Netanyahu chiede la grazia prima della sentenza: mossa disperata che trascina Israele nell’abisso istituzionale
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Netanyahu chiede la grazia prima della sentenza: mossa disperata che trascina Israele nell’abisso istituzionale

La richiesta di grazia avanzata da Benjamin Netanyahu al presidente israeliano arriva come un colpo di scena che frantuma ogni residuo di normalità istituzionale. I

Netanyahu chiede la grazia prima della sentenza: mossa disperata che trascina Israele nell’abisso istituzionale
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30 Novembre 2025 - 16.15


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La richiesta di grazia avanzata da Benjamin Netanyahu al presidente israeliano arriva come un colpo di scena che frantuma ogni residuo di normalità istituzionale. Il suo avvocato ha depositato una petizione di 111 pagine, accompagnata da una lettera firmata dallo stesso premier, per ottenere una misura che la legge prevede quasi esclusivamente dopo una condanna definitiva. Qui, invece, il processo per corruzione è ancora in corso. Un’anomalia talmente clamorosa da essere stata resa pubblica direttamente dall’ufficio del presidente, che ora ha passato le carte al ministero della Giustizia per i pareri di rito.

Formalmente, il presidente della Repubblica israeliana ha il potere di concedere la grazia. Ma nella prassi giuridica israeliana non esistono precedenti paragonabili: la richiesta di Netanyahu non è fuori dagli schemi, è fuori dal sistema. Una fuga in avanti che molti analisti leggono come l’ennesima mossa di sopravvivenza politica, con le elezioni previste tra un anno e un Paese sempre più polarizzato. A rendere il quadro ancora più torbido c’è l’inedita richiesta di grazia “esterna”: quella avanzata da Donald Trump, che ha già formalmente sollecitato un intervento a favore di Netanyahu, trasformando la vicenda in un terreno di pressione internazionale.

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Ma il premier israeliano non è oppresso solo dal processo per corruzione. Su di lui pende un mandato di arresto della Corte penale internazionale per crimini di guerra a Gaza, tra cui l’uso della fame come arma, gli attacchi intenzionali contro i civili e altre violazioni che il procuratore Karim Khan ha definito “gravi e sistematiche”. Israele respinge la giurisdizione dell’ICC, e Netanyahu bolla tutto come una persecuzione politica. Tuttavia, la simultaneità tra la richiesta di grazia interna e l’ordine di arresto internazionale mette in luce un premier accerchiato da accuse che nessun governo democratico potrebbe ignorare.

Il quadro che emerge è quello di un leader che, pur di restare al potere, piega le istituzioni a una logica personale e di autoconservazione. La grazia chiesta prima della sentenza non è un atto di debolezza: è un atto di arroganza politica. Un tentativo di sottrarsi a un processo che dura da anni, mentre la guerra contro i palestinesi continua a mietere vittime, demolire intere città e isolare Israele sul piano internazionale.

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Netanyahu si presenta come vittima, ma a pagare il prezzo delle sue manovre è l’intero Paese. Le istituzioni vengono deformate, la credibilità israeliana all’estero si sgretola, la guerra a Gaza procede sotto accuse sempre più circostanziate di genocidio, e un premier sotto doppio procedimento – nazionale e internazionale – tenta di salvarsi non con la politica, ma con gli strumenti eccezionali dello Stato.

In un Israele stremato, l’immagine è quella di un leader che tenta di blindarsi dietro la grazia presidenziale mentre fuori dai palazzi si accumulano macerie, sangue e indignazione. Una richiesta che non è solo giuridicamente anomala: è politicamente tossica. E racconta meglio di ogni discorso lo stato di decomposizione del governo Netanyahu.

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