Sudan dimenticato: guerra e interessi globali mentre il conflitto con l’Iran alimenta nuove violenze

Mentre in Medio Oriente infuria il conflitto contro l’Iran, in Sudan si sta consumando quella che è stata definita una delle peggiori crisi umanitarie al mondo che finora ha provocato oltre 150.000 morti

Sudan dimenticato: guerra e interessi globali mentre il conflitto con l’Iran alimenta nuove violenze
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22 Aprile 2026 - 13.01


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di Antonio Salvati

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Mentre in Medio Oriente infuria il conflitto contro l’Iran, in Sudan si sta consumando quella che è stata definita una delle peggiori crisi umanitarie al mondo che finora ha provocato oltre 150.000 morti, circa 16 milioni di sfollati interni e rifugiati, con 25-30 milioni di persone bisognose di aiuti.

Siamo entrati nel quarto anno del conflitto. Nell’aprile 2023, nella capitale Khartoum, sono scoppiati intensi scontri tra le Forze armate sudanesi (Fas, l’esercito regolare guidate da Abdel Fattah al-Burhan) e i paramilitari delle Forze di supporto rapido (comandate da Mohamed Hamdan Dagalo, detto “Hemetti”), presto estesi ad altre aree del paese come gli stati del Darfur, del Kordofan del Nord e di Gezira. Scontri scaturiti dalle tensioni sorte su alcune proposte di riforma delle forze di sicurezza, nell’ambito dei negoziati per la formazione di un nuovo governo di transizione. Fin qui, le pressioni internazionali per una soluzione negoziata sono state scarse e poco incisive: le diplomazie delle grandi potenze sono impegnate su altri teatri considerati prioritari, mentre i paesi più influenti a livello regionale sono implicati con diversi gradi di coinvolgimento nel conflitto.

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Nonostante l’embargo sulle armi imposto nel 2024 dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ma riguardante solo il Darfur, le forniture militari verso il Sudan – come segnala Amnesty International – sono continuate quasi senza interruzioni, alimentando il conflitto. Armi provenienti da Cina, Russia, Serbia, Turchia, Emirati Arabi Uniti e Yemen sono state esportate nel paese, spesso attraverso stati confinanti, in violazione delle normative internazionali. Una ricerca di Amnesty del 2024 ha dimostrato che armi progettate e fabbricate in Francia sono state attivamente utilizzate sul campo di battaglia in Sudan.

Oggi nei miseri mercati sudanesi i prezzi sono più alti del 70 – ‘80% e per fare la spesa si corre il rischio di essere colpito da un drone. Chi fornisce entrambi i fronti di nuove armi ad alto livello tecnologico? Questa tecnologia non nasce in Sudan, arriva da fuori e in modi diversi, più o meno diretti. Entrambe le fazioni dipendono da reti di approvvigionamento che passano anche da un paese lontano e sempre più critico. La guerra in Iran è uno dei tanti effetti della regionalizzazione del conflitto: armi, finanziamenti e supporto tecnico. E così una guerra locale si trasforma in qualcosa di più ampio e più letale per chi non combatte. Mentre i droni colpiscono i mercati, i mercati stessi stanno collassando. L’effetto della guerra in Asia occidentale arriva fino a qui. Il carburante è diventato molto più caro, il trasporto rallenta, l’acqua costa di più, così come i fertilizzanti e quindi gli agricoltori piantano meno e il raccolto diminuisce. 

Il conflitto è conseguenza, nel 2022, di una frattura tra una componente – potremmo dire – tradizionale dell’esercito classico e una componente considerata più legata a un esercito informale o gruppi paramilitari (tutte categorie non necessariamente corrette) che lottano non solo per il controllo del potere politico. Innanzitutto, per quello che è il controllo degli asset finanziari che nel caso sudanese

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riguardano i vecchi investimenti del precedente regime. In altri termini, in assenza di un’economia pubblica, come hanno la maggior parte degli stati, le risorse principali, il tesoro di stato, sono l’oro, la gomma arabica e, ovviamente, anche gli idrocarburi.

