Voci dall'inferno libanese, la nuova Gaza

Voci dall’inferno libanese. Storie di vite spezzate, di dolore straziante. Storie di un popolo in fuga dal sud del Paese dei Cedri. Storie raccolte da reporter coraggiosi e da agenzie umanitarie che non abbandonano una popolazione disperata. 

Voci dall'inferno libanese, la nuova Gaza
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Umberto De Giovannangeli Modifica articolo

12 Aprile 2026 - 20.44


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Voci dall’inferno libanese. Storie di vite spezzate, di dolore straziante. Storie di un popolo in fuga dal sud del Paese dei Cedri. Storie raccolte da reporter coraggiosi e da agenzie umanitarie che non abbandonano una popolazione disperata. 

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Su Vatican News racconta Guglielmo Galloni: “Si erano ritrovati nel cimitero del villaggio di Shemstar, nella valle libanese della Bekaa, per celebrare un funerale. Ma neppure in una simile occasione sono riusciti a trovare un attimo di tregua dalla guerra che, in Libano, non si è mai fermata. Sono morte così dieci persone, e altre quattro sono state ferite, a causa dei raid israeliani lanciati ieri pomeriggio contro diverse aree meridionali del Paese dei cedri. Oltre a Beirut, sotto attacco c’è stata anche la valle della Bekaa. A Mansoura, nella parte occidentale della valle, sono state uccise cinque persone appartenenti tutte alla stessa famiglia. Nella città di Hermel i missili non hanno risparmiato neppure tre membri della Protezione civile. Numeri e storie che si continuano a sommare in queste ore e che tracciano un bilancio provvisorio seppur già drammatico: su un totale di 203 morti e oltre mille feriti, almeno 30 vittime e 20 feriti si registrano solamente nella valle della Bekaa.

«La situazione nella valle della Bekaa e nella regione di Baalbek è particolarmente dolorosa — ci racconta don Elie Gemayel, sacerdote nella diocesi maronita di Baalbek–Deir el-Ahmar, dove segue diverse parrocchie della zona — qui intere famiglie vivono nell’angoscia. Alcune hanno dovuto lasciare le proprie case, altre restano, nonostante tutto, legate alla loro terra». Ecco perché, prosegue, «se abbiamo accolto la notizia della tregua in Iran come un dono di Dio, anche quando è fragile, qui in Libano quella luce ci sembra ancora lontana. Ci ricorda che la pace è possibile, ma anche quanto essa debba ancora essere implorata per la nostra terra. Questo alimenta in noi una preghiera ancora più intensa: che questa tregua non sia un’eccezione, ma l’inizio di un cammino per tutti i popoli». Una preghiera che si è fatta ancora più forte nei giorni di Pasqua. Don Elie ci racconta che «abbiamo pregato per gli abitanti della Bekaa, di Baalbek e di tutte le regioni colpite, per le famiglie provate, per i bambini che crescono nella paura. Affinché il Signore li protegga, consoli e rialzi. È proprio qui che il mistero della Pasqua dispiega tutta la sua forza. Perché la Risurrezione di Cristo non resta lontana dalle nostre prove: vi entra. Viene a raggiungere ogni dolore, ogni grido, ogni notte. E ci ricorda che nessuna logica di guerra può giustificare ciò che oggi stanno vivendo gli innocenti».

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Così Galloni.

Il Libano come Gaza.Il dottor Mohammed Ziara, chirurgo palestinese specializzato in ustioni, ha affermato che l’esercito israeliano sta devastando il Paese proprio come ha fatto con i territori della Striscia. «Stanno distruggendo ospedali, città, sfollando l’intera popolazione, è semplicemente un crimine di guerra», ha detto ad Associated Pressil medico che ora lavora in un ospedale di Sidone con l’organizzazione no profit britannica Interburns.
«Ho vissuto tutto questo a Gaza. Sono stato assediato all’ospedale Shifa. La mia famiglia è andata a sud, ho perso anche mio fratello. Capisco la situazione in Libano. La sento profondamente», ha aggiunto Ziara. Lui e il suo team di Interburns hanno allestito la prima unità specializzata in ustioni del sistema sanitario pubblico libanese, una risorsa fondamentale per il Paese dove la guerra tra Israele e Hezbollah ha già causato migliaia di morti.

