Gli equilibri creatisi dopo la Seconda guerra mondiale si sono incrinati, forse definitivamente. Gli Stati Uniti hanno gettato la maschera e sono diventati a tutti gli effetti quel bullo a cui l’inchino è dovuto e la minima parola di dissenso è vietata. Che agli USA poco piacessero le obiezioni è un fatto arcinoto, ma l’abbandono della minima cautela diplomatica nel renderlo noto è sempre più figlio della seconda amministrazione Trump.
A molti italiani piacerebbe avere un leader dalla schiena dritta, uno statista che parli in maniera chiara, senza giri di parole e nessun inchino al bullo di turno. Insomma, un primo ministro come lo spagnolo Pedro Sanchez, che da tempo pare aver preso le distanze dall’ignavia che contagia tristemente la classe politica europea.
Di fronte all’insensata e ingiustificabile scelta di far scoppiare l’ennesima guerra e di tempestare l’Iran di bombe – e che non si venga a dire che quello degli ayatollah è un regime sanguinario e liberticida e che qualsiasi cosa è accettabile pur di mettervi fine – Pedro Sanchez ha fatto sentire parole forti e chiare. La Spagna non accetta di rendersi complice di un’azione senza legittimità internazionale. Tre parole (quattro in spagnolo): “No alla guerra!”. Piacerebbe a molti italiani sentirle pronunciare dal nostro primo ministro che, viceversa, continua a mantenere un profilo basso, una postura di sudditanza sfacciata. A un alleato che si possa definire tale bisognerebbe saper dire di no, come ha fatto Sanchez, proprio come si può dire di no a un amico che stia per compiere o abbia compiuto un gesto criticabile. Se la parola “no” o “forse” non è contemplata, siamo sudditi, non alleati. Sanchez non ha avuto esitazioni, a differenza di Giorgia Meloni – le cui uniche parole, che avrebbe fatto meglio a non pronunciare affatto, sono state, “Iran fermi attacchi ingiustificati”, come se fosse stata la Repubblica degli Ayatollah ad avviare le ostilità – e ha sottolineato la necessità di non ripetere gli errori del passato avallando la decisione scellerata di Trump di condurre un attacco preventivo, così come molti paesi europei avevano, con vari livelli di riluttanza o entusiasmo, assecondato la Seconda guerra del Golfo voluta nel 2003 da George Bush Jr. per distruggere le famigerate “armi di distruzione di massa” che non sono mai state trovate e distrutte in quanto inesistenti. D’altro canto, la IEAD, l’Agenzia internazionale per l’energia atomica, parrebbe aver escluso che l’Iran fosse in procinto di avere l’arma atomica, ma Trump – e ancor più il suo burattinaio Netanyahu – non ha voluto sentire ragioni e ha finto di sedersi al tavolo delle trattative per poi colpire in maniera ancor più violenta e sorprendente.
L’articolo 11 della sempre più vituperata Costituzione ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. È ancora valido oppure dobbiamo ritenerlo decaduto? Non sarebbe buona cosa che il nostro primo ministro lo ribadisse pubblicamente, prendendo a sua volta le distanza dal progetto demenziale del duo Trump-Netanyahu che rischia realmente di far precipitare il mondo intero nel terzo conflitto planetario?
Già, qualcuno potrebbe sostenere a ragione che altri articoli della Costituzione vengono regolarmente disattesi. Mi viene in mente la XII disposizione transitoria e finale della Costituzione italiana che ha introdotto il reato di apologia del fascismo e che raramente ha visto un’autentica applicazione. Eppure, proprio oggi, con tempismo diabolico, il Senato ha dato l’OK al discutibilissimo decreto legge sull’antisemitismo, che sa tanto di censura preventiva e bavaglio a ogni forma di dissenso da quanto di orribile Israele sta facendo. Il rischio, naturalmente, è di fare la fine della Germania che è stritolata tra i rigurgiti nazisti di AfD e l’ossessione sionista del cancelliere Merz, come dimostrato dai suoi silenzi alla Casa Bianca e dal pugno di ferro utilizzato contro qualsiasi manifestazione pro-Palestina.
Anche in Inghilterra è sempre più pericoloso protestare contro la violenza inaudita e le prevaricazioni ripetute ai danni della popolazione civile di Gaza, malgrado le svariate risoluzioni dell’ONU che pongono fuori dai confini del diritto internazionale le occupazioni e le bombe israeliane. Keir Starmer non ha la schiena dritta come Pedro Sanchez. Il suo atteggiamento è stato ondivago. D’altra parte, la sua salita al potere ha coinciso con una campagna di delegittimazione e diffamazione ai danni di Jeremy Corbyn, tacciato di antisemitismo e per questo tagliato fuori dalla corsa. Eppure, malgrado ormai sia politicamente con le spalle al muro, Starmer a sua volta ha detto “nì” alle richieste di Trump, stizzendolo non poco, ma non concedendogli, almeno per ora, l’uso della basi dell’aviazione britannica.
Nel frattempo, dalle nostre parti, ci si allieta con le vacanze a Dubai del ministro della Difesa – che non è ancora chiaro se ci sia andato per far visita ai figli, alla compagna, agli amici, per intrattenere discussioni essenziali sulla sicurezza dell’Italia (?) e dell’area, per avvertire gli emiri di una guerra imminente (chissà che Trump non lo avesse detto all’amica Giorgia), per fumarsi un narghilè in allegria in una tenda nel deserto – e con il vademecum che il ministro degli Esteri ha stilato per aiutare gli italiani bloccati nelle ridenti città dorate del Golfo superare indenni il lancio dei satanici missili persiani.
Una raccomandazione mi permetto di farvela pure io: niente viaggi in Bahrein, Qatar ed Emirati Arabi Uniti, niente sigarette sul balcone.
