendendo in prestito soldi da parenti, mentre sua moglie era costretta ad elemosinare il cibo dagli altri sfollati.

Parwana ha sperato fino all’ultimo di far cambiare idea ai suoi genitori: per il suo futuro sognava di studiare per diventare insegnante. Il 24 ottobre, quel “vecchio”, di nome Qorban, è arrivato a casa sua e ha consegnato pecore, terra e contanti al padre di Parwana per un valore di 200.000 afghani, l’equivalente di 2.200 dollari. Qorban non ha descritto la vendita come un matrimonio, dicendo di avere già moglie, promettendo che si sarebbe preso cura di Parwana come se fosse uno dei suoi figli. Ha poi aggiunto parole a dir poco agghiaccianti, come si fosse trattato di acquistare un oggetto in saldo: “Era a buon mercato, e suo padre era molto povero e ha bisogno di soldi”. 

“Lavorerà a casa mia. Non la picchierò. La tratterò come un membro della famiglia. Sarò gentile”, diceva, mentre Abdul piangeva pregandolo: “Questa è la tua sposa. Per favore, prenditi cura di lei, sei responsabile per lei ora, per favore non picchiarla”. 

Parwana, vestita con un copricapo nero nascondeva il viso – come fanno le bimbe quando sono timide o in imbarazzo, ma che generalmente si sciolgono in un sorriso di lì a poco – mentre veniva portata fuori a forza: i piedi puntati a terra e un estremo tentativo di divincolarsi non le sono valsi a nulla e così questo piccolo fiore è stato reciso.
“Non abbiamo un futuro: il nostro futuro è distrutto”, ha concluso Abdul, con tre figlie e un figlio da mantenere . “Dovrò vendere un’altra figlia se la mia situazione finanziaria non migliora, probabilmente la bambina di 2 anni”. 

Magul, un’altra bambina di 10 anni della provincia di Ghor piange ogni giorno al pensiero di essere venduta a un uomo di 70 anni. I suoi genitori avevano preso in prestito 200.000 afgani (2.200 dollari) da un abitante del loro villaggio, ma senza un lavoro non hanno avuto modo di restituire il debito. Il creditore aveva così trascinato il padre di Magul, Ibrahim, in una prigione talebana, minacciando di farlo incarcerare per questo. “Non so cosa fare”, ha detto Ibrahim. “Anche se non gli do le mie figlie, le prenderà”.
“Davvero non lo voglio. Se mi fanno andare, mi uccido”, ha detto Magul, singhiozzando mentre si sedeva sul pavimento della sua casa. “Non voglio lasciare i miei genitori.”

Una situazione analoga affligge una famiglia di nove membri nella provincia di Ghor che sta vendendo due figlie di 4 e 9 anni. Il padre non ha un lavoro e la situazione è aggravata da una situazione di disabilità. Zaiton, la bambina di 4 anni, con una frangia sottile e profondi occhi marroni, ha detto che questo sta accadendo “perché siamo una famiglia povera e non abbiamo cibo da mangiare”.

I leader talebani di Badghis, in uno dei “soliti” proclami verbali, affermano che distribuiranno cibo per impedire alle famiglie di vendere le proprie figlie. “Una volta attuato questo piano, se continuano a vendere i loro figli, li metteremo in prigione”, ha detto Mawlawai Jalaludin, un portavoce del dipartimento di giustizia dei talebani, sperando che questa volta alle parole possano seguire in fretta i fatti.
Il problema purtroppo va oltre Badghis e con l’avvicinarsi dell’inverno, sia i talebani che i gruppi umanitari chiedono maggiori interventi della comunità internazionale, sperando che si possa così arginare l’aumento dei matrimoni precoci. Sebbene far sposare sotto i 15 anni di età sia illegale, ciò avviene da anni, specialmente nelle zone più rurali dell’Afghanistan e da agosto fame e disperazione sono state le alleate dell’aumento dei casi di questa pratica. 

“È assolutamente catastrofico”, ha affermato Heather Barr, direttore associato della divisione per i diritti delle donne di Human Rights Watch. “Non abbiamo mesi o settimane per arginare questa emergenza… siamo già nell’emergenza. Finché una ragazza va a scuola, la sua famiglia è coinvolta nel suo futuro. Non appena una ragazza perde l’istruzione, all’improvviso diventa molto più probabile che si sposi”.
Barr ha concluso che è legittimo che i leader mondiali ritengano i talebani responsabili delle violazioni dei diritti umani, ma ha avvertito che più a lungo l’Afghanistan resterà senza assistenza allo sviluppo o liquidità, più le famiglie dovranno affrontare la morte per fame, con conseguenze dirette su queste giovani sacrificate”.  Fin qui Maria Anna Goni

Torturata a morte, per vendetta

A ucciderla è stato lo stesso marito che l’aveva sposata sei mesi prima. Una fine orribile per Hameya, tragedia nella tragedia della breve vita di una bambina già finita in sposa a un uomo molto più grande di lei. A riportare la vicenda, accaduta in Afghanistan, è il Daily Mail. Hameya era stata data in sposa in nome del tradizionale badal, lo scambio delle figlie fra due famiglie a scopo matrimoniale. Il badal, spiega ancora il quotidiano britannico, consente a entrambe le famiglie di ridurre il costo del matrimonio evitando di pagare una dote.
Dopo il tragico epilogo delle nozze dell’altra bambina scambiata con Hameya e uccisa dal marito, lo sposo di Hameya avrebbe quindi iniziato a torturarla per vendetta, finendo per ucciderla.
Scrive Marjana Sadat nel suo struggente diario dall’Afghanistan per Repubblica: “Sono le 8 del mattino. Come d’abitudine, preparo la colazione mentre leggo il giornale. Si parla della povertà in Afghanistan: Najiba una bambina dagli occhi innocenti è stata venduta per 50 mila AF, l’equivalente di 600 dollari. Ma non è tutto: pochi giorni fa, 8 bambini sono morti di fame nella zona occidentale di Kabul.

Questi 8 bambini, che vivevano nel distretto 13, Dasht-e-Barchi, a Kabul, non avevano nessuno che si prendesse cura di loro o desse loro da mangiare.

L’imam Mohammad Ali Bamyani, durante il funerale, ha detto che la gente li nutriva. Eppure sono morti di fame e sono stati sepolti in una collina del quartiere di Quragh in una fossa comune. Diverse personalità politiche e cittadini afghani hanno commentato la morte di questi bambini.

Un’altra notizia dal nord dell’Afghanistan: leggo su Aamaj Newsche un dipendente di una scuola, un certo Muhibullah, è morto di fame nella provincia di Fayzabad. Aveva chiesto aiuto diverse volte, ma nessuno gli ha dato ascolto e alla fine è morto.

La gente sta morendo di fame e le organizzazioni internazionali denunciano una situazione sempre più grave di povertà, fame e malnutrizione. L’Afghanistan è colpito dalla siccità e dalla recessione economica e molti sono costretti a trasferirsi nel tentativo di sopravvivere. C’è bisogno di un intervento umanitario urgente..”.

Cartoline dall’inferno afghano. Il lascito di un Occidente fuggito dopo vent’anni di guerra. 

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