Netanyahu-Hamas, alleati per cancellare l'Israele democratico

Benjamin Netanyahu e…

Netanyahu-Hamas, alleati per cancellare l'Israele democratico
Benjamin Netanyahu
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Umberto De Giovannangeli Modifica articolo

1 Febbraio 2024 - 22.35


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Benjamin Netanyahu e Hamas: da versanti opposti, convergono nell’obiettivo di distrugge l’Israele democratico. 

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Nemici-alleati

A sostenerlo, su Haaretz, è Uri Misgav: “Due principali nemici dell’Israele democratico sono sorti durante l’ultimo decennio: Hamas e Benjamin Netanyahu – scrive Miisgav -.  Il 7 ottobre, la comunanza dei loro interessi è maturata. Il risultato immediato è stata la cessazione della protesta contro Netanyahu e la rottura dell’opposizione al suo governo. La protesta si è radunata per salvare il paese sul fronte di battaglia e sul fronte interno, Benny Gantz e i suoi sostenitori si sono uniti al governo. Non lo lasceranno. Dopo Gaza, arriverà il Libano, e poi l’Iran. Ci sarà sempre qualcosa.

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Nel frattempo, è stato approvato il bilancio annuale orientato a spazzare via l’Israele liberale e democratico e i suoi valori. Non hanno toccato gli ultra-ortodossi o i coloni. Stanno tagliando miliardi all’istruzione, alla cultura, alla qualità ambientale e il cielo sa cos’altro per gli israeliani laici e di buon governo. Hanno cercato di iinfliggere un colpo mortale alle biblioteche pubbliche. Qualcuno ha sentito parlare di una yeshiva o di un beit midrash che sarà chiuso?

I giovani laici che facevano un anno post-high school di servizio alla comunità o un corso pre-militare sono stati convocati al centro di induzione a metà anno. Alle yeshiva di hesder che combinano studi religiosi e servizio militare, il danno è minimo e gli ultra-ortodossi non sono arruolati in ogni caso. […]. La coalizione horror originale si sta mantenendo stabile ora nei sondaggi di opinione pubblica oscillando tra  44 e 47 (su 120) seggi della Knesset. Questo è un governo di minoranza sotto tutti gli aspetti, che continua a gestire il paese e a saccheggiare le sue casse.

Non c’è da meravigliarsi che questa settimana abbiano tenuto un meeting  per incoraggiare il trasferimento dei palestinesi fuori da Gaza e il ripristino del blocco di insediamento di Gush Katif lì. Anch’io ballerei se fossi membro di un gruppo minoritario stravagante che affronta una maggioranza debole, confusa e impotente.

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La brusca convergenza di Netanyahu nella loro direzione deriva da una profonda comprensione che non ha alcuna possibilità di sopravvivere a un’elezione o al suo processo. Pertanto, il suo unico obiettivo è rimandarli entrambi. Per inciso, contrariamente al cliché, questa non è la sua famosa base. La base originale degli elettori del Likud è stata erosa, tagliata a metà. È la base ultra-ortodossa, ultranazionalista, seguaci dell’estremista rabbino Meir Kahane  (1932-1990), nelle cui mani si trova ora il destino di Netanyahu. La sua subalternità alla destra messianica e fascista è totale. Negli atti e nelle parole.  Da qui l’enfasi sulla “vittoria totale”, la vittoria finale (*Endsieg*), la “soluzione finale” e la “guerra totale”,  tutti termini del periodo del Terzo Reich.

Il divario tra le parole high-flown e la condotta day-to-day è insondabile. Nulla è cambiato dopo il massacro. Gidi Weitz di Haaretz ha rivelato questa settimana che l’ufficio del Primo Ministro ha avviato l’ennesima ristrutturazione della piscina privata della residenza dei Netanyahu a Cesarea. Dimentica i caduti, i feriti, i prigionieri, le centinaia di migliaia di persone che sospirano o soffocano dopo essere stati evacuati dalle loro case o aver perso i loro redditi: la famiglia Netanyahu continua a mungere lo stato. […]Questa settimana ho ricevuto una risposta dall’ufficio del procuratore di Stato in merito al soggiorno della famiglia Neanyahu al Waldorf Astoria nel corso di quei lavori di ristrutturazione. Ho chiesto perché un intero piano dell’hotel di lusso è stato affittato quest’estate a spese del pubblico invece della famiglia che dorme in una delle case che possiedono. Mi è stato suggerito di rivolgere queste domande alla polizia e che, comunque sia, “è dubbio che l’evento menzionato nella sua domanda giustifichi l’apertura di un’indagine penale”.

È così, abituati, dal niggling all’enorme. Dalla ristrutturazione di una piscina al 7 ottobre. Questa è la grande vittoria di Netanyahu: abbiamo cessato di essere normali, proprio come lui”.

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Rischio di nuovi fronti

A darne conto, con la consueta profondità documentale, è uno dei più autorevoli analisti militari italiani: Pietro Batacchi, direttore di Rid (Rivista italiana difesa). Annota Batacchi: “Da qualche giorno si sono riaccesi scontri di una certa entità nel nord di Gaza e a Gaza City, dopo che gli Israeliani avevano dato ormai sostanzialmente per risolta “la partita” in quest’area della Striscia. 

