Il covid e l'apartheid vaccinale: la denuncia di Oxfam ed Emergency

È la denuncia diffusa oggi da Oxfam e Emergency, membri della People's Vaccine Alliance, alla vigilia del summit tra i leader dell’Unione europea e dell’Unione africana, in programma a Bruxelles il 17 e 18 febbraio.

Il covid e l'apartheid vaccinale: la denuncia di Oxfam ed Emergency
Vaccini in Africa
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16 Febbraio 2022 - 15.10


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Questo non è uno spreco. Questo è un crimine contro l’umanità. L’Unione europea entro la fine di febbraio dovrà buttare 55 milioni di dosi di vaccini Covid, perché in scadenza, mentre all’Africa ne ha donate appena 30 milioni dall’inizio dell’anno. Nel frattempo in Africa, a causa della scarsità di vaccini, appena l’11% della popolazione ha ricevuto le prime due dosi e dall’inizio dell’anno si stima che almeno 250 mila persone siano morte a causa del virus, quasi 7 mila al giorno.

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È la denuncia diffusa oggi da Oxfam e Emergency, membri della People’s Vaccine Alliance, alla vigilia del summit tra i leader dell’Unione europea e dell’Unione africana, in programma a Bruxelles il 17 e 18 febbraio.

L’Ue è il maggior esportatore di vaccini al mondo, ma solo l’8% è andato all’Africa

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“Nonostante la retorica di una relazione speciale con l’Africa, l’Unione europea, che al momento è il primo esportatore di vaccini al mondo, ha dato la priorità alla vendita di dosi prodotte in Europa ai Paesi ricchi in grado di pagare prezzi esorbitanti facendo prevalere unicamente la logica del profitto delle case farmaceutiche. Solo l’8% delle dosi esportate è andato al continente africano. –denunciano Sara Albiani, policy advisor per la salute globale di Oxfam Italia e Rosella Miccio, presidente di EMergency –BioNTech, l’azienda tedesca partner di Pfizer, ha venduto solo l’1% del suo export nei Paesi africani. Allo stesso tempo, fino ad oggi è l’Unione europea, sotto la spinta della Germania, ad opporsi con maggiore forza alla proposta di sospensione dei diritti di proprietà intellettuale sui vaccini Covid, avanzata da India e Sud Africa all’Organizzazione Mondiale del Commercio con il sostegno dell’Unione africana e di oltre 100 paesi. Un passo che, se accompagnato dalla condivisione di tecnologie e know-how, consentirebbe la libera produzione di vaccini, test e cure, bloccando lo sviluppo di nuove varianti del virus”.

Un summit destinato a deludere le attese

Da quanto trapelato fino ad ora, la spaccatura tra leader europei e africani difficilmente troverà una composizione anche nel corso del summit di domani. La scorsa estate, il Presidente francese Emmanuel Macron – che come presidente di turno del Consiglio europeo ospita il vertice tra Ue e Ua – ha annunciato il suo sostegno alla proposta di sospensione dei brevetti sui vaccini, ma da allora ha fatto molto poco per portare gli altri Paesi dell’Unione su questa posizione.

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Roma non pervenuta

L’Italia è stata assente da questo dibattito a livello europeo, schiacciandosi sulle posizioni della Commissione europea e della Germania, sebbene il Parlamento si sia più volte espresso per chiedere al Governo di promuovere la sospensione dei brevetti all’interno delle istituzioni europee.

“Nei paesi dell’Unione l’accaparramento di vaccini ha fatto sì che il numero di cittadini che ha già fatto la dose booster, abbia superato di più di un terzo il numero di persone che in Africa ha avuto due dosi. – continuano Albiani e Miccio – Nonostante le vane promesse di rendere il vaccino un bene pubblico globale, fatte ad inizio pandemia dalla Presidente della Commissione europea Ursula Von der Leyen, l’Ue ha quindi una precisa responsabilità dell’attuale enorme carenza in tutto il continente africano”. 