In questo momento il Sudanise Army Forces, l’esercito regolare, controlla Kartum – che ha riconquistato da pochi mesi dopo una serie di offensive – e l’Eastern Sudan. Invece, le Rapid Forces, i gruppi paramilitari – originari del Darfour, tanto che molti di loro sono legati a quelle milizie conosciute come Gian Jaid che erano state protagoniste del genocidio in Darfour agli inizi degli anni 2000 – controllano il Western Sudan con in particolare il Darfour. Vi sono, inoltre, altri schieramenti armati non facilmente identificabili che scelgono di stare da una parte o dall’altra in base semplicemente a una valutazione di costi e benefici. Le diverse parti coinvolte nel conflitto evidenziano la complessità del conflitto in Sudan e le difficoltà relative alla sua risoluzione. Per meglio comprendere gli scenari negoziali occorre considerare che le ragioni del conflitto sono locali. Tuttavia, se osserviamo l’andamento del conflitto in questi anni, ci accorgiamo che progressivamente c’è stata una tendenza alla regionalizzazione con coinvolgimento di attori sia regionali, cioè limitrofi, come l’Egitto, la Repubblica Centroafricana o il Chad, e. attori cosiddetti extraregionali – cioè attori che non sono direttamente prossimi punto di vista geografico, ma che hanno degli interessi – come l’Iran, l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti e la Turchia. Attori coinvolti tendenzialmente attraverso la fornitura di munizioni, quindi appoggio sia militare che logistico per i rifornimenti. Ma coinvolgimento anche

dal punto di vista diplomatico. I diversi tentativi di negoziati che si sono susseguiti, nel corso degli ultimi anni, il più delle volte si arrestano – come ha fatto notare Federico Donelli, ricercatore associato ISPI e professore all’Università di Trieste – perché i mediatori non sono considerati realmente neutrali. Questo è un altro gran problema.

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L’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti che per tanti anni sono andati d’amore e d’accordo, oggi litigano pubblicamente per l’egemonia e per la riconfigurazione dell’area mediorientale, in cui il Sudan è uno dei tasselli di un puzzle più ampio, di un mosaico più ampio che coinvolge anche lo Yemen, altro paese attanagliato da una guerra civile drammatica dai costi umanitari enormi. Difficile fare previsioni sui nuovi equilibri, sui nuovi allineamenti di quello che sarà il futuro del Medio Oriente con o senza l’Iran. In altri termini, il Sudan potrebbe essere quasi una cartina tornasole delle macro o dei micro cambiamenti che avverranno in altre in altre zone del mondo. L’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti – che supportano da una parte le Sudanese Army Forces e dall’altra le Rapid Support Forces – sono i paesi che in questo momento possono influire maggiormente sulla fine del conflitto, considerando qualunque siano le implicazioni dell’attuale crisi nel golfo su questo conflitto.

Un elemento preoccupa maggiormente: i due grandi attori sudanesi, al pari delle milizie locali, hanno sviluppato rapporti formali e informali – legati non più e non soltanto direttamente ai due paesi arabi – per continuare ad alimentare il conflitto. Si è innescato una sorta di mercato del conflitto della violenza, per cui gli attori locali riescono a diversificare anche i paesi da cui acquisire le armi. Pertanto, in sede negoziale, sarebbe intanto determinante che l’Unione Europea – grande assente da questo conflitto – facesse pressioni diplomatiche su Arabia Saudita ed Emirati per sospendere il supporto.

Finora nelle trattative per la fine del conflitto Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti sono stati presenti. Qualora dovesse venir meno il loro interesse e anche la loro influenza sui due principali attori e leader sudanesi, quest’ultimi potrebbero essere portati a tentare una sorta di tutto per tutto, scatenando un’offensiva per cercare di guadagnare più territorio possibile, soprattutto territori strategici. Aumenterebbe la violenza su scala locale attraverso una serie di regolamenti di conti, aggressioni

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contro gruppi etnici rivali o contro milizie che sono accusate di aver supportato l’altra fazione.

