Trump attacca Starmer sulle isole Chagos: Londra le ha restituite a Mauritius come ordinato dalla Corte internazionale

Si tratta di un arcipelago dell’Oceano Indiano, formalmente britannico fino a pochi mesi fa, che ospita sull’isola principale, Diego Garcia, una delle più importanti basi militari congiunte Usa–Regno Unito

Trump attacca Starmer sulle isole Chagos: Londra le ha restituite a Mauritius come ordinato dalla Corte internazionale
Keir Starmer
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20 Gennaio 2026 - 10.30


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Le isole Chagos non dicono molto ai non esperti di questioni internazionali, ma per Londra e Washington rappresentano un nodo strategico cruciale. Si tratta di un arcipelago dell’Oceano Indiano, formalmente britannico fino a pochi mesi fa, che ospita sull’isola principale, Diego Garcia, una delle più importanti basi militari congiunte Usa–Regno Unito. È da qui che Donald Trump ha scelto di colpire Keir Starmer, definendo l’accordo con cui il Regno Unito ha restituito la sovranità delle Chagos a Mauritius “un atto di grande stupidità”.

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Un giudizio pubblico e sprezzante che non è solo un affondo diplomatico, ma una vera e propria umiliazione politica per il primo ministro britannico, impegnato da mesi a placare il presidente americano nella speranza di ottenere condizioni commerciali favorevoli e, soprattutto, di non incrinare un rapporto con Washington da cui Londra continua a dipendere in modo strutturale – e per molti aspetti pericolosamente asimmetrico – sul piano della sicurezza e della difesa.

Starmer ha reagito abbassando i toni. In una conferenza stampa convocata in fretta e furia lunedì, ha escluso l’ipotesi di dazi di ritorsione contro gli Stati Uniti, dopo che Trump ha minacciato nuove tariffe contro gli alleati Nato qualora non venisse raggiunto un accordo sulla Groenlandia. “Una guerra commerciale non è nell’interesse di nessuno”, ha dichiarato il primo ministro, ricordando che “le alleanze durano perché si basano su rispetto e partnership, non sulla pressione”.

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Parole misurate, ma non del tutto prive di significato politico. In uno dei rari passaggi di critica diretta a Trump, Starmer ha infatti definito “sbagliato” l’uso di dazi contro alleati che agiscono “per la sicurezza collettiva della Nato”. Un richiamo esplicito al principio di solidarietà atlantica, che però suona sempre più come una formula svuotata, di fronte a un presidente americano che utilizza apertamente commercio e sicurezza come strumenti di coercizione.

Starmer ha riferito di aver invitato Trump, in una telefonata nel fine settimana, a cercare una soluzione “fondata su partnership, fatti e rispetto reciproco”. Ma è difficile non leggere queste parole come una richiesta più che come una posizione di forza.

Nel frattempo Trump rilancia. Forte – o meglio, incoraggiato – dall’operazione che ha portato alla cattura dell’ex presidente venezuelano Nicolás Maduro, un’azione ampiamente considerata in violazione del diritto internazionale, il presidente statunitense ha ulteriormente inasprito la sua retorica sulla Groenlandia, territorio largamente autonomo della Danimarca e parte integrante dell’area Nato. Secondo Trump, gli Stati Uniti la prenderanno “in un modo o nell’altro”.

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Una minaccia che ha provocato una reazione compatta, almeno sul piano delle dichiarazioni. Gli otto Paesi europei colpiti dalle minacce tariffarie – Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Paesi Bassi, Norvegia, Svezia e Regno Unito – hanno denunciato il rischio di una “pericolosa spirale discendente” e affermato di essere “in piena solidarietà” con la Danimarca e la Groenlandia contro qualsiasi ipotesi di annessione forzata.

Sul fronte interno britannico, però, Trump trova alleati entusiasti. Nigel Farage, leader di Reform UK e storico interlocutore privilegiato del trumpismo, ha esultato sui social per l’intervento del presidente americano sull’accordo delle Chagos: “Grazie a Dio Trump ha posto il veto alla resa delle isole Chagos”, ha scritto. Per Farage, l’intesa sarebbe il frutto di una presunta “colpa postcoloniale” di un governo “guidato da avvocati dei diritti umani”.

L’accordo in questione, firmato nel maggio 2025, prevede la cessione della sovranità delle isole Chagos a Mauritius, mantenendo però per 99 anni l’uso militare dell’isola principale, Diego Garcia, dove opera una base strategica congiunta Usa–Regno Unito. Un’intesa nata da negoziati avviati sotto il precedente governo conservatore, dopo che nel 2019 la Corte internazionale di giustizia aveva stabilito che Londra avrebbe dovuto rinunciare al controllo dell’arcipelago.

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Il Regno Unito si è inoltre impegnato a istituire un fondo da 40 milioni di sterline per i chagossiani espulsi e a versare a Mauritius almeno 120 milioni di sterline l’anno per l’intera durata dell’accordo: un costo complessivo che, in termini nominali, supera i 13 miliardi di sterline.

Il paradosso è evidente. Da un lato, Starmer tenta di presentare il Regno Unito come un attore rispettoso del diritto internazionale; dall’altro, si ritrova ostaggio di un alleato che non riconosce né limiti giuridici né vincoli multilaterali, e che usa il peso americano per dettare condizioni politiche ed economiche. Più che un’alleanza, sempre più somiglia a un rapporto di subordinazione. E Trump non perde occasione per ricordarlo.

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