Turchia, tredici giorni per cambiare la storia ma Erdogan vuole restare il presidente-padrone
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Turchia, tredici giorni per cambiare la storia ma Erdogan vuole restare il presidente-padrone

Militarizza l’informazione. Annuncia di aver eliminato il nuovo capo dell’Isis. Rassicura sulle sue condizioni di salute. E promette: con l’aiuto di Dio, distruggeremo l’opposizione”.

Turchia, tredici giorni per cambiare la storia ma Erdogan vuole restare il presidente-padrone
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Umberto De Giovannangeli Modifica articolo

1 Maggio 2023 - 17.42


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Militarizza l’informazione. Annuncia di aver eliminato il nuovo capo dell’Isis. Rassicura sulle sue condizioni di salute. E promette: con l’aiuto di Dio, distruggeremo l’opposizione”. Il sultano affronta così i tredici giorni che restano al giorno dei giorni: le elezioni presidenziali in Turchia.

Strada in salita

Scrive Michela Morsa su Euronews: “La campagna elettorale turca è entrata nel vivo. A due settimane dal voto del 14 maggio, che rinnoverà presidente e Parlamento, i due candidati sono a testa a testa nei sondaggi e nelle piazze. Recep Tayyip Erdoğan, leader del partito conservatore Akp e attuale capo di Stato, al potere da ormai 20 anni, affronta un unico avversario dietro il quale si sono stretti i sei partiti dell’opposizione: Kemal Kılıçdaroğlu, a capo del Partito repubblicano del popolo, laico e socialdemocratico. 

Questa domenica entrambi i candidati hanno partecipato a enormi raduni. Nella capitale, Ankara, Erdoğan ha promesso, “con l’aiuto di Dio, di distruggere l’opposizione”. Kılıçdaroğlu ha radunato i suoi sostenitori a Izmir, terza città della Turchia nell’ovest del Paese, una roccaforte dell’opposizione. Kılıçdaroğlu ha garantito che riporterà “la luce in Turchia” e ricostruirà “la democrazia turca”. “Riporteremo la pace e la fraternità”, ha detto l’ex alto funzionario, 74 anni. 

Questa settimana il presidente Erdoğan, alle prese con quello che è stato definito dal suo entourage un virus intestinale, aveva dovuto mettere in pausa la sua campagna elettorale, dopo essere stato costretto, martedì sera, a interrompere un’intervista in diretta televisiva. Ma sabato è riapparso in pubblico in visita al salone aeronautico Teknofest. Si è congratulato per avere “ripreso (il suo programma)” promettendo di non “fermarsi” fino al doppio scrutinio del 14 maggio. 

Finora praticamente irremovibile, Erdoğan, primo ministro dal 2003 al 2014 e presidente da allora, si confronta con un rivale che sta cercando di affascinare i giovani elettori: 5,2 milioni di giovani stanno andando alle urne per la prima volta. Una generazione che non ha conosciuto altra figura che Erdoğan a impersonare il potere politico in Turchia e che ha sete di cambiamento. Tuttavia, secondo le stime, solo un quinto dei 18-25 anni elettorato ha intenzione di andare a votare”.

I tre sfidanti

A contendersi la più alta carica dello Stato ci sono altri tre sfidanti: Kemal Kılıçdaroğlu, Muharrem İnce e Sinan Oğan.

Così li racconta Futura D’Aprile per Linkiesta.

Kemal Kılıçdaroğlu
Segretario del partito repubblicano di ispirazione kemalista (Chp) dal 2010, Kılıçdaroğlu sta conquistando l’elettorato con la sua pacatezza e con la sua serietà. Originario della provincia orientale di Tunceli, Kılıçdaroğlu è cresciuto in una famiglia povera e di fede alevita, una minoranza religiosa spesso perseguitata in Turchia.

Nonostante le difficoltà economiche, il leader del Chp ha conseguito una laurea in Economia ad Ankara e dal 2002 ha ricoperto diversi ruoli dirigenziali nei ministeri delle Finanze, delle Entrate e della Previdenza sociale.

La sua leadership all’interno del partito è stata spesso criticata a causa del suo poco carisma, ma Kılıçdaroğlu ha saputo dare una svolta alla sua immagine nel 2017, quando il suo vice, Enis Berberoglu, finì vittima dell’ondata di arresti seguiti al tentato golpe del 2016, ricevendo una condanna a venticinque anni di carcere.

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Il segretario del Chp, per tutta risposta, percorse a piedi quattrocentocinquanta chilometri tra Ankara e Istanbul in quella che prese il nome della «Marcia per la giustizia» e che gli valse l’appellativo di «Gandhi turco», oltre che un aumento del successo tra l’elettorato del Paese.