Quale sarebbe allora il vero turning point? Un’ipotesi – per Federico Donelli – sarebbe quella di un eventuale sgretolamento interna delle fazioni. I leader in questo momento ragionano con la logica del gioco a somma zero, ossia non vogliono negoziare perché per entrambi non ci può essere un futuro del Sudan con l’altra controparte. Un’altra ipotesi potrebbe essere quella di legittimare dall’esterno la divisione effettiva del paese: le due entità politiche già oggi governano due contesti geografici diversi, con uno scenario simile a quello libico. Con questa opzione entrerebbero aiuti umanitari per una popolazione che in questo momento è allo stremo.

Il conflitto in Sudan è uno dei tanti conflitti in corso. I «pezzi» della «Terza guerra mondiale» (per riprendere le parole di papa Francesco di cui ricordiamo un anno dalla sua morte) rischiano di diventare in maniera evidente un unico grande conflitto. L’avvertimento del Papa di non farsi ingannare pensando che tanto è solo un pezzo isolato di guerra, quindi facilmente contenibile, a bassa intensità, che non riguarda tutti, tanto da potere andare avanti per decenni (le guerre sembra non trovino più soluzioni, si eternizzano come sostiene Andrea Riccardi), non è stato preso sul serio. Ci confrontiamo con un pezzo che in maniera drammatica mostra la guerra mondiale, il coinvolgimento di tutti. Ecco perché bisogna vincere la pace ovunque, in Ucraina, a Gaza, in Medio Oriente, perché dobbiamo credere che può essere anche il contrario, che cioè diventi il primo pezzo di una pace nei tanti pezzi di guerra. Perché la guerra è una pandemia. La terza guerra potrebbe essere l’ultima. Ha detto Matteo Zuppi: «Se la stiamo già vivendo, come non preoccuparci? Dobbiamo aspettare il punto di non ritorno?» I trattati e gli accordi tra le nazioni sono stati elaborati proprio dopo grandi battaglie. Il primo trattato internazionale che si è occupato di regolare come lavorare insieme non è stato quello delle Nazioni Unite, ma quello della Croce Rossa Internazionale, e la Croce Rossa Internazionale era stata creata per occuparsi dei morti e dei feriti dopo la battaglia. «Guerra e pace, che poi significa bene e male. Essi si intrecciano e si confondono con le ragioni, la storia, le sedimentazioni umane, con quella trasmissione di giudizi che fanno crescere le divisioni e finiscono per armare i cuori e poi le menti. Questo richiede un’indispensabile visione spirituale che si nutre di un profondo senso della catastrofe possibile». L’ecologia umana del mondo richiede tanta riabilitazione, che è per Zuppi personale ma è anche delle nostre relazioni. Papa Francesco osservò che «ogni guerra lascia il mondo peggiore di come lo ha trovato. La guerra è un fallimento della politica e dell’umanità, una resa vergognosa, una sconfitta di fronte alle forze del male» (Enc. Fratelli tutti, 261). Posizione distante dagli Stati e dalle loro politiche. Posizione che scaturisce dalle lezioni dolorosissime del secolo Ventesimo, e purtroppo anche di questa parte del Ventunesimo. Giorgio La Pira, grande uomo di pace, affermava che «al negoziato globale non c’è alternativa»: bisogna uscire dall’età della forza verso un tempo di negoziato, verso l’età del dialogo. Bisogna ricominciare a parlarsi, ha ribadito nei giorni scorsi Andrea Riccardi. Lo dobbiamo a quei tanti che sono morti senza sapere il perché, senza credere che sarebbero morti, ripudiando la guerra, sognando solo la loro casa e la pace.

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