Il punto, ormai, non è “se” ma “quando” scatterà l’invasione russa dell’Ucraina. Il countdown è iniziato, abbiamo scritto ieri, dando conto, come in precedenti articoli, delle forze in campo, delle grandi manovre militari in atto, in terra e mare, e dei fallimenti diplomatici.
Conto alla rovescia
Gli Stati Uniti hanno lanciato drammaticamente l’allarme sull’Ucraina, avvertendo che un’invasione russa potrebbe iniziare a breve, e hanno chiesto ai cittadini statunitensi di andarsene entro 48 ore. Un attacco da parte degli oltre 100.000 soldati russi, attualmente sistemati vicino all’Ucraina, “potrebbe verificarsi da un giorno all’altro“, ha detto ai giornalisti Jake Sullivan, consigliere per la sicurezza nazionale della Casa Bianca a Washington. Secondo gli Stati Uniti Mosca ha ormai ammassato lungo il confine truppe e mezzi sufficienti per invadere il Paese e d’ora in poi qualsiasi momento potrebbe essere quello buono. Secondo l’emittente statunitense Cnn, addirittura, un attacco potrebbe scattare prima della fine delle Olimpiadi invernali di Pechino, quindi entro il 20 febbraio prossimo. Il settimanale tedesco der Spiegel scrive che la Cia ritiene che l’attacco russo all’Ucraina potrebbe essere sferrato la settimana prossima. Gli americani avrebbero avvertito gli alleati di ritenere che l’aggressione militare potrebbe avvenire mercoledì 16 febbraio.
Anche segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, torna a lanciare l’allarme su una possibile escalation militare. Se nelle scorse settimane le preoccupazioni erano legate soprattutto al rischio di un’invasione russa al confine, i timori del capo del Patto Atlantico riguardano anche un possibile golpe interno guidato dai servizi segreti russi. Lo ha dichiarato lui stesso durante la sua visita in Romania per accogliere le truppe Usa alla base di Costanza: il pericolo non è confinato a una “piena invasione militare”, bensì ad “azioni ibride“, comprese quelle “cibernetiche“, o a un tentativo di “ribaltare il governo di Kiev“, ha detto ricordando l’alto numero di agenti d’intelligence russi presenti in Ucraina. Tutto mentre Biden in persona, nel corso di un’intervista alla Nbc, ha dichiarato che “i cittadini americani devono lasciare ora il Paese“: “Non è come avere a che fare con un’organizzazione terroristica, abbiamo a che fare con uno dei più grandi eserciti del mondo, è una situazione molto differente e le cose potrebbero impazzire velocemente“, ha dichiarato ai microfoni dell’emittente.
Contatti frenetici
Oggi il presidente russo, Vladimir Putin, e quello statunitense, Joe Biden, avranno un colloquio telefonico. La telefonata avviene sulla base di una prima proposta russa di una conversazione da tenersi nella giornata di lunedì, chiarisce in una nota la Casa Bianca, spiegando di aver successivamente avanzato la controproposta di un confronto sabato, accettata da Mosca.
Ieri c’è stato un colloquio invece tra i capi di stato maggiore dei due Paesi, Mark Milley e Valery Gerasimov. In una chiamata al ministro degli Esteri ucraino, Dmytro Kuleba, il segretario di Stato americano, Antony Blinken, ha assicurato che l’Ucraina ha il”sostegno deciso” degli Stati Unitidi fronte a una minaccia russa sempre più “acuta Blinken ha annunciato che avrà un nuovo colloquio telefonico con il ministro degli Esteri russo Serghei Lavrov e ha detto che ci sonosegnali di un’escalation in Ucraina da parte di Mosca. “Continuiamo a vedere segnali molto preoccupanti di un’escalation della Russia, come l’arrivo di nuove truppe al confine con l’Ucraina”, ha detto parlando in conferenza stampa dalle Fiji.
Il Mar Nero militarizzato
Intanto un’esercitazione su larga scala, che coinvolge più di 30 navi della marina russa, è iniziata nel Mar Nero. Lo ha reso noto il servizio stampa della flotta del Mar Nero. “Oltre 30 navi da guerra di varie classi della flotta del Mar Nero e di altre flotte svolgeranno missioni come parte di forze armate, gruppi offensivi navali e unità di navi da sbarco”, ha affermato il servizio stampa in una nota.
“Le formazioni navali e le unità delle truppe costiere, così come l’aviazione navale, effettueranno il lancio di missili e artiglieria, nonché eseguiranno attacchi missilistici e bombe su bersagli marittimi, costieri e aerei in varie fasi dell’esercitazione. L’obiettivo dell’esercitazione – è scritto nella nota – è difendere la costa della penisola di Crimea, le basi di forze e truppe, nonché le infrastrutture economiche del Paese, le comunicazioni navali e le aree di attività’ economica marittima dalle minacce militari del nemico immaginario”.