SEIDISERA, rubrica della Radiotelevisione svizzera, ha contattato Abbas al Atrash, collaboratore in Libano, il quale ha raccolto le testimonianze da Beirut di gente comune, medici, feriti e soccorritori che stanno vivendo in prima persona questa guerra. 

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“Il rumore è stato fortissimo. Abbiamo capito subito che era successo qualcosa nella nostra zona”, afferma una donna ai microfoni, spiegando di aver sentito “missili cadere, schianti e palazzi che crollavano. I bambini in strada urlavano”. 

Nella distruzione provocata dai bombardamenti c’è chi ha perso i suoi cari, come un uomo che era in casa al momento di un raid aereo. “In totale sette membri della mia famiglia sono morti”, racconta, sottolineando di essere l’unico sopravvissuto all’incursione.

Un medico dichiara di aver assistito perlopiù persone rimaste schiacciate sotto le macerie. “Persone con fratture alla spina dorsale, a braccia e gambe o traumi a livello addominale: lesioni classiche quando ci sono bombardamenti”. 

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Un membro della Guardia civile aspetta che le scavatrici finiscano di lavorare tra le macerie dei palazzi di Beirut, in modo che si possano individuare altri corpi o, con un po’ di fortuna, qualche superstite. Un palazzo di dieci piani “è stato bombardato ieri, mercoledì: dodici persone sono state salvate e portate in ospedale, ma ci sono ancora diversi dispersi. Ci sono vari altri palazzi qui a Beirut che sono stati distrutti”. 

Mamma, tu sei la mia vita”. La storia di Narjis, 6 anni, uccisa dalle bombe israeliane in Libano

Una storia tragicamente emblematica, raccontata con sensibilità encomiabile da Biagio Chiariello per Fanpage.it: “Rana Jaber aveva fatto una promessa a suo marito: se avessero avuto una femmina, l’avrebbero chiamata Narjis, che in arabo significa “narciso”. Un fiore delicato, proprio come la bambina che sognava di vestire con tanti abitini colorati.

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Dopo due gemelli maschi, il desiderio si è realizzato nel 2020. Narjis è nata con i capelli chiari, proprio come il fiore che portava nel nome. La madre la descriveva come una bambina “saggia oltre i suoi anni”: ogni volta che Rana piangeva, era lei a consolarla con una tenerezza disarmante.

Il 2 marzo scorso, mentre le bombe israeliane si abbattevano sul sud del Libano, Rana ha caricato in fretta i tre figli in macchina per fuggire. In quel momento di panico, Narjis le ha preso il viso tra le mani e le ha detto: “Mamma, tu sei la mia vita. Non piangere, ti voglio tanto bene”.

Sono state tra le ultime parole che Rana ha sentito dalla figlia.

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Poche ore dopo, un raid aereo israeliano ha colpito in pieno la loro casa a Maifadoun, nel sud del Libano. Narjis, di soli sei anni, è morta insieme alla zia. La madre e i due fratellini di dieci anni, Abbas e Ali, sono rimasti intrappolati sotto le macerie, feriti ma vivi. “Continuo a rivedere tutto. La nostra vita è stata strappata via in un attimo. Era come un fiore appena sbocciato. Il mio cuore si sta spezzando”, racconta Rana Jaber, 34 anni, tra i singhiozzi al Guardian. “Ancora non riesco a credere che mia figlia non ci sia più”.

Narjis era una bambina solare, sempre sorridente, vestita con i tanti abitini che i genitori le compravano. In una delle foto più belle posa orgogliosa in classe con una mela di cartapesta con la lettera “A” in mano. “Voleva fare la dottoressa”, dice la madre con la voce spezzata.

