Coloni scatenati in Cisgiordania: assalti, furti e aggressioni sotto la protezione dell’esercito israeliano
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Coloni scatenati in Cisgiordania: assalti, furti e aggressioni sotto la protezione dell’esercito israeliano

A ovest di Betlemme un gruppo di coloni si è radunato nella zona di Aqabat Hasna, unico accesso principale ai paesi di Nahalin e Battir e ai villaggi di Husan e Wadi Fukin, oltre a collegare la via di bypass coloniale 60. I

Coloni scatenati in Cisgiordania: assalti, furti e aggressioni sotto la protezione dell’esercito israeliano
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23 Marzo 2026 - 01.10


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La crescente ondata di violenza dei coloni israeliani contro le comunità palestinesi nella Cisgiordania occupata ha assunto domenica 22 marzo 2026 contorni sempre più brutali e organizzati, tra assalti diretti a civili, furti, blocchi stradali e attacchi alle infrastrutture essenziali, mentre le forze d’occupazione israeliane restano, nella pratica, complici per omissione.

A ovest di Betlemme un gruppo di coloni si è radunato nella zona di Aqabat Hasna, unico accesso principale ai paesi di Nahalin e Battir e ai villaggi di Husan e Wadi Fukin, oltre a collegare la via di bypass coloniale 60. I coloni si sono dispersi lungo l’ingresso, compiendo provocazioni e tentando di assaltare i veicoli dei residenti palestinesi, in un esperimento di terrore mirato a impedire la libertà di movimento e a instillare paura quotidiana tra la popolazione locale.

Nel distretto di Nablus, a sud, i coloni hanno sparato contro un trasformatore elettrico nella zona di Jabal al-Arma, causando un blackout che ha lasciato famiglie e servizi senza elettricità. L’attacco alle infrastrutture civili non è solo un atto vandalico: è una tattica deliberata per destabilizzare comunità già vulnerabili, con conseguenze umanitarie immediate per ospedali, scuole e abitazioni.

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A est di Tubas, al checkpoint militare di Tayasir, i coloni si sono impadroniti di un cavallo appartenente a un civile palestinese — sottratto dopo che i soldati lo avevano confiscato — dimostrando come la violenza e l’impunità non conoscano limiti, neanche di fronte alle autorità di occupazione che consentono o agevolano questi raid.

Intanto, nella cintura di Ramallah e Al-Bireh, i coloni hanno eretto barricate e bloccato snodi stradali strategici — dal rondò Karamelo alla via che conduce a Taybeh e Jerico — paralizzando il traffico e negando l’accesso a luoghi di lavoro, scuole e servizi essenziali. L’uso di massi e blocchi stradali per imporre il controllo territoriale evidenzia un’aggressività concertata, supportata da una presenza militare che troppo spesso trasforma le forze di occupazione in garanti dell’azione dei coloni anziché protettori della popolazione civile.

Queste aggressioni, diffuse e ripetute, rivelano un quadro inquietante di normalizzazione della violenza: i coloni agiscono con crescente arroganza, sapendo di poter contare su una sostanziale impunità. Le autorità israeliane — politiche e militari — hanno la responsabilità primaria di prevenire atti di violenza e di perseguire i responsabili; ma la realtà sul terreno suggerisce il contrario: omissione, tolleranza e, in molti casi, copertura attiva.

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L’effetto cumulativo è devastante: comunità palestinesi isolate, infrastrutture danneggiate, libertà di movimento negata, e un clima di paura e insicurezza che mina quotidianamente la vita civile. Ogni attacco ai danni di civili o di servizi essenziali costituisce non solo una violazione dei diritti umani, ma un passo ulteriore verso l’annientamento delle condizioni di sussistenza delle popolazioni occupate.

La comunità internazionale, le organizzazioni per i diritti umani e i governi che sostengono il rispetto del diritto internazionale non possono restare a guardare mentre queste violazioni si moltiplicano. È necessaria un’azione decisa per porre fine all’impunità dei coloni e per garantire la protezione effettiva dei civili palestinesi, compresa l’immediata riparazione dei danni alle infrastrutture e misure concrete per ristabilire libertà di movimento e sicurezza.

Fino a quando le autorità israeliane continueranno a chiudere un occhio di fronte a simili atti — o, peggio, a favorirli — la spirale di violenza non farà che intensificarsi, con conseguenze umanitarie e politiche profonde per l’intera regione.

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