Lenavi hanno lasciato le basi di Sebastopoli e Novorossijsknella fase iniziale “dopo aver viaggiato in aree designate”. Il comandante della flotta del Mar Nero Igor Osipov supervisiona le manovre. L’esercitazione coinvolge fregate, corvette, piccole navi missilistiche e navi missilistiche, navi da sbarco, cacciatorpediniere e navi contromisure.
Le forze e le truppe navali russe, comprese le unità portate da tutto il vasto Paese, ora circondano l’Ucraina a sud, est e nord. La Russia, che nega qualsiasi piano per attaccare l’Ucraina, controlla già il territorio della Crimea e sostiene le forze separatiste che controllano la regione ucraina del Donbass a est. Il Cremlino afferma che il suo obiettivo è convincere la Nato ad accettare di non concedere mai l’adesione all’Ucraina e anche a ritirarsi dai paesi dell’Europa orientale già nell’alleanza, ritagliando di fatto l’Europa in sfere di influenza in stile Guerra Fredda.
Gli Stati Uniti e i loro alleati europei respingono le richieste, insistendo sul fatto che la Nato non rappresenta una minaccia per la Russia. In aggiunta alle tensioni, venerdì sono state avviate esercitazioni militari russe su larga scalacon la Bielorussia, che si trova appena a nord di Kiev e confina anche con l’Unione Europea.
Il consigliere per la Sicurezza Usa, Sullivan, ha chiarito che gli Stati Uniti si stanno preparando al peggio, compreso un “rapido assalto” alla capitale Kiev. “Se un attacco russo all’Ucraina procede, è probabile che inizi con bombardamenti aerei e attacchi missilistici che potrebbero ovviamente uccidere i civili”, ha detto. “Qualsiasi americano in Ucraina dovrebbe partire il prima possibile e comunque nelle prossime 24-48 ore”. Gli Stati Uniti potrebbero annunciare nelle prossime ore l’evacuazione di tutto il personale della loro ambasciata a Kiev, secondo l’agenzia Associated Press. Un piccolo numero di funzionari potrebbe rimanere nella capitale ucraina, ma la gran parte dei quasi 200 americani che lavorano alla rappresentanza diplomatica verranno fatti uscire dal Paese o trasferiti nelle zone occidentali, vicino al confine polacco, in modo da mantenere una presenza diplomatica.
Sullivan ha parlato poco dopo che il presidente Joe Biden e sei leader europei, i capi della Nato e dell’Unione Europea, hanno tenuto colloqui sulla peggiore crisi tra Occidente e Russiadalla fine della Guerra Fredda. Il presidente del Consiglio, Mario Draghi, ha partecipato a una videoconferenza, organizzata dagli Stati Uniti, sulla crisi in Ucraina. Secondo quanto conferma Palazzo Chigi, all’incontro è stato approfondito l’esame delle sanzioni che verrebbero adottate in caso di aggressione all’integrità territoriale dell’Ucraina da parte della Russia. E Draghi sostiene l’opportunità di pesanti sanzioni, pur continuando a sperare in un utile dialogo con Mosca.
Il governo francese ha detto che anche il presidente Emmanuel Macron chiamerà il leader russo sabato. Sottolineando le prospettive cupe, una serie di Paesi si è unita all’esodo di diplomatici e cittadini dall’Ucraina, mentre i prezzi del petrolio sono aumentati e le azioni statunitensi sono crollate
Nel frattempo i dipendenti della missione diplomatica russa in Ucraina hanno iniziato a lasciare il Paese. Lo riporta Ria Novosti, citando una “fonte informata”. “I diplomatici e i funzionari consolari in Ucraina hanno iniziato a tornare in Russia”, scrive l’agenzia russa, secondo la quale sullo sfondo degli allarmi lanciati dai Paesi occidentali ai propri cittadini, “Mosca ha deciso d’intraprendere la stessa strada”.
Anche Australia e Nuova Zelanda invitano i connazionali a lasciare immediatamente il Paese. Per il premier australiano, Scott Morrison, la situazione è “molto seria”. “Sarà un quadro molto volatile se ci sarà un conflitto – ha detto durante una conferenza stampa – Speriamo e preghiamo affinché non sia così”. “Da tempo è chiaro il messaggio che gli australiani in Ucraina dovrebbero lasciare il Paese”, ha aggiunto.
E lo stesso avvertimento è stato lanciato da Giappone, Corea del Sud, Belgio, Nuova Zelanda e Israele.
Il conflitto armato del 2014
Di grande interesse è la ricostruzione storico-analitica fatta su Avvenire da Francesco Palmas. “Fin dal primo marzo 2014 – ricorda Palmas – migliaia di persone manifestarono a Donetsk contro le nuove autorità di Kiev, filo-occidentali. Subito si impossessarono di depositi di armi, uffici amministrativi e posti di polizia. Il 7 aprile, proclamarono la Repubblica popolare di Donetsk, emulati a Lugansk da altri separatisti. Appena eletto, il presidente ucraino Pietro Poroschenko lanciò un’operazione ‘antiterrorista’ (ATO) per tentare di riprendere le città del Donbass, finite in gran parte in mano ai separatisti. Era la fine della primavera 2014.
