I morti di Reggio Emilia: quando la polizia sparò contro i lavoratori e li uccise
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I morti di Reggio Emilia: quando la polizia sparò contro i lavoratori e li uccise

Il 7 luglio 1960, in seguito ai tragici eventi accaduti a Genova, Licata e Roma, la città di Reggio Emilia si unisce in segno di solidarietà e indetta uno sciopero generale. La polizia sparò e ne uccise 5.

I morti di Reggio Emilia: quando la polizia sparò contro i lavoratori e li uccise
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7 Luglio 2023 - 09.21


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Il 7 luglio 1960, in seguito ai tragici eventi accaduti a Genova, Licata e Roma, la città di Reggio Emilia si unisce in segno di solidarietà e indetta uno sciopero generale. Durante le manifestazioni, la polizia apre il fuoco contro i dimostranti, causando la tragica morte di cinque persone: Lauro Farioli (22 anni), Ovidio Franchi (19 anni), Emilio Reverberi (39 anni), Marino Serri (41 anni) e Afro Tondelli (36 anni). Tutti e cinque erano operai impegnati e sostenitori del movimento comunista, alcuni dei quali avevano anche combattuto come partigiani durante la Resistenza. Una strage di stato.

La voce di Fausto Amodei si eleva, scrivendo una canzone immortale che risuona nell’aria, e afferma: “Questo è un eco della guerra di Resistenza”. Sebbene il fascismo sia caduto, è ora nelle nostre mani garantire la sua definitiva scomparsa.

“Stavamo tentando di uscire dalla piazza – racconterà un testimone – (…) quando un gruppo di una trentina di poliziotti (…) ci sbarrò la strada sparandoci addosso senza pietà. Tentammo di costruire una barricata con quanto ci capitava sotto mano, sedie, tavolini, assi, mentre i mitra dei poliziotti continuavano a crepitare come in una battaglia. (…) Vicino a me un giovane s’è accasciato esanime, falciato da una raffica al petto. Altri – ed io tra essi – sono rimasti feriti”.

A tenere vivo il ricordo di quella terribile giornata resterà per sempre la registrazione dei suoni della piazza effettuata da un negoziante che si trovava sul posto e che, invece del comizio, registrò i rumori di quello scontro. Trentacinque minuti ripresi casualmente e incisi su un disco: grida, spari, sirene di ambulanze e di polizia. Una voce che grida “assassini”.

“Non so se per il disco di Reggio Emilia si possa parlare di iniziativa: o per lo meno di normatività di tale iniziativa – scriveva Pier Paolo Pasolini – Esso è stato un puro caso. Me lo scrive la direttrice di Vie Nuove. Io ebbi a Reggio Emilia questo nastro da un commesso di un negozio di tessuti, che si era portato lì il registratore, per registrare il comizio: e, invece, finì con il registrare l’agghiacciante sparatoria, non una guerra, ma una fredda carneficina. Ora io mi auguro che simili carneficine non si ripetano più, mai più, nella nostra vita, che è stata tutta un’esperienza di carneficine: e spero che nessun registratore serva mai più a stampare dischi come questo. Che è il più terribile – e anche profondamente bello – che abbia mai sentito”.

Canterà Fausto Amodei: “A diciannove anni è morto Ovidio Franchi, per quelli che son stanchi o sono ancora incerti Lauro Farioli è morto per riparare al torto di chi si è già scordato di Duccio Galimberti. Son morti sui vent’anni per il nostro domani, son morti come vecchi partigiani. Marino Serri è morto, è morto Afro Tondelli, ma gli occhi dei fratelli si son tenuti asciutti. Compagni sia ben chiaro che questo sangue amaro versato a Reggio Emilia è sangue di noi tutti”.

