Fuori Israele, dentro il sionismo: come lo stato ebraico ha perso la sua identità condivisa

Il tema dell’identità ha attraversato e segnato la storia d’Israele ancor prima della nascita, nel 1948, dello Stato ebraico.

Fuori Israele, dentro il sionismo: come lo stato ebraico ha perso la sua identità condivisa
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Umberto De Giovannangeli Modifica articolo

11 Luglio 2026 - 18.28


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Il tema dell’identità ha attraversato e segnato la storia d’Israele ancor prima della nascita, nel 1948, dello Stato ebraico. Cosa significa ebraicità, come si definisce la cittadinanza, il sentirsi e non solo essere israeliani, il rapporto tra secolarizzazione e religione. Un tema che si è fatto sempre più politico, e che oggi ha una declinazione aggressivamente ideologica e messianica da parte della destra al governo.

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Un tema che Carolina Landsmann, tra le firme di punta di Haaretz, affronta con la consueta chiarezza e forza argomentativa in un articolo sul quotidiano progressista di Tel Aviv dal titolo: “Fuori Israele, dentro il sionismo: come Israele ha perso la sua identità condivisa”

Annota Landsmann: “Lo Stato di Israele non ha altra scelta che istituire un governo di unità sionista.” (Benny Gantz); “Istituiremo un governo sionista e di Stato per Israele.” (Gadi Eisenkot); “Presto istituiremo qui un governo sionista.” (Naftali Bennett); “Abbiamo bisogno di una coalizione sionista e di Stato.” (Avigdor Lieberman); «Siamo la spina dorsale di principio, ideologica, politico-sicurezza e sionista del campo democratico-liberale.» (I Democratici/Yair Golan); e gli ultimi ad entrare sotto l’egida sionista: Chili Tropper e Yoaz Hendel, che hanno promesso «di portare alla formazione di un governo sionista di ampio respiro».

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Persino il fondatore del sionismo politico, Theodor Herzl, fece un uso minore del concetto di «sionista» durante la sua vita rispetto a come viene attualmente utilizzato nel discorso pubblico in Israele.

Nella corsa alle elezioni autunnali della Knesset, il concetto di «sionista» è un eufemismo. Quando i politici parlano di un governo sionista, intendono un governo composto da partiti ebraici. La destra non ha alcun problema a esprimere apertamente ciò che pensa e a dichiarare che non formerà un governo con gli arabi.

Il termine «sionista» è essenziale per i partiti dell’opposizione, per i quali è meno appropriato sostenere apertamente la supremazia ebraica e che lo utilizzano per nascondere l’obiettivo di costituire un governo composto esclusivamente da ebrei. 

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Tuttavia, l’adozione di un’identità sionista non è nata oggi e non è solo una reazione al «governo del cambiamento». In altre parole, tutti questi politici stanno cercando di evitare di essere identificati con un governo che includerebbe gli arabi. 

Una situazione simile si era verificata anni fa, alla fine del 2014, quando Isaac Herzog e Tzipi Livni unirono i loro partiti, il Partito Laburista e Hatnua, per formare l’Unione Sionista, in vista delle elezioni del 2015. Anche allora fu fatta una scelta sconcertante che rifletteva una crisi di identità all’interno del campo di sinistra (e che, col senno di poi, segnò l’inizio degli sforzi per evitare di essere etichettati come «sinistra»).

Ma da dove, per l’amor di Dio, hanno tirato fuori “sionista”? Il Paese aveva già 66 anni quando hanno riesumato il termine. Cosa ha spinto questa coppia di sabra di Tel Aviv a liberarsi della propria identità israeliana per abbracciare invece un concetto la cui rilevanza era venuta meno nel momento stesso in cui era stato fondato lo Stato di Israele? 

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Negli ultimi anni abbiamo assistito a una tendenza in crescita. La religione è entrata con forza in scena, come si riflette nel modo in cui le persone parlano (Grazie a Dio!), si vestono (kippah e/o frange rituali tzitzit) e nelle usanze che adottano (baciare le mezuzot, indossare i tefillin). Se nei primi anni di Israele l’israeliano medio era laico, tale caratterizzazione non è più valida.