La piccola è stata una delle prime vittime minori dei bombardamenti israeliani in Libano dopo l’inizio dell’escalation, scattata il 2 marzo in seguito al lancio di razzi da parte di Hezbollah. Da allora, secondo le autorità libanesi, almeno 120 bambini hanno perso la vita sotto le bombe dell’IDF, quasi il 10% del totale delle vittime nel Paese.

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La morte di Narjis ha lasciato la famiglia in un dolore profondo. Abbas, uno dei gemelli, va ancora al negozio e chiede i cioccolatini “per la sorella”. Quando la madre gli ricorda che Narjis non tornerà più, scoppia a piangere. Pochi minuti dopo, fa finta che stia per rientrare da un momento all’altro.

“I miei figli non sono più gli stessi. Se sentono un rumore forte, iniziano a tremare e a piangere. Fanno cose strane che prima non facevano”, spiega Rana, che ha già deciso di cercare aiuto psicologico per loro non appena la guerra finirà.

Non tutte le famiglie hanno avuto la possibilità di piangere i propri morti. Il 14 marzo, a Nabatieh, un altro raid ha cancellato un’intera famiglia: padre, madre e quattro figli della famiglia Basma. Tutti e sei uccisi mentre erano in casa. “Erano una famiglia povera, molto umile. Gli avevo detto di fuggire, ma non avevano i soldi per spostarsi”, racconta Hussein Youssef, vicino di casa e amico. “Questa volta il padre, che faceva l’imbianchino, non poteva permettersi uno sfollamento lungo. Erano bambini buoni, tranquilli, che portavano vita in tutto il quartiere”.

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Anche i figli di Youssef sono rimasti traumatizzati. “Mio figlio piange tantissimo. Lui e i suoi amici continuano a postare le loro foto e a parlare di loro. La bimba più piccola gli saltava sempre addosso per giocare… Quella morte gli ha spezzato il cuore”.

In Libano i bambini stanno vivendo la loro seconda guerra in appena tre anni. I raid israeliani, concentrati soprattutto al sud ma arrivati in molte zone del Paese, hanno distrutto ogni senso di sicurezza.

Gli esperti avvertono: l’esposizione prolungata alla violenza può lasciare ferite profonde, con conseguenze sullo sviluppo e sul comportamento che dureranno anni, se non generazioni.

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“I bambini si svegliano nel terrore, i genitori portano un’angoscia insostenibile. Il dolore continuerà a riecheggiare a lungo, anche quando le bombe taceranno”, ha dichiarato il dottor Rabih El Chammay, responsabile del programma nazionale di salute mentale del ministero della Salute libanese.

Rana Jaber, per ora, affronta da sola questo vuoto immenso.

Narjis era diversa dagli altri bambini. Mi diceva: ‘Mamma, voglio dormire accanto a te. Voglio dormire nel tuo cuore’. Era di una dolcezza e di una gentilezza che non so nemmeno spiegare”, conclude nell’intervista al giornale britannico.

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Una bambina che sognava di curare gli altri, strappata via troppo presto dalla guerra”.

Il Libano sta affrontando un’escalation della crisi, con un numero crescente di bambini rimasti soli o separati dalle proprie famiglie dopo 24 ore di intensi raid aerei. Save the Children – l’Organizzazione che da oltre 100 anni lotta per salvare le bambine e i bambini a rischio e garantire loro un futuro – è al lavoro per rintracciarli e ricongiungerli con i loro familiari e chiede con urgenza che l’accordo di cessate il fuoco venga esteso anche al Libano, per prevenire ulteriori danni e garantire la protezione dei minori.

