Una vergogna assoluta, È difficile non leggere l’ennesima iniziativa di Donald Trump sul cosiddetto Board of Peace come uno spettacolo politico di pessimo gusto. Altro che architettura della pace: quello che emerge è l’immagine di uno squallido comitato d’affari, popolato da affaristi, autocrati e governi autoritari pronti a spartirsi influenza e profitti sulla pelle dei palestinesi.
Aprendo la riunione, Trump ha dichiarato che la pace è «una parola facile da dire ma un mondo difficile da produrre». Il presidente ha poi rivendicato risultati straordinari: «Abbiamo avuto un primo anno come probabilmente nessun altro nella storia del nostro Paese perché abbiamo risolto otto guerre e credo che ne arriverà una nona. Si è rivelata una più difficile». Affermazioni grandiose, ma prive di riscontri concreti.
Trump ha insistito sul fatto che il Board of Peace sia «una delle cose più importanti e decisive in cui sarò coinvolto» e che i partecipanti «lavorano insieme per porre fine alle guerre nei loro Paesi». In realtà, la composizione del gruppo — con la presenza di regimi tutt’altro che democratici — rafforza l’impressione che si tratti più di una piattaforma di potere e business che di un autentico processo di pace.
Il presidente ha poi sostenuto che si sta lavorando per garantire «un futuro più luminoso per Gaza, il Medio Oriente e il mondo intero», ribadendo che «non c’è nulla di più importante della pace» e che andare in guerra è «cento volte» più costoso della pace. Parole che suonano vuote mentre Gaza resta devastata.
Nel suo intervento, Trump ha anche affermato che la FIFA sta raccogliendo 75 milioni di dollari per progetti a Gaza legati al calcio. Senza fornire dettagli sostanziali, ha detto che verranno costruiti «campi» e che «le più grandi stelle» del calcio mondiale visiteranno l’enclave. Il presidente ha inoltre ringraziato il numero uno della FIFA, Gianni Infantino, per il premio per la pace ricevuto, tornando a polemizzare sul Nobel: «La Norvegia mi ha fregato, e hanno detto: diamogli un premio per la pace».
Sul fronte finanziario, Trump ha affermato che Kazakistan, Azerbaigian, Marocco, Bahrain, Qatar, Arabia Saudita, Uzbekistan, Kuwait e gli Emirati Arabi Uniti avrebbero versato oltre 7 miliardi di dollari al pacchetto di aiuti, senza chiarire come verranno utilizzati.
Trump ha inoltre ringraziato l’Indonesia, che avrebbe promesso preliminarmente 1.000 soldati per una forza internazionale a Gaza, aggiungendo che Albania, Kosovo e lo stesso Kazakistan avrebbero impegnato truppe e polizia. «L’Egitto e la Giordania stanno allo stesso modo fornendo un aiuto molto, molto sostanziale… addestramento e supporto per una forza di polizia palestinese molto affidabile», ha detto.
Trump ha poi annunciato un contributo statunitense di 10 miliardi di dollari al Board of Peace, sostenendo che «sta mostrando come un futuro migliore possa essere costruito proprio qui in questa stanza» e rivendicando che conflitti ritenuti impossibili «non solo sono stati risolti — sono stati risolti in pochi giorni».
Il vicepresidente JD Vance si è limitato a lodare il presidente, affermando che il board dimostra che «se si ha davvero un presidente degli Stati Uniti e una squadra impegnata nella diplomazia, può funzionare», aggiungendo che l’obiettivo è «fare in modo che la pace regga».
In chiusura, Trump ha sostenuto che il Board of Peace vigilerà sulle Nazioni Unite per assicurarsi che «funzionino correttamente», arrivando a ipotizzare un sostegno economico per renderle «sostenibili», senza spiegare come.
Il segretario di Stato Marco Rubio ha infine definito la guerra a Gaza una crisi «impossibile» da risolvere con i meccanismi internazionali esistenti, sostenendo che l’approccio di Trump punta a «pensare fuori dagli schemi», pur ammettendo che «a Gaza abbiamo ancora molta strada da fare».
Al netto della retorica, il Board of Peace appare per quello che è: non un serio progetto di pace, ma un opaco tavolo di potere e affari che rischia di trasformare la tragedia di Gaza nell’ennesima occasione di profitto geopolitico.
