Le forze israeliane hanno colpito nelle ultime ore una cucina comunitaria legata al governo turco a Deir el-Balah, nel centro della Striscia di Gaza, uccidendo almeno tre operatori umanitari e provocando diversi feriti gravi.
La struttura forniva pasti caldi a centinaia di famiglie sfollate, in particolare a persone provenienti dalle zone orientali di Deir el-Balah, da Khan Younis e da Rafah, aree devastate dai bombardamenti e da cui molti civili palestinesi non possono più tornare nelle proprie case.
L’attacco rappresenta un nuovo colpo contro la rete civile e umanitaria che tenta di sopravvivere nella Striscia sotto assedio. In una Gaza affamata, dove intere famiglie dipendono dalle cucine comunitarie per mangiare almeno una volta al giorno, colpire una struttura di distribuzione alimentare significa colpire direttamente la sopravvivenza della popolazione civile.
Non è un episodio isolato. Solo ieri due palestinesi sono stati uccisi mentre viaggiavano a bordo di un veicolo vicino all’ospedale al-Shifa. Le vittime lavoravano per l’organizzazione benefica Qawafil Al Khair. Nell’attacco è morto anche un agente di polizia.
La sequenza degli attacchi alimenta accuse sempre più pesanti contro Israele. Non vengono colpite soltanto persone sospettate di appartenere a gruppi armati, ma anche organizzazioni civili, reti di assistenza e figure impegnate nel sostegno quotidiano della popolazione stremata dalla guerra.
A Gaza il collasso umanitario è ormai totale. Ospedali distrutti, convogli umanitari sotto attacco, operatori civili uccisi e strutture assistenziali bombardate stanno cancellando uno dopo l’altro gli ultimi spazi di sopravvivenza collettiva.
Per migliaia di palestinesi, la guerra non significa più soltanto vivere sotto le bombe. Significa vedere distrutto anche ciò che resta della solidarietà, del soccorso e della possibilità stessa di continuare a vivere.
