Era solo questione di tempo. Era inevitabile che accadesse. Chi, soprattutto in Italia, pensava di liquidare Donald Trump come poco più di un innocuo istrione, di un’anomalia del sistema sfuggita di mano a un paese, gli Stati Uniti, sempre più privo di una bussola etica e sempre più consumato dall’ossessione del diverso che avanza e del rischio di implosione di un impero considerato indistruttibile fino a pochi anni fa, dovrà inevitabilmente ricredersi. E non si dica che qualcuno, me compreso, non lo abbia annunciato da tempi non sospetti. Donald Trump è certamente un pagliaccio, ma il suo non è uno spettacolo da ridere.
Per la sua amministrazione e per la parte cospicua del paese che la sostiene, non è lecito ridere del presidente nemmeno quando pronuncia castronerie irripetibili. Il presidente nello svolgimento delle sue funzioni non sbaglia mai. A qualcuno viene in mente, forse, il teorema dell’infallibilità papale? C’è poco da ridere e non è lecito farlo, dicevamo. E per chi, viceversa, Trump lo mal digerisce da sempre o, magari, ha finito per sviluppare una profonda avversione nei suoi confronti, non c’è realmente nulla da ridere.
L’Italia è un paese che ha più volte dimostrato una propensione pubblica per una teatralità che oggi pare diventata appannaggio di molti dei principali leader internazionali. In un certo senso, il trentennio berlusconiano ha dato l’imprimatur a una forma di politica da avanspettacolo, un faro che sembrerebbe abbia fatto da modello embrionale per quel teatrino a cui le sparate trumpiane della sua seconda presidenza hanno ormai reso avvezzo il mondo.
Sulla sua scia si sono mossi i vari Bolsonaro, Milei, lo stesso Netanyahu in finta adorazione del padre-padrone a stelle e strisce. Ma non è dato di sapere se quella forma di populismo da teatrino parrocchiale o da sagra delle cotiche avrebbe avuto altrettanta eco internazionale se non ci fosse stata una prima volta dalle nostre parti.
Trump, oltre che essere a capo della nazione più potente e ricca – almeno per ora – del globo, ha definitivamente dimostrato di che pasta sia fatto e solo chi ha le fette di salame sugli occhi o un’agenda nascosta ancora non lo ha capito. L’uomo che insiste nell’autocandidarsi al premio Nobel per la Pace – ormai, meno autorevole del campionato dei pastasciuttari della Bassa – sta svelando i lati oscuri della sua personalità. Chi dice di non aver mai immaginato che arrivasse a tanto probabilmente aveva mandato il proprio cervello in vacanza. A Mara Lago? Chissà.
È comprensibile che sia difficile ammettere pubblicamente di aver sbagliato. No, non mi riferisco a Donald Trump, bensì a chi ancor oggi ne tesse le lodi o, quantomeno, ne attenua e condona i peccati.
Che Donald Trump sia un poco di buono lo sanno tutti gli americani, persino quelli che gli hanno dato il voto per tre elezioni consecutive. Non ammetteranno mai di aver dato il voto a un buffone, un narcisista patologico, un bugiardo seriale, un bancarottiere e un donnaiolo impenitente. Certo, non ammetteranno di aver scelto un presidente che ora sta facendo vedere al mondo che, forse, sarebbe più plausibile chiedere il Nobel per la Letteratura che per la Pace. In fondo, agli americani sta molto più a cuore come si comporta un presidente verso Dio, la famiglia e la patria rispetto a quanti paesi decida di bombardare. Pochi giorni prima delle elezioni del novembre 2024, un pastore battista del Texas Orientale, un uomo in cui ho riconosciuto saggezza, cultura e moderazione – a differenza di buona parte delle sue pecorelle – ammise tutte le pecche di Trump da me elencate poco sopra, concludendo, però, che la questione dirimente era l’aborto e che, seppur a malincuore, gli avrebbe dato il voto. Come lui, parecchi.