Il rafforzamento della religione è più evidente nel campo nazional-religioso. Anche lì, la pratica rituale simboleggia un cambiamento nell’autodefinizione dei suoi membri. Con la nascita del Paese, l’identità israeliana è cresciuta dalle radici dell’identità ebraica. La decisione della destra di ridefinirsi come «prima di tutto ebraica» costituisce un ritorno a un livello di identità più antico rispetto a quello che lo Stato ha offerto a chi è nato qui e a chi è cresciuto qui. Il «rafforzamento» è una risposta all’indebolimento dell’identità israeliana.

Ma quell’indebolimento non ha risparmiato nemmeno la sinistra – e per le stesse ragioni. Anche lì, il livello più alto dell’identità è crollato. Di conseguenza, siamo ricaduti al piano terra della nostra struttura identitaria – all’autodefinizione pre-indipendenza – il sionismo. Invece di essere israeliani – categoria che, per la natura delle cose, condividiamo con i cittadini arabi di Israele – siamo ricaduti nel caldo grembo del sionismo.

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Si tratta di un’unica crisi identitaria. Nessuna delle due parti è riuscita a mantenere la propria “israelianità”. A destra, si sono rifugiati in ciò che considerano ebraico, mentre a sinistra in ciò che percepiscono come sionista. Se esiste una via d’uscita dalla crisi, è una doppia negazione: né ebraica né sionista. Solo l’identità israeliana, con tutte le sfide che comporta, salverà Israele, conclude Landsmann.

Identità israeliana vo cercando.

Intanto, però, la destra onnivora di potere ha occupato tutte le caselle militari e di intelligence, gangli vitali per Israele. Lo ha fatto premiando la fedeltà alle capacità operative, mettendo nei posti chiave persone manifestamente inadeguate.

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Su una di queste si concentra l’editoria di Haaretz dal titolo: “Il capo dello Shin Bet ha ammesso di non essere all’altezza del ruolo”.

Queste le ragioni: “I timori relativi alla nomina di David Zini – un uomo privo di esperienza nel campo dell’intelligence e detentore di una visione del mondo sionista-haredi che persino il primo ministro ha definito “troppo messianica” – a capo del servizio di sicurezza Shin Bet si stanno concretizzando sempre più con il passare dei giorni. Quello che era iniziato come un incontro affrettato sul sedile posteriore dell’auto del primo ministro Benjamin Netanyahu alla base militare di Tze’elim si è rivelato una decisione fatidica per la democrazia israeliana.

Non si tratta più solo di decisioni marginali rispetto al fulcro dell’attività dello Shin Bet – la lettera inviata da sua moglie ai dipendenti dello Shin Bet, la cancellazione degli eventi del Gay Pride all’interno dell’organizzazione o la rimozione dell’angolo commemorativo dedicato alle vittime dello Shin Bet del 7 ottobre. Questa settimana è emerso che Zini stava cercando di imporre allo Shin Bet la sua visione del mondo personale, che non è in linea con ciò che ci si aspetta da un funzionario di così alto livello.

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Zini ha scelto di intervenire a un evento organizzato da un istituto conservatore di destra. Di fronte a un pubblico compiacente, forse convinto che nessuno avrebbe divulgato il suo discorso, ha affermato di essere stato scelto per l’incarico grazie al suo vantaggio rispetto agli altri, ovvero la sua «lealtà verso i funzionari eletti». In altre parole, è fedele a Benjamin Netanyahu. È inquietante anche il fatto che abbia aggiunto che sarebbe stato leale nei confronti dei futuri funzionari eletti.