“Nell’estate del 1960 – racconterà anni dopo il cantautore – ero in armi, nel senso che ero sotto naja, come soldato semplice al Centro addestramento reclute di Montorio Veronese. In tutto il battaglione Orobica che mi aveva in forza, e che reclutava soprattutto giovani del Bresciano, del Bergamasco e del Veneto, trovare un iscritto o simpatizzante socialista o comunista era una pura illusione. In caserma era formalmente proibita, e sostanzialmente mal tollerata, l’introduzione di quotidiani di sinistra. Solo nei periodi di libera uscita mi era possibile frequentare, sia pure solo privatamente, compagni socialisti e comunisti di Verona, che mi conoscevano di fama proprio in veste di Cantacronache, e mi fornivano un valido sostegno culturale, umano e gastronomico in quella asfissiante parentesi di diciotto mesi. In tale situazione vivevo naturalmente con molta angoscia e partecipazione le vicende del governo Tambroni, i moti di piazza a Genova, contro il previsto convegno dei neofascisti, e rimasi sconvolto dai morti provocati dalla Celere in Sicilia e a Reggio Emilia.

La goccia che fece traboccare il vaso fu la notizia, propagatasi in caserma, che soldati del Car avrebbero potuto essere impiegati in servizio di ordine pubblico contro eventuali disordini di piazza, con la prospettiva di tenere il fucile in dotazione in camerata, a capo del letto, in situazione di massima allerta. Non sapevo più che pesci pigliare, né riuscivo ad immaginarmi cosa avrei potuto fare, nel sacco di manifestanti antifascisti con i quali avrei doverosamente voluto fraternizzare. Per farmi coraggio, per chiarirmi le idee, per scaricare la forte emozione che la situazione mi provocava, decisi di mettere in canzone alcune delle considerazioni che i fatti mi inducevano a formulare: che cioè le rivolte di piazza di quei giorni erano una ripresa della guerra di Resistenza, che le vittime della polizia di quei giorni erano gli eredi dei caduti partigiani, che a quei tempi tristi si era arrivati perché si erano poco per volta messi in soffitta i valori della guerra antifascista”.

“Il fascismo per i lavoratori italiani oggi – scriveva Vittorio Foa su Rinascita – non è solo l’eco remota e nostalgica delle squadracce, delle aquile e degli orpelli barbarici dell’età mussoliniana, ma è, nelle condizioni mutate, l’arbitrio in luogo della giustizia, la disciplina subordinata in luogo della parità dei diritti e doveri reciproci fra lavoratore e padrone, la corruzione e l’avvilimento, la mancanza di prospettiva, il contrasto tra i profitti giganteschi e i salari stagnanti, lo sfruttamento intensivo della forza lavoro che impedisce all’uomo, finito il lavoro, di avere forze bastevoli per partecipare alla vita nelle sue forme più alte”.

“La discussione sul fascismo mai morto – diceva qualche tempo fa Luciano Canfora – non è cominciata avantieri, ma dura da quando Mussolini è stato appeso a Piazzale Loreto. Nel suo Golia, tradotto in Italia nel 1946, Giuseppe Antonio Borgese volle dare un messaggio chiaro: il fascismo è caduto, ma dipenderà da noi la sua definitiva scomparsa. Devo ricordare l’intervento parlamentare di Concetto Marchesi nel 1949: il fascismo non è morto, ma ha varcato l’Atlantico? E ci siamo dimenticati del conflitto violentissimo suscitato nel 1960 dall’allora premier Tambroni con la sua apertura al Movimento sociale?”.

Il fascismo è caduto, ma dipenderà da noi la sua definitiva scomparsa.

Uguale la canzone / Che abbiamo da cantare / “Scarpe rotte eppur bisogna andare”. / Compagno Ovidio Franchi, compagno Afro Tondelli / E voi Marino Serri, Reverberi e Farioli / Dovremo tutti quanti aver d’ora in avanti / Voi altri al nostro fianco per non sentirci soli. / Morti di Reggio Emilia / Uscite dalla fossa / Fuori a cantar con noi bandiera rossa.

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