In quest’ultima campagna elettorale, Kılıçdaroğlu sta facendo leva sull’immagine che è riuscito a crearsi negli anni, ma anche sulla pacatezza dei toni e sulla frugalità della sua vita quotidiana, in contrapposizione alla veemenza dei discorsi di Erdogan e allo sfarzo che caratterizza la vita del presidente uscente. Tutto questo gli è valso il sostegno, tra alti e bassi, di cinque partiti che vanno dal centro-sinistra alla destra nazionalista, riunitisi nel cosiddetto «Tavolo dei sei».

Kılıçdaroğlu può anche contare sull’appoggio esterno – e non ufficialmente dichiarato – del partito filo-curdo Hdp, che ha deciso di non presentare un proprio candidato alle presidenziali. A unire tutti questi partiti vi è prima di tutto la volontà di tornare a un sistema parlamentare e di ripristinare la divisione dei poteri nel paese, garantendo nuovamente i diritti dei cittadini.

Muharrem İnce
Ex leader del Chp, Ince ha rotto con il partito repubblicano dopo la sconfitta alle presidenziali del 2018 e ha fondato a maggio del 2021 il Partito della patria. Originario di Elmalik, città che affaccia sul mare di Marmara, si è laureato in Fisica e chimica all’università di Bursa e lavora come insegnante.

Secondo diversi sondaggi la sua candidatura sta facendo presa tra i giovani, anche grazie a una comunicazione che passa principalmente per i social, e dovrebbe raggiungere l’otto per cento delle preferenze. Ince non supererà il primo turno delle presidenziali, ma la sua indicazione di voto al ballottaggio potrebbe essere decisiva per la vittoria di uno dei due candidati.

Sinan Oğan
La carriera politica di Oğan si è svolta principalmente all’interno del partito nazionalista Mhp, alleato di Erdogan, da cui è stato espulso nel 2015 e nel 2017 per aver criticato il suo leader, Devlet Bahceli. Alle prossime presidenziali sarà sostenuto da tre piccoli partiti di destra nazionalisti, ma non dovrebbe superare il due per cento delle preferenze.

Oğan viene da una famiglia di origini azere residente in una città al confine con l’Armenia, ha una laurea in Scienze economiche e amministrative ed è stato assistente di ricerca presso l’Istituto di studi turchi dell’Università di Marmara.

Ricercatore in Studi strategici e con un dottorato in Scienze politiche ottenuto presso l’Istituto di relazioni internazionali di Mosca, Oğan è un fervente nazionalista e vorrebbe una Turchia più orientata verso quei Paesi che fanno parte dell’Organizzazione degli Stati turchi, quali Azerbaijan, Kazakhstan, Kyrgyzstan e Uzbekistan.

Cosa aspettarsi
Nonostante l’incertezza dei sondaggi, il vero sfidante di Erdogan alle prossime elezioni sarà Kemal Kılıçdaroğlu, ma difficilmente uno dei due candidati riuscirà a portare a casa la vittoria al primo turno. Nel caso di un ballottaggio, un singolo voto potrebbe cambiare l’esito delle elezioni, per cui molto dipenderà anche dalle indicazioni di voto di Ince e Oğan”.

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Bavaglio (e galera) per i giornalisti indipendenti

Denuncia la Federazione nazionale della stampa italiana (Fnsi): “Nella giornata del 25 aprile 2023 in Turchia sono state arrestate 126 persone tra cui giornalisti, avvocati, difensori dei diritti, attivisti politici e artisti in 21 province. Lo denuncia sul suo sito web la Federazione europea dei giornalisti (Efi), che cita l’agenzia statale Anadolu secondo cui l’operazione è correlata a indagini antiterrorismo condotte dall’ufficio del procuratore capo di Diyarbakır.
I giornalisti detenuti, continua il comunicato diffuso dalla Efj «finora includono il direttore della Mesopotamia News Agency (MA) Abdurrahman Gök e i giornalisti Ahmet Kanbal e Mehmet Şah Oruç; il caporedattore del quotidiano Yeni Yaşam Osman Akın; l’editore dell’unico giornale di stampa curdo in Turchia, Xwebûn Weekly, Kadri Esen; il giornalista di JinNews Beritan Canözer; i giornalisti Mehmet Yalçın, Mikail Barut, Salih Keleş e Remzi Akkaya».
Anche l’avvocato Resul Temur, che rappresentava i giornalisti imprigionati a Diyarbakır e ad Ankara dopo simili irruzioni rispettivamente nel giugno e nell’ottobre 2022, è stato arrestato.
L’Ordine degli avvocati di Diyarbakır ha reso noto che le accuse contro le persone detenute sono ancora sconosciute a causa di un ordine di riservatezza che copre le indagini e di una limitazione di 24 ore sull’accesso agli avvocati per le persone detenute.
La Efj denuncia che «gli arresti sono stati effettuati in vista delle elezioni parlamentari e presidenziali in Turchia, che si terranno il 14 maggio 2023, e rappresentano un altro passo nelle sistematiche vessazioni e intimidazioni dei media curdi e dell’opposizione politica nel paese».
La Federazione europea dei giornalisti conclude la sua nota chiedendo alle autorità «che agli arrestati sia consentito l’accesso alla consulenza legale, che vengano rivelati tutti i dettagli di eventuali accuse mosse e che si garantisca che verranno rilasciati».