Ora sappiamo ancor meglio di cosa sia capace nel suo ruolo presidenziale. Quel che resta da scoprire è cosa sia disposto a fare per troncare ancor più il legame tradizionale con la devota Europa e per fare piazza pulita della minima temperanza che ci si aspetta dalla diplomazia. Il Venezuela vi dice qualcosa? Davvero è ammissibile compiere un atto di guerra per rapire il presidente di uno stato sovrano – per carità, un altro esempio di istrionismo e un pessimo elemento, ma quanti ce ne sono nel pianeta? – e dichiarare di aver preso possesso delle risorse di quella nazione?
Forse, ancora una volta, la rovina di un presidente potrebbe venire dall’interno. Si pensi a quanto accaduto a Minneapolis, dove una donna al volante della sua macchina ha avuto un diverbio con una pattuglia della famigerata ICE, l’agenzia federale per l’immigrazione che, su input di Trump, sta davvero seminando terrore nel paese.
All’intimazione di scendere dalla macchina, la donna ha innestato la marcia e ha fatto per allontanarsi. Un agente dell’ICE le ha sparato a bruciapelo: una sorta di esecuzione senza vergogna. Di sfere di cristallo non ce ne sono, ma non sorprenderebbe più di tanto un’esplosione di violenza urbana analoga a quella che fece seguito a Los Angeles al pestaggio di Rodney King da parte della polizia nel 1991 e all’uccisione di George Floyd nel 2020, guarda caso sempre a Minneapolis. L’ICE è mal vista un po’ ovunque per i suoi metodi squadristi e il sindaco di Minneapolis ha usato parole forti: “L’ICE non la vogliamo e deve levarsi dalle palle”. Più chiaro di così.
Fino a non molto tempo fa erano i neri a dover temere la polizia. Poi hanno iniziato ad averne paura gli immigrati, persino quelli di terza generazione. Ora, nessuno sembra del tutto indenne agli arbitri dell’ICE. La donna uccisa a Minneapolis era bianca e americanissima. Qualcuno sostiene che l’agente dell’ICE abbia sparato per autodifesa. Nemmeno uno scrittore di fantascienza con un minimo di sale in zucca crederebbe a questa versione strampalata. Potrebbe essere l’inizio della fine per l’ICE come l’abbiamo vista da quando Donald Trump si è reinsediato alla Casa Bianca: è quasi una milizia e ha contorni poco chiari, comunque non in linea con quella che, a tutti gli effetti e per quanto imperfettissima, resta una democrazia.
Chi ha sparato a quella donna, uccidendola, è un volgare assassino la cui capacità di giudizio (probabilmente bassissima come bassissimo è il livello culturale della popolazione e forse ancor più quello dell’agente ICE medio) è di norma pari a zero. Quella capacità di discernere tra una cosa accettabile e una inammissibile, alimentata dai discorsi incendiari di Trump, si trasforma nella perfetta mentalità del sicario cieco e per giunta contento di ciò che sta facendo.
Gli Stati Uniti stanno scivolando verso un autoritarismo che non è nemmeno più strisciante. Il divieto di fatto di manifestare in favore di cause osteggiate dal governo (per esempio, le marce pro-Gaza) può realmente portare all’arresto. L’aspetto peggiore di tutto questo è il contagio malsano di altre presunte democrazie – la nostra, quella inglese e quella tedesca in prim’ordine – in cui lo stesso tipo di dissenso, seppur pacifico, è sempre più bandito dal discorso democratico.
Non credo sia ancora in vigore, ma si parla di una stretta sull’attività social di chi deve intraprendere un viaggio negli USA e sarà costretto a dichiarare quali piattaforme abbia seguito online negli ultimi cinque anni, una censura preventiva terribile che non lascerebbe alcun margine di discussione o autodifesa.
Il vero guaio è che gli USA non sembrano avere gli anticorpi che non dovrebbero mai mancare in una democrazia seria: nemmeno l’intellighenzia si rende ben conto di che razza di paese canaglia sia diventato. L’americano medio, anche quello illuminato, continuerà a pensare che, comunque, il modello a stelle e strisce resta il migliore. Persino molti, se non tutti, i miei amici scrittori più cari continuano a esserne convinti. La cosa mi atterrisce e mi fa pure incazzare non poco.
Argomenti: donald trump