Combattimenti sono segnalati nei quartieri di Zeitoun, Al Rimal e Al Tuffah di Gaza City, ma anche a Jabalyia e Beit Hanoun: tutte aree sotto il controllo delle IDF, ma dove evidentemente i miliziani palestinesi sono ancora in grado di condurre attacchi mordi e fuggi, potendo sfruttare un terreno ancora non completamente ripulito. I Comandi israeliani, superato il picco dell’invasione e la fase ad alta intensità, necessaria per smantellare quanto di più possibile delle infrastrutture di Hamas e Jihad Islamica, hanno iniziato a ridislocare una parte delle truppe nel sud, in particolare a Khan Younis, dove attualmente si svolge il grosso dei combattimenti, e in patria per ricondizionamento o smobilitazione. E ciò ha favorito i Palestinesi poiché è venuto meno uno dei principi cardine delle operazioni di contro-guerriglia: la densità operativa sul terreno, con “buchi” e gap che qualcun altro è stato prontissimo a riempire. 

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Probabilmente si è trattato di una scelta prematura, ma obbligata, per 2 ragioni, una di ordine interno e una di ordine esterno. La ragione interna riguarda la struttura di Israele, Paese piccolo (9,6 milioni di abitanti) ed economia altamente avanzata, che non può permettersi di impegnarsi a lungo in guerra e mantenere mobilitati 350.000 riservisti: al di là del crollo degli ingressi turistici, infatti, togliere un così alto numero di persone alle normali attività economiche per periodi di tempo prolungati ha un impatto profondo. La Banca Centrale d’Israele ha già stimato il costo della Guerra in 60 miliardi di dollari, oltre il 10% del PIL del Paese, con un rapporto deficit su PIL che quest’anno potrebbe sfondare il 6%. Insomma, la guerra logora la sofisticata e altamente specialistica economia israeliana. La seconda ragione, invece, riguarda il piano regionale. Subito dopo l’avvio delle operazioni militari in risposta alla “sorpresa” di Hamas del 7 ottobre, si è aperto il secondo fronte con il Libano; un fronte a bassa intensità militare fatto di continui, e limitati, attacchi secondo la logica del “tit for tat”, ma con una continua minaccia di escalation che tiene impegnate risorse militari rilevanti, considerato che il temuto arsenale di razzi e missilistico di Hezbollah è intatto non essendo stato finora utilizzato, se non in maniera assolutamente circoscritta e simbolica. E non dimentichiamo la Cisgiordania, con una rivolta aperta che, ancora una volta, impegna risorse militari notevoli. 

Ecco, dunque, che la leadership israeliana e il Gabinetto di Guerra riunito attorno al Premier Netanyahu si trovano di fronte ad un dilemma strategico: continuare la guerra a Gaza fino al completo smantellamento di Hamas, ma pagare un prezzo economico e sociale alto, oppure trovare un accordo che, oltre a riportare a casa gli ostaggi, consenta di smobilitare e di riavviare il Paese alla “normalità”, ma lasciando di fatto “in vita” Hamas. Un dilemma sul quale pesa l’incognita Hezbollah e sul quale la guida del Paese è spaccata, con l’estrema destra che preme per andare fino in fondo e Netanyahu che tergiversa, ben consapevole che il suo destino politico è segnato. Insomma, uscire dalla trappola strategica scattata il 7 ottobre potrebbe essere per Israele assai doloroso.

Pietà l’è morta

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I soldati israeliani hanno bruciato centinaia di case a Gaza e tutto quello che si trova all’interno su ordine diretto dei loro comandanti. Lo rivela Haaretz, secondo cui diversi militari hanno postato video sui social media che li mostrano bruciare delle case, descrivendo l’operazione come una vendetta per i soldati uccisi durante l’attacco di Hamas del 7 ottobre. Secondo il giornale, le truppe israeliane hanno anche occupato abitazioni. In un caso, i soldati hanno risparmiato una casa in modo che altre truppe potessero usarla, lasciando una nota in cui si leggeva: «Non stiamo bruciando la casa perché possiate godervela, e quando ve ne andrete, saprete cosa fare».

A Gaza è stata trovata una fossa comune con i corpi in decomposizione di decine di detenuti palestinesi bendati e ammanettati e le autorità palestinesi hanno chiesto un’indagine internazionale. Lo riferisce al- Jazeera online, secondo cui almeno 30 corpi sono stati trovati in “sacchi di plastica neri” vicino alla scuola Hamad, nel nord di Gaza. Testimoni hanno detto all’emittente tv qatariota che le persone ritrovate sono state bendate, torturate e uccise prima di essere messe nei sacchi. “Mentre stavamo pulendo, ci siamo imbattuti in un mucchio di macerie nel cortile della scuola. Siamo rimasti scioccati nello scoprire che decine di cadaveri erano sepolti sotto questo mucchio”, ha detto un testimone. “Quando abbiamo aperto i sacchi, abbiamo trovato i corpi già decomposti. Erano bendati, gambe e mani legate”, ha aggiunto il testimone. L’inviato Tareq Abu Azzoum di al-Jazeera, riferendo da Rafah, nel Sud di Gaza, ha affermato che “le condizioni di questi corpi vanno da gravemente decomposti a semplici resti scheletrici; rendendo difficile identificarli”. Tuttavia, ha aggiunto, “le persone continuano a venire sul posto, alla ricerca di risposte in questo luogo di tragedia”.

Una tragedia senza fine.

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