Nessun capo della sicurezza, e certamente non la polizia segreta con tutti i suoi mezzi, il suo personale e le sue capacità di usare la forza contro cittadini e sospettati, dovrebbe essere leale a un singolo individuo. Il direttore dello Shin Bet dovrebbe essere leale al Paese e alle sue leggi. La prova della lealtà personale di Zini è emersa questa settimana quando ha ceduto alle pressioni dei ministri del Likud e di Netanyahu, ordinando l’apertura di un’indagine su una fuga di notizie a Channel 14 e a Channel12 News riguardante i tempi dell’attacco all’Iran. Ciò è in netto contrasto con la sua stessa posizione, che aveva presentato ai ministri in passato, contraria a tale indagine. Si tratta di un pericolo chiaro e imminente per la libertà di stampa e di una prova lampante della sottomissione dello Shin Bet alla propaganda del Likud.

Tutto questo sta accadendo mentre Zini dirige l’organizzazione senza alcun freno. Sminuisce i suoi capi dipartimento di grande esperienza, mette a tacere le opinioni che contraddicono le sue o quelle del suo vice e impedisce all’unico guardiano in grado di tenergli testa, il suo consulente legale, di esprimere le proprie opinioni professionali.

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Quando il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir controlla la polizia e il capo dello Shin Bet dichiara fedeltà al primo ministro, l’imparzialità delle elezioni è in pericolo. La dichiarazione di Zini di giovedì, secondo cui «in tutto ciò che riguarda le elezioni, lo Shin Bet è direttamente subordinato al presidente della Commissione elettorale centrale», non è convincente e sembra un tentativo di allentare le tensioni.

Zini non è all’altezza del suo incarico. Si può solo sperare che nei prossimi mesi, durante le elezioni, riesca a superare la sua fedeltà ai politici eletti e scelga ciò che è meglio per il Paese”.

Così Haaretz. Il fatto che si debba sperare qualcosa che dovrebbe essere scontata da parte di un servitore dello Stato, specie chi è alla guida di un apparato di vitale importanza come il servizio di sicurezza interno, la dice lunga su ciò che è diventato Israele, in male, sotto il governo fascista di Netanyahu, Ben-Gvir e Smotrich. Un governo che ha contaminato ideologicamente l’esercito, facendone strumento attivo della propria sciagurata politica di apartheid in Cisgiordania o di annientamento a Gaza. Un governo che considera gli avversari interni, politici, giornalisti, attivisti dei diritti umani, come nemici da neutralizzare ad ogni costo e con ogni mezzo. Distruggendo ciò che resta, davvero poco ormai, dello Stato di diritto.

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Uno smantellamento senza soluzione di continuità che passa per le urne. E qui le grandi manovre di “King Bibi” sono già iniziate. A darne conto, sempre su Haaretz, è Ravi Hecht, in un report bene informato dal titolo: “Basta con la finta unità? Netanyahu rafforza il legame con la sua base in vista delle elezioni

Racconta Hecht: “Alcuni membri del Likud sostengono che il primo ministro Benjamin Netanyahu sia furioso con il ministro delle Comunicazioni Shlomo Karhi. Karhi è stato l’artefice della formulazione di una risoluzione in cui si afferma che il Consiglio dei ministri non rispetterà una sentenza della Corte Suprema relativa alla convocazione dell’organo direttivo della Seconda Autorità per la Televisione e la Radio. A loro avviso, la crisi costituzionale si è trasformata in qualcosa di più grave di quanto Netanyahu volesse.

Ma è ragionevole essere scettici riguardo a queste affermazioni. In larga misura, esse rientrano nel modus operandi sistematico che Netanyahu   adotta da anni: prima, alimentare il clima di caos e tensione; poi, mandare qualcuno che appaia ragionevole rispetto ai Karhi, agli Yariv Levin e ai Tally Gotliv del Likud – come il suo segretario di gabinetto – a mormorare qualcosa di conciliante e mantenere così un certo legame con la normalità e la statista.

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La dichiarazione del gabinetto secondo cui non onorerà la sentenza della Corte, scatenando una controffensiva da parte della Corte stessa, segna il superamento del Rubicone. Tuttavia, ciò avviene sulla scia di un conflitto già palese tra due rami del governo (in cui uno ha sferrato un violento attacco contro l’altro). Sembra improbabile che Netanyahu avrebbe raggiunto le rive del Rubicone se non avesse sinceramente desiderato questo conflitto.