La trappola del voto disgiunto

 “Quelle del 14 maggio non saranno elezioni ordinarie”, aveva ammonito Erdoğan il 25 aprile, “si deciderà se il clima di fiducia e stabilità perdurerà nel nostro Paese” o se “si tornerà all’era delle coalizioni”. In altri termini, il presidente turco si è presentato come garante della stabilità politica interna, in alternativa alla quale si prospetta la destabilizzazione. Un rischio alimentato dalla concomitanza tra elezioni parlamentari e presidenziali, per le quali è possibile il voto disgiunto. Si potrebbe dunque giungere a una situazione di doppia maggioranza, una per il governo, un’altra per il Parlamento, con conseguenze rischiose sulla tenuta istituzionale. Anche perché, Erdoğan ha ricevuto critiche crescenti non solo per la crisi economico-finanziaria e per la gestione dell’intervento delle autorità nelle regioni colpite dal terremoto del 6 febbraio scorso, ma anche per il cambiamento della costituzione da lui sostenuto nel 2016, che ha trasformato il sistema parlamentare turco in un sistema presidenziale. Un cambiamento che Kilicdaroglu ha già detto di voler abrogare.

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A prescindere, dunque, dalla veridicità delle informazioni circolanti sullo stato di salute di Erdoğan, 69 anni, che potrebbero pesare su quell’elettorato indeciso che diffidava di Kilicdaroglu per i suoi 74 anni, è probabile – concordano gli analisti – che a determinare l’esito delle elezioni siano piuttosto questioni di natura sociale, legate al netto peggioramento delle condizioni di vita, soprattutto tra la classe media.

La carta Isis

Erdoğan ha annunciato la morte in Siria di Abu al-Hussein al Hussayni al Qurashi, considerato l’attuale capo dell’Isis: il presidente turco ha detto che al Qurashi è morto durante un’operazione di una squadra dell’intelligence turca. Fonti siriane e funzionari governativi hanno detto  ad al Jazeera che è avvenuta a Jinderes, città nel nord della Siria controllata dai ribelli che si oppongono al regime del presidente Bashar al-Assad e che sono sostenuti dalla Turchia.

L’analista Charles Lister, del centro studi statunitense Middle East Institute, ha dato qualche dettaglio in più su come si è svolta l’operazione: sembra che sia avvenuta venerdì in un’abitazione all’interno della quale si trovava al Qurashi. La squadra turca l’avrebbe circondata di droni e avrebbe ordinato ad al Qurashi di arrendersi: a quel punto, lui si sarebbe fatto esplodere.

Mani sulla Siria

 Non ci sarà un ritiro delle truppe turche dal nord della Siria senza un processo per la transizione politica a Damasco. “C’è una risoluzione delle Nazioni Unite e un processo di transizione politica in corso. Il nostro ritiro da lì senza che venga realizzato il processo è inutile. Le organizzazioni terroristiche riempirebbero quel vuoto”, ha affermato il ministro degli Esteri turco Mevlut Cavusoglu durante un’intervista al quotidiano turco Hurriyet parlando dei colloqui in corso per la ripresa dei rapporti tra Ankara e Damasco che si sono interrotti dopo l’inizio della guerra in Siria. Cavusoglu ha menzionato la necessità di una road map per la riconciliazione con la Siria. “Per prima cosa, dovrebbe continuare la lotta contro il terrorismo”, ha detto Cavusoglu in riferimento all’Isis e alle milizie curde Ypg, “poi dovrebbe essere percorso il processo politico”.  Il capo della diplomazia di Ankara ha anche affermato che un altro aspetto dei colloqui in corso per la riconciliazione con Damasco riguarda il ritorno dei 3 milioni e 600mila siriani arrivati in Turchia come rifugiati dopo l’inizio della guerra. Il ritiro immediato delle forze turche dal nord della Siria creerebbe problemi di sicurezza nel Paese, ha detto Cavusoglu sottolineando la necessità di trovare accordi con Damasco per il ritorno dei siriani.

Dalla Libia alla Siria. Dal Nord Africa al Medio Oriente. Il sultano gioca anche la carta islamo-nazionalista per rilanciare il disegno imperiale neo-ottomano e vincere le elezioni. Ma a tredici giorni dal voto, i giochi sono ancora aperti. 

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