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“L’Ue sostiene di promuovere una partnership tra pari con l’Unione Africana, eppure sta gettando più dosi di vaccino di quante ne stiano donando a noi, continuando a bloccare la sospensione dei brevetti che ci consentirebbe di produrne autonomamente. Cosa c’è di paritario in questo? – aggiunge Sani Baba Mohammed, segretario regionale per l’Africa e il Medio Oriente del Public Services International –L’apartheid vaccinale, che l’Unione europea continua a perpetuare, ha un costo immane in termini di vite perse, impatto sulle economie e sui sistemi sanitari dei Paesi africani. È incoraggiante che l’Unione africana assuma una posizione forte su questi temi in occasione del summit Ue-Ua e chieda di inserire la deroga sulla proprietà intellettuale dei brevetti nel documento finale del vertice di domani. È un passo fondamentale per tutta l’Africa”.

Nel 2022 BioNTech produrrà in Africa meno dosi di quante ne escano in un mese dagli stabilimenti tedeschi

Sulla carta, l’Unione europea fino ad oggi ha messo in campo diversi progetti per sostenere l’avvio della produzione di vaccini nei Paesi africani, ma lo ha fatto sempre sotto il controllo delle aziende farmaceutiche che ne detengono i brevetti e continuano a tutelare in primis i propri interessi commerciali.  Un esempio lampante è quello di BioNTech, che ha recentemente annunciato l’intenzione di produrre complessivamente 50 milioni di dosi in Africa, una cifra inferiore alla propria produzione mensile in Germania.

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“L’Unione europea continua ad anteporre gli interessi delle case farmaceutiche all’obiettivo di salvare vite in Africa, l’ultima parola continuano ad averla le aziende produttrici. – concludono Albiani e Miccio – Su queste basi non si riesce quindi a capire come si possa definire un’agenda di lavoro condivisa con l’Unione africana”.

Il fallimento dell’iniziativa Covax finanziato dalla Ue con 3 miliardi di euro

Nel frattempo il Covax – l’iniziativa dell’Organizzazione Mondiale che avrebbe dovuto garantire l’accesso ai vaccini nei Paesi in via di sviluppo, che era stata sostenuta dalla Ue con 3 miliardi di euro – sta facendo i conti con la mancanza di finanziamenti da parte dei Paesi donatori, dopo aver mancato l’obiettivo di vaccinare il 20% della popolazione dei Paesi più poveri entro la fine del 2021. Ad oggi Covax ha consegnato 1,18 miliardi di dosi a fronte dei 2 miliardi che si era impegnato ad inviare entro fine anno. Il tutto, mentrela sola Germania ha incassato 3,2 miliardi di euro di entrate fiscali da BioNTech, l’azienda che, insieme a Pfizer, aveva ricevuto 2,5 miliardi di dollari dei contribuenti, già prima di ricevere l’autorizzazione all’uso di emergenza dei vaccini.

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Vademecum per ministri “smemorati”

E’ ancora Oxfam a offrirlo. Gratuitamente.

Nei primi 2 anni di pandemia i 10 uomini più ricchi del mondo hanno più che raddoppiato i loro patrimoni, passati da 700 a 1.500 miliardi di dollari, al ritmo di 15.000 dollari al secondo, 1,3 miliardi di dollari al giorno. Nello stesso periodo si stima che 163 milioni di persone siano cadute in povertà a causa della pandemia.

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“Già in questo momento i 10 super-ricchi detengono una ricchezza sei volte superiore al patrimonio del 40% più povero della popolazione mondiale, composto da 3,1 miliardi di persone. – rimarca Gabriela Bucher, direttrice di Oxfam International – Se anche vedessero ridotto del 99,993% il valore delle proprie fortune, resterebbero comunque membri titolati del top-1% globale”. 

“La pandemia della disuguaglianza”.

