Guerra in Iran, dal don Abbondio della Farnesina all'equilibrista patentata di Palazzo Chigi
Top

Guerra in Iran, dal don Abbondio della Farnesina all'equilibrista patentata di Palazzo Chigi

Care lettrici e lettori di Globalist, vi devo una confessione: sul don Abbondio della Farnesina, al secolo Antonio Tajani, abbiamo scritto e riscritto innumerevoli volte. Ma Giorgia Meloni...

Guerra in Iran, dal don Abbondio della Farnesina all'equilibrista patentata di Palazzo Chigi
Preroll

Umberto De Giovannangeli Modifica articolo

9 Marzo 2026 - 17.26


ATF

Care lettrici e lettori di Globalist, vi devo una confessione: sul don Abbondio della Farnesina, al secolo Antonio Tajani, abbiamo scritto e riscritto innumerevoli volte. Le sue esternazioni, come l’ormai celebre “il diritto internazionale conta ma fino a un certo punto”, fanno di lui una sorta di barzelletta vivente. Che costui oggi sia il ministro degli Esteri di un Paese del G7 la dice lunga sullo stato comatoso, tragicomico, a cui è precipitata la politica italiana. Ma diverso è il discorso che va fatto per la “ducetta di Palazzo Chigi”, al secolo Giorgia Meloni.

Qui il discorso si fa molto più serio e non solo perché stiamo parlando del capo del Governo, ma perché la Pilato in gonnella continua ad essere raccontata da giornalisti e opinion maker mainstream come una leader che in politica estera sa il fatto suo e ciò le viene riconosciuto in ogni consesso internazionale. Ora, è vero che viviamo tempi in cui la percezione è la realtà, ed è altrettanto vero che il servilismo verso il potente di turno è un marchio indelebile di un giornalismo genuflesso che spaccia per pensate alte gli equilibrismi dialettici, da arrampicatrice sugli specchi, dei quali Giorgia meloni è medaglia olimpica.

Leggi anche:  Iran, Meloni prenota un posto nel girone degli ignavi: non condivide ma non condanna la guerra di Trump

Una riprova la si è avuta l’altra sera, quando la presidente del Consiglio, dopo aver mandato in Parlamento l’improponibile duo Tajani-Crosetto, si è presenta su Rete Quattro per dire solennemente quanto segue: «Condivido quel che ha detto Crosetto e penso che noi dobbiamo fare i conti con un quadro nel quale sono oggettivamente saltate le regole del diritto internazionale».  Ammazza che uscita. Ha scoperto l’acqua calda. Ma il bello, si fa per dire, viene adesso. Perché la domanda successiva sgorga spontanea: Ma condivide anche l’operazione Usa? E qui Giorgia dà il meglio (sic) di sé: «Non condivido né condanno», insiste negli equilibrismi la premier, «non ho gli elementi necessari». Per poi pendere verso Trump: «Oggettivamente nessuno può permettersi che il regime degli ayatollah si doti di armi nucleari. Parliamo di un regime che non si è fatto grandi scrupoli, ad esempio, a uccidere migliaia di suoi cittadini. Anche questo sarebbe un pericolo enorme, non solo per la regione ma per l’Europa».

Leggi anche:  Trump, Meloni, Tajani e Crosetto: per i servi inutili neanche una telefonata

Tradotto, non condivido né condanno, però sto con Trump, che mi ha pure ringraziato (vai a sapere di che…). E poi ha pure trovato uno strapuntino per il buon Tajani a Washington, quando il ministro-imbucato col cappellino MAGA in bella vista, ha partecipato, nel disinteresse generale, alla cerimonia di inaugurazione di quel comitato di affaristi, palazzinari, dittatori, sceicchi e amici di famiglia denominato Board of Peace, del quale il tycoon si è autonominato presidente a vita. 

Vabbè The Donald si è dimenticato di avvertirmi dell’attacco all’Iran, ma aveva altro a cui pensare, e poi comunque si è fatto vivo. 

E vai con gli applausi. Povera Italia, che brutta fine hai, abbiamo fatto. Ma si può ancora fare qualcosa. Già il 22-23 marzo. Non saremo granché, ma ci meritiamo di meglio.   

Native

Articoli correlati