I giorni terribili dei bombardamenti su Donetsk
Donetsk fu bombardata con artiglierie pesanti, mentre i regolari tentavano di circondarla per spezzare gli assi logistici dei rifornimenti russi. Bisogna ammettere che, dopo i rovesci iniziali, l’esercito ucraino si era in parte riorganizzato, grazie ai consigli e ai rifornimenti di paesi amici, in primis gli Stati Uniti, pronti a concedere aiuti. Il 18 dicembre 2014, Obama firmò il Freedom Support Act, che stanziava 350 milioni di dollari di assistenza militare diretta all’Ucraina, coprendo il biennio 2015-2017. Da allora in poi, gli Usa hanno accordato a Kiev 2,5 miliardi di aiuti militari, fatti di armi, equipaggiamenti e formazione di militari ucraini.
I primi accordi di Minsk
Sul piano militare, il fallimento iniziale dell’esercito ucraino aveva costretto Poroshenko e il suo gabinetto a negoziare un primo cessate il fuoco con i ribelli, il 5 settembre 2014 a Minsk, con la mediazione dell’Osce e del quartetto in ‘formato Normandia’ (Francia, Germania, Russia e Ucraina). Il 16, la Rada, il parlamento ucraino, promulgava la legge sul ‘regime speciale di autogestione locale’ e temporanea dei distretti del Donbass in mani separatiste. Ma il cessate il fuoco rimase solo sulla carta e, da lì a febbraio 2015, i ribelli conquistarono 1.500 chilometri quadrati circa di nuovi territori, in particolare nel saliente di Debaltsevo, trait d’union fra Lugansk e Donetsk, e più a sud ancora nell’area contesa dell’aeroporto dell’ultima delle due città.
La battaglia di Debaltsevo e gli accordi di Minsk 2
Le diplomazie erano in pieno fermento per arginare gli scontri. In Bielorussia, l’allora presidente francese François Hollande riuscì a convincere russi e ucraini a negoziare gli accordi di Minsk 2, fra l’11 e il 12 febbraio 2015. C’era un’intesa sul cessate il fuoco, il 12 stesso, lungo una linea di 450 km, con la promessa di ritirare tutti gli armamenti pesanti a 12 km dalla linea di separazione. Ma la guerra continuava, anzi s’intensificò nei dintorni di Debaltsevo. La tregua sarebbe dovuta entrare in vigore il 15, a mezzanotte. E allora i separatisti tentarono il tutto per tutto. Volevano cacciare gli ultimi regolari ucraini ancora presenti nel saliente e cominciarono a tempestare con le artiglierie la città e l’arteria di Artemivsk. I governativi assestarono l’ultimo colpo di coda: puntarono Lohvynove, ma finirono nella tenaglia nemica, lasciando sul terreno decine di morti e feriti. Da Washington, il portavoce del dipartimento di Stato tuonò contro la Russia, «responsabile del bombardamento della città». I filorussi avevano gran copia d’artiglieria e batterie di lanciarazzi intorno a Debaltsevo. Le usarono in massa. Il 15, entrò in vigore il cessate il fuoco, ordinato agli uomini sul terreno sia da Poroschenko, sia dai comandi filorussi. Ma i combattimenti intorno a Debaltsevo non scemarono. La tregua già vacillava, prima del previsto. I separatisti attaccarono la città da ovest e da est. Non paghi ampliarono il raggio d’azione al villaggio di Chornukhyne, per garantirsi ulteriore profondità strategica. Ne presero la stazione e la periferia orientale. Il comando ucraino decise allora per il ritiro da Debaltsevo, non potendo far affluire rinforzi. Il 20 febbraio, caddero le ultime sacche di resistenza ucraina nel settore di Debaltsevo, a Chornukhyne, Ridkodub, Nikishyne e Mius. In meno di un mese, i filorussi avevano conquistato 420 km2 di nuovi territori, contravvenendo agli accordi di Minsk 1.
Le forze in campo oggi
I russi hanno una superiorità schiacciante rispetto agli ucraini. Hanno ammassato più di 100mila uomini al confine. Il rapporto di forze è ancora più favorevole a loro che nel 2014. Il Cremlino è in grado di lanciare dei raid aeroterrestri dal Donbass, dei raid aerei o anfibi a partire dalla Crimea o dalla regione di Rostov. Può sfondare via terra con le colonne della terza divisione motorizzata e della quarta divisione blindata, penetrando a Kharkiv e a Poltava. Ha la possibilità di marciare con la centoquarantaquattresima divisione motorizzata da Kursk e dalla Bielorussia in direzione di Kiev. Niente potrebbe fermarli sul terreno. Nonostante le riforme degli ultimi anni, l’esercito ucraino esiste ancora soprattutto sulla carta. Dei 250mila uomini totali solo 130mila sarebbero adeguatamente addestrati e molti di questi occupano posti non combattenti. Kiev ha un modello di forza molto burocratizzato”.
Un quadro dettagliato, che dà conto di un pericolo che si fa sempre più ravvicinato: quello di una guerra ad alta intensità. Con l’Europa come campo di battaglia.