È quanto emerge da “La pandemia della disuguaglianza, rapporto pubblicato di recente da da Oxfam, organizzazione impegnata da sempre e in prima linea nella lotta alle disuguaglianze, in occasione dell’apertura dei lavori del World Economic Forum di Davos, che quest’anno si sono svolti  in forma virtuale.

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Dall’inizio dell’emergenza Covid-19, ogni 26 ore un nuovo miliardario si è unito ad una élite composta da oltre 2.600 super-ricchi le cui fortune sono aumentate di ben 5 mila miliardi di dollari,in termini reali, tra marzo 2020 e novembre 2021. Il surplus patrimoniale del solo Jeff Bezos nei primi 21 mesi della pandemia (+81,5 miliardi di dollari) equivale al costo completo stimato della vaccinazione (due dosi e booster) per l’intera popolazione mondiale.

 È il virus della disuguaglianza, non solo la pandemia, a devastare così tante vite.Ogni 4 secondi 1 persona muore per mancanza di accesso alle cure, per gli impatti della crisi climatica, per fame, per violenza di genere. Fenomeni connotati da elevati livelli di disuguaglianza.

Le donne che hanno subito gli impatti economici più duri della pandemia, hanno perso complessivamente 800 miliardi di dollari di redditi nel 2020, un ammontare superiore al PIL combinato di 98 Paesi, e stanno affrontando un aumento significativo del lavoro dicura non retribuito,che ancora oggi ricade prevalentemente su di loro. Mentre l’occupazione maschile dà segnali di ripresa, si stimano per il 2021 13 milioni di donne occupate in meno rispetto al 2019.

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“Le banche centrali hanno pompato miliardi di dollari nei mercati finanziari per salvare l’economia, ma gran parte di queste risorse sono finite nelle tasche dei miliardari che cavalcano il boom del mercato azionario – aggiunge Bucher – Alcuni settori hanno beneficiato della crisi con conseguenze avverse per troppi, come nel caso del settore farmaceutico, fondamentale nella lotta alla pandemia, ma succube alla logica del profitto e restio alla sospensione temporanea dei brevetti e alla condivisione di know how e tecnologie necessarie per aumentare la produzione di vaccini Covid e salvare vite anche nei contesti più vulnerabili del pianeta”.  

Mentre i monopoli detenuti da Pfizer, BioNTech e Moderna hanno permesso di realizzare utili per 1.000 dollari al secondo e creare 5 nuovi miliardari, meno dell’1% dei loro vaccini ha raggiunto le persone nei Paesi a basso reddito. La percentuale di persone con Covid-19 che muore a causa del virus nei Paesi in via di sviluppo è circa il doppio di quella dei Paesi ricchi, mentre ad oggi nei Paesi a basso reddito è stata vaccinata appena il 4,81% della popolazione.

“La disuguaglianza non è una fatalità ma il risultato di precise scelte politiche. – continua Bucher – Non solo i nostri sistemi economici ci hanno reso meno sicuri di fronte a questa pandemia, ma consentono a chi è estremamente ricco di beneficiare della crisi. Non è mai stato così importante intervenire sulle sempre più marcate ingiustizie e iniquità. Per questo servono coraggio e visione per affrancarsi da paradigmi di sviluppo che hanno mostrato il fallimento negli ultimi decenni”.

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DISUGUITALIA

La pandemia ha aggravato le condizioni economiche delle famiglie italiane e rischia di ampliare a breve e medio termine i divari economici e sociali preesistenti. Nel primo anno di convivenza con il coronavirus in Italia è cresciuta la concentrazione della ricchezza. La quota, in lieve crescita su base annua, di ricchezza detenuta dal top-1% supera oggi di oltre 50 volte quella detenuta dal 20% più povero dei nostri connazionali. Il 5% più ricco degli italiani deteneva a fine 2020 una ricchezza superiore a quella dell’80% più povero. Nei 21 mesi intercorsi tra marzo 2020 e novembre 2021 ilnumero dei miliardari italiani della Lista Forbes è aumentato di 13 unità e il valore aggregato dei patrimoni dei super-ricchi è cresciuto del 56%, toccando quota 185 miliardi di euro alla fine dello scorso novembre. I 40 miliardari italiani più ricchi posseggono oggi l’equivalente della ricchezza netta del 30% degli italiani più poveri (18 milioni di persone adulte).

