Trump: pressioni per costringere i paesi a cacciare i medici cubani anche a costo di lasciare la gente senza cure

Da inizio 2025, gli Stati Uniti hanno intensificato la pressione diplomatica sull’intero continente americano, chiedendo ai governi di interrompere la cooperazione sanitaria con L’Avana

Trump: pressioni per costringere i paesi a cacciare i medici cubani anche a costo di lasciare la gente senza cure
Medici cubani
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18 Marzo 2026 - 18.56


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Dalla costa caraibica dell’America centrale fino all’entroterra sudamericano, un cambiamento silenzioso ma profondo sta ridefinendo gli equilibri sanitari e politici della regione. In paesi come Giamaica, Honduras, Guatemala e Guyana, storici programmi di cooperazione medica con Cuba vengono progressivamente smantellati. Il risultato è visibile e immediato: la partenza delle brigate sanitarie cubane, presenza consolidata da decenni nei sistemi sanitari pubblici più fragili.

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La decisione del governo giamaicano segna uno spartiacque. Dopo mezzo secolo di collaborazione, Kingston ha annunciato la fine del programma, ritenuto non più compatibile con le normative nazionali sul lavoro e con gli standard internazionali. Una motivazione formale che si inserisce però in un contesto politico più ampio. La ministra degli esteri ha riconosciuto le “preoccupazioni” espresse da Washington, evitando tuttavia di attribuire apertamente agli Stati Uniti la responsabilità del cambio di rotta.

Da inizio 2025, gli Stati Uniti hanno intensificato la pressione diplomatica sull’intero continente americano, chiedendo ai governi di interrompere la cooperazione sanitaria con L’Avana. Secondo il Dipartimento di Stato, il sistema cubano si fonderebbe su pratiche assimilabili al lavoro forzato. Accuse respinte da Cuba, ma che stanno trovando ascolto crescente tra governi politicamente più vicini a Washington.

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In Honduras, il cambiamento è arrivato rapidamente. Con l’insediamento del presidente conservatore Nasry Asfura, circa un centinaio di operatori sanitari cubani è stato congedato nel giro di poche settimane. Una decisione che, secondo diversi analisti, riflette più gli equilibri geopolitici che le reali esigenze del paese, dove l’accesso ai servizi sanitari resta estremamente limitato, soprattutto nelle aree rurali.

Il fenomeno non si limita ai cambi di governo. In Guatemala, l’esecutivo ha annunciato la conclusione graduale della missione cubana dopo quasi trent’anni di attività, segnando la fine di una presenza che aveva contribuito in modo significativo alla sanità pubblica locale.

In Guyana, la rottura ha seguito una dinamica diversa. Qui è stata Cuba a richiamare i propri medici, dopo il fallimento delle trattative su un nuovo modello contrattuale. Il governo guianese aveva proposto di assumere direttamente i professionisti, bypassando l’agenzia statale cubana che gestisce i compensi. Un punto cruciale, che tocca il cuore delle critiche internazionali al sistema.

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Da oltre sessant’anni, l’internazionalismo medico rappresenta uno dei pilastri della politica estera cubana. Dal 1963, centinaia di migliaia di medici sono stati inviati in più di 160 paesi, contribuendo a costruire un’immagine di solidarietà globale. Ma questo stesso sistema costituisce anche una fonte vitale di entrate per un’economia sottoposta a pressioni crescenti.

Ed è proprio su questo equilibrio fragile che si inserisce la strategia statunitense. Secondo numerosi osservatori, l’obiettivo non è soltanto ridefinire gli standard del lavoro internazionale, ma anche colpire uno dei principali canali di sostentamento economico dell’isola caraibica. In un contesto già aggravato da crisi energetiche e isolamento finanziario, la riduzione delle missioni mediche rischia di avere conseguenze profonde.

Le ricadute si fanno sentire soprattutto nei paesi ospitanti. In Giamaica, ospedali e cliniche stanno affrontando un’improvvisa carenza di personale. Strutture che servono comunità remote o economicamente vulnerabili risultano particolarmente esposte. Nei giorni successivi all’annuncio della fine del programma, si sono registrati afflussi straordinari di pazienti, nel tentativo di ricevere cure prima della partenza dei medici.

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Per molti, la presenza cubana ha rappresentato per anni un argine contro il collasso dei sistemi sanitari locali. Per altri, invece, il modello solleva interrogativi etici difficili da ignorare: salari trattenuti in larga parte dallo stato cubano, limitazioni alla libertà personale dei medici, e un controllo politico che accompagna le missioni all’estero.

Questo dualismo — solidarietà internazionale o sfruttamento strutturale — resta al centro del dibattito. Nel frattempo, però, la realtà evolve rapidamente. I governi caraibici, uno dopo l’altro, stanno rivedendo accordi storici, spesso sotto una pressione diplomatica costante.

Sul fondo, si muove una tensione geopolitica più ampia. Le dichiarazioni del presidente statunitense Donald Trump, sempre più aggressive nei confronti di Cuba, si inseriscono in un clima di confronto che va ben oltre la cooperazione sanitaria. Tra blackout diffusi, crisi economica e tentativi di dialogo sul fronte energetico, L’Avana si trova oggi in una posizione di crescente vulnerabilità.

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In questo scenario, la fine della “diplomazia dei camici bianchi” non è soltanto una questione sanitaria. È il riflesso di un nuovo equilibrio di potere nelle Americhe, in cui le scelte politiche globali si traducono, concretamente, in meno medici per chi ne ha più bisogno.

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