“C’è molta incertezza, paura e preoccupazione tra la popolazione libanese. Gli attacchi sono avvenuti senza preavviso e in prossimità di numerose strutture civili, lasciando un ricordo indelebile e drammatico. In pochi istanti la situazione è precipitata: i raid aerei si sono susseguiti uno dopo l’altro. Secondo quanto riportano i media, ci sono stati oltre 100 attacchi aerei in meno di 10 minuti e tutto è accaduto nell’ora di punta, quando le strade erano molto trafficate, le persone si spostavano per lavoro, tornavano a casa e i bambini rientravano da scuola. Molti attacchi hanno colpito contemporaneamente aree residenziali di Beirut, in prossimità di scuole e ospedali.  Molti bambini sono stati separati dalle loro famiglie e dai loro cari in tutto il Paese. I nostri operatori stanno lavorando senza sosta per riunire le famiglie, ma purtroppo sappiamo che molte persone hanno perso la vita nei bombardamenti o successivamente in ospedale» ha dichiarato Yara Hamadeh, Responsabile Senior per la Sensibilizzazione, i Media e le Campagne di Save the Children Libano.Almeno 1,2 milioni di persone sono già sfollate in tutto il Libano e più di una persona su dieci nel Paese vive in rifugi collettivi. Molti studenti si trovano ad affrontare il sesto anno di istruzione interrotta. Un bambino continua a ripetere al nostro staff che vorrebbe solo che le cose tornassero come prima. I minori vogliono tornare a casa, alle loro abitudini, alle loro famiglie. Come libanese, essere un operatore umanitario è l’unica cosa che mi aiuta ad affrontare la situazione. Così sento di avere un impatto, di aiutare, di contribuire e di sostenere, soprattutto i più piccoli. Nutro la speranza che un giorno non ci limiteremo più a rispondere alle crisi e a raccontare continuamente ciò che sta accadendo in Libano» ha concluso Yara Hamadeh.

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Da Save the Children all’Unhcr.

“In un Paese sconvolto dai più massicci e devastanti attacchi israeliani dell’attuale conflitto, sferrati l’8 aprile, l’Unhcr, Agenzia Onu per i rifugiati, esorta a garantire in ogni momento la protezione di tutti i civili, fra cui oltre 1 milione di sfollati.

Circa 100 località sono state colpite in dieci minuti senza alcun preavviso, compresi quartieri densamente popolati di Beirut che ospitavano già migliaia di sfollati. Secondo il Ministero della Sanità Pubblica libanese, al 9 aprile gli ultimi attacchi hanno causato più di 300 morti e oltre 1.150 feriti, con un numero di vittime destinato ad aumentare man mano che proseguono le operazioni di ricerca e soccorso. 

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L’escalation ha causato un’enorme perdita di vite umane e ha aggravato le sofferenze e la perdita di case e beni. Sono state nuovamente sradicate famiglie che erano già fuggite dai precedenti scontri a Beirut, nella Valle della Bekaa e nel sud del Libano, alcune delle quali avevano iniziato a pensare di tornare a casa dopo segnali contrastanti su un cessate il fuoco. 

Aree precedentemente considerate sicure sono state colpite, scatenando il panico e costringendo le persone a fuggire per la seconda o terza volta. Molti sono stati visti trasportare bambini e averi a piedi o tentare di fuggire in auto, in mezzo al traffico paralizzato sulle principali vie di uscita da Beirut. I soccorritori hanno faticato a raggiungere i feriti tra le macerie, le strade bloccate e la distruzione. Gli ospedali, sopraffatti, hanno lanciato appelli urgenti per donazioni di sangue. 

La distruzione di molti ponti ha reso molto più difficile spostarsi tra il nord e il sud del Libano. Per molte famiglie dei villaggi del sud, il ritorno non è più possibile poiché intere comunità sono state parzialmente o completamente distrutte. Si stima che nel sud del Paese ci siano ancora circa 150.000 persone; è essenziale che possano ricevere aiuti umanitari e hanno bisogno di vie sicure per fuggire se costrette a farlo. 

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I bisogni umanitari stanno aumentando rapidamente. L’accesso alle persone colpite è sempre più limitato, oltre 680 centri di accoglienza che ospitano circa 140.000 sfollati sono gravemente sovraffollati e quasi la metà delle scuole pubbliche libanesi funge ora da rifugio, lasciando i bambini ancora una volta fuori dalla scuola e alle prese con paura, ansia e fughe ripetute”.

Voci dal Libano, la nuova Gaza. E come a Gaza, il mondo assiste inerme e complice alla guerra di annientamento scatenata da Israele. 

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