L’inversione delle fortune, iniziata dalla metà degli anni ‘90, con una marcata divergenza tra le quote di ricchezza del 10% più ricco e della metà più povera della popolazione italiana, non sembra allentarsi nel biennio 2020-2021 con le famiglie più povere incapaci di intercettare la significativa crescita del risparmio registrata durante la pandemia.

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Alla riduzione delle spese per consumi è corrisposto nel 2020 un significativo aumento dell’incidenza della povertà assoluta. Oltre 1 milione di individui e 400.000 famiglie sono sprofondati nella povertà, sebbene su questo disastro sociale possa aver inciso maggiormente – a differenza della precedente recessione – il cambiamento pandemico delle abitudini di consumo rispetto alla perdita di potere d’acquisto, pur significativa, delle famiglie.

“Il quadro sociale avrebbe potuto essere ancor più grave, se il Governo non avesse potenziato le misure di tutela esistenti e messo in campo strumenti emergenziali nuovi di supporto al reddito – annota  Elisa Bacciotti, responsabile Campagne di Oxfam Italia – I massicci trasferimenti hanno anche attenuato le disuguaglianze retributive e reddituali, ma le prospettive a breve restano incerte, data la temporaneità degli interventi e i rischi, tutt’altro che scongiurati, di un ritorno allo status quo pre-pandemico. In primis, per quanto riguarda il nostro mercato del lavoro profondamente disuguale e che genera, in modo strutturale, povertà da decenni”.

La ripresa occupazionale del 2021 non è trainata da lavoro stabile e rischia di riproiettarci nel mondo pre-pandemico, che ha visto crescere la quota dei working poor di oltre 6 punti percentuali dall’inizio degli anni ‘90.

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“Sono diversi i motivi, non rimossi dalla pandemia, che rendono oggi il lavoro insufficiente a condurre una vita dignitosa per tante persone: l’espansione di lungo corso di occupazioni in settori a bassa produttività e con salari insufficienti, la prevalenza nel tessuto produttivo di piccole e micro imprese con propensione all’innovazione mediamente molto debole e sottoutilizzo del capitale umano, le strategie competitive delle imprese italiane basate sulla compressione del costo del lavoro, la deregulation contrattuale, la diffusione del part-time in prevalenza involontario”, sottolinea ancora  Bacciotti.

Il contrasto alle disuguaglianze e in particolare la portata redistributiva di alcuni interventi strutturali messi in campo nel 2021 dal Governo Draghi sconta le difficili convergenze di una maggioranza disomogenea e la prevalenza di pulsioni conservatrici.

“Crediamo che la razionalizzazione delle misure di sostegno alle famiglie con figli intrapresa dall’attuale Governo sia largamente apprezzabile, così come l’azione sul riordino degli ammortizzatori sociali, anche se ancora incompleta. Le scelte in materia di riforma del sistema fiscale ci appaiono invece discutibili, dimenticando l’obiettivo di garantire maggiore equità orizzontale in favore di una crescita quantitativa, che offusca la dimensione sociale dello sviluppo. L’intervento effettuato sul reddito di cittadinanza nella legge di bilancio è inoltre fortemente deludente, mancando di recepire quasi tutte le indicazioni di riforma per rendere questo strumento più equo ed efficiente nel contrasto alla povertà”, conclude Bacciotti.

Ora, il ministro della Salute in Italia è un “compagno”, termine che, conoscendolo di persona, so che non suona per lui come un oltraggio: Roberto Speranza. Da un ministro “compagno”, o comunque progressista, o comunque “umanitario”, il minimo che ci si attenda è che sussurri qualcosa di sinistra all’orecchio di Mario Draghi. E’ chiedere troppo?

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