Osservando la storia della campagna elettorale di Netanyahu, ci si aspetterebbe che ricorresse al suo vecchio classico per le prossime elezioni: mettere in scena una facciata di comportamento da uomo di Stato e centrismo per mantenere a portata di mano gli elettori israeliani equilibrati, da uomo di Stato e di destra moderata. Ma ogni segnale indica che questa volta Netanyahu sceglierà una strada diversa.

Oltre alla dichiarazione aperta di guerra alla magistratura e alla legittimità delle sue sentenze, la coalizione di governo sta anche tentando in modo aggressivo di far approvare il disegno di legge di punta nella raffica legislativa che sta portando avanti mentre la Knesset si avvicina allo scioglimento: un disegno di legge volto a indebolire il procuratore generale e la legittimità dei suoi ordini. Quest’ultimo ha le maggiori possibilità di essere approvato tra l’ondata di proposte (a parte quella volta ad ampliare la segregazione di genere negli istituti di istruzione superiore, che è già quasi completata).

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Ciò è in parte dovuto al fatto che il presidente della Commissione costituzionale della Knesset, Simcha Rothman, è particolarmente determinato su questo tema e ha messo tutto il peso del suo ruolo nella coalizione a sostegno del disegno di legge. Ma è anche perché vi è un consenso al riguardo all’interno del governo: un disegno di legge che i partiti ultraortodossi sono disposti a sostenere nonostante la loro generale insoddisfazione e gli ultimi tentativi di contrattazione politica ed estorsione.

Gli elettori haredi considerano il procuratore generale il principale responsabile della persecuzione del mondo della Torah, ben al di là delle loro critiche a Netanyahu o ai propri politici. Pertanto, ai partiti haredi non conviene brandire la minaccia del boicottaggio elettorale su questa questione.

Tuttavia, come osservato in precedenza, tutto ciò è nell’interesse di Netanyahu stesso. Nei sondaggi interni, gli elettori del Likud affermano di non gradire la legalizzazione dell’esercizio del servizio militare da parte degli Haredi, ma provano ancora più avversione per la Corte. L’equilibrio mantenuto da Netanyahu – elargire “bustarelle” politiche agli Haredi e al contempo dichiarare guerra aperta e frontale alla Corte – è quindi molto appropriato.

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Per ora, preferisce concentrarsi sulla coesione all’interno del proprio blocco – tenendo da un lato gli Haredim legati a sé, mentre dall’altro infiamma la propria base contro il procuratore generale – piuttosto che tentare di apparire più centrista e attirare così gli elettori della destra moderata. Cercherà invece di conquistarli attraverso le nomine nella lista del Likud che controlla.

Infine, si è verificata una fusione nel nucleo centrista. Due figure promotrici di unità, Yoaz Hendel e Chili Tropper, hanno deciso di unire le forze dopo un lungo periodo in cui la loro fetta dello scenario politico era nota per le divisioni e le dichiarazioni di indipendenza. 

Per diventare un partito in grado di superare il primo scrutinio, il duo dovrà rafforzarsi con altri attori. Se, ad esempio, Yuli Edelstein e Ayelet Shaked dovessero unirsi a questa coalizione, potremmo parlare di qualcosa con un certo potenziale (anche se c’è il grande timore che un partito del genere possa, in ultima analisi, fornire un’ancora di salvezza a Netanyahu).

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A mio avviso, la collocazione più naturale ed efficace per Tropper, il membro più anziano di questo gruppo, sarebbe stata nel partito di Gadi Eisenkot. Ma sarei lieto di essere smentito, qualora questo partito, se dovesse entrare nella Knesset, si rivelerebbe quello che apre la strada a un governo guidato da Eisenkot. 

Tuttavia, possiamo già attribuire al partito emergente un risultato degno di nota: la loro fusione ha messo i bastoni tra le ruote alla disperata campagna di Benny Gantz per rimanere in gara e sprecare un numero relativamente elevato di voti”, conclude Hecht.

Una cosa è certa: i colpi proibiti saranno il pane quotidiano di una campagna elettorale “